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La norma toscana che tutela gli immigrati

Con un’ottica opposta a quella del Governo, la Toscana vara una norma che tutela gli immigrati, anche irregolari. Per favorire integrazione ed economia

Tratto da Altreconomia 108 — Settembre 2009



Immigrazione: vietato pensare che esista un’alternativa alla paura.
In Italia, chi si oppone al pensiero unico dell’immigrato inteso come sola forza lavoro (e, ancor peggio, dell’immigrato irregolare visto come nemico pubblico numero uno) rischia di essere messo all’indice. È capitato lo scorso 15 luglio, in una riunione canicolare del Consiglio dei ministri: tra le varie decisioni prese dal Governo, anche quella di impugnare le leggi sull’immigrazione appena promulgate della Regione Toscana (n.23 del 2009) e della Regione Marche (n.18 del 2009) e di sollecitare su di esse il parere della Corte Costituzionale. “Tali leggi -spiega una nota del Consiglio dei ministri- disciplinando e agevolando il soggiorno degli stranieri che dimorano irregolarmente  nel territorio nazionale, incidono sulla disciplina dell’ingresso e del soggiorno degli immigrati che, come più volte affermato dalla  Corte Costituzionale, è riservata allo Stato”. Testi dalla devastante carica sovversiva? Decisa, ma anche ironica, la risposta della Regione Toscana: “La nostra legge non contiene nulla che vada contro alla legge nazionale; non favorisce l’ingresso illegale degli stranieri ma semplicemente si preoccupa di chi è già in Toscana -rivendica Gianni Salvadori, assessore alle Politiche sociali della Regione, che ne ha curato la stesura-. Il ricorso del Governo d’altra parte era ampliamente annunciato: si figuri che un senatore del centro-destra toscano aveva fatto un’interrogazione al ministro prima ancora che il testo della legge fosse portato in Commissione…”. La “guerra delle leggi locali sull’immigrazione” (che, c’è da aspettarselo, continuerà nei prossimi mesi) non a caso scoppia proprio in Toscana. Claudio Martini, il Governatore della Regione, il tema ce l’ha a cuore: infatti è extra-comunitario di nascita, avendo visto la luce a Bardo, in Tunisia, dove ha trascorso i primi anni di vita. E la Toscana sta dimostrando di essere una delle regioni italiane più attrattive per i lavoratori immigrati: sono 320mila gli stranieri regolari stimati (il 9% della popolazione regionale), non molti meno del Veneto e quasi come il Piemonte, che vanta però una più solida tradizione industriale. Della Toscana “immigrata” è ormai leggendario il polo del tessile cinese, tra Firenze e Prato (di cui Martini è stato sindaco); ma balza all’occhio anche un territorio dalla geografia “etnica” in trasformazione: se quasi un terzo degli stranieri si concentrano a Firenze, sempre più immigrati si stabiliscono sulla costa (Grosseto, Livorno, Massa Carrara). Essenziali per il lavoro: senza la presenza di albanesi e romeni il settore edile sarebbe in ginocchio, come quello dell’assistenza a persone anziane e disabili, senza le donne filippine e ucraine. Mentre in agricoltura la cura dei boschi appenninici, patrimonio regionale, è in gran parte appaltata a lavoratori macedoni.
La legge toscana sull’immigrazione, promulgata lo scorso giugno, è composta da un preambolo e sei articoli. Nel preambolo la filosofia “eversiva” che anima il legislatore: favorire e realizzare politiche territoriali negli ambiti di istruzione, sanità, lavoro e alloggio per un’integrazione partecipe e per valorizzare la presenza straniera “per lo sviluppo di una nuova società”. Un accento particolare è posto sull’attenzione agli stranieri più deboli (anche irregolari). Dei molti indirizzi contenuti nei quasi cento commi dei sei articoli, due su tutti, vanno segnalati. Primo, il fatto che a dettare priorità e finanziamenti dell’intervento regionale sarà un “Comitato per le politiche di immigrazione” (art.6, comma 16-22) di cui, novità assoluta in un’Italia che non concede il voto amministrativo agli stranieri, fanno parte anche i rappresentanti degli immigrati.  Secondo: l’idea, presente in tutto il testo, di “integrazione partecipe”: il valore della partecipazione alla vita pubblica degli immigrati e un investimento deciso in mediazione culturale, comunicazione e insegnamento della lingua italiana. “L’integrazione è un percorso che si può costruire -spiega Salvadori-. Noi crediamo che in tanti ambiti nel rapporto tra italiani e stranieri si generino micro-conflittualità, che possono sfociare in intolleranza e paura. Invece il frutto della mediazione è il dialogo, la convivenza”. Un’idea filosoficamente diversa da quella prospettata  nel “pacchetto sicurezza” licenziato dal Senato italiano il 2 luglio scorso. Qui (art.1, comma 25) tra l’istituzione delle ronde e del reato di immigrazione clandestina, si parla anche di integrazione istituendo il cosiddetto “Accordo di integrazione”: un contratto a punti, come la patente, da verificare anno dopo anno alla scadenza del permesso di soggiorno.
E se non passi, via il permesso.

Prossimo passo il voto
“Anche io ho partecipato agli incontri preparatori della nuova legge -ricorda Lin Hongyu- e spero che possa servire a migliorare la convivenza tra italiani e stranieri”.
La signora Lin è assessore del Comune di Campi Bisenzio (Fi) per i rapporti con la comunità cinese. Dei 43mila abitanti del piccolo comune toscano circa 6mila sono stranieri e 2.500, appunto, cinesi; una comunità economicamente attiva (ristorazione, pelletteria, abbigliamento e piccoli commerci), giovane (500 bimbi cinesi frequentano le scuole dell’obbligo) ma, per difficoltà linguistiche e lontananza culturale, sempre a rischio di chiudersi in se stessa. L’assessore Lin, arrivata studentessa nel 1991, dopo i fatti di Piazza Tiananmen, ha lavorato in Italia come mediatrice culturale in ospedali, questure e scuole. Poi, nel 2008, ha accettato di diventare assessore.
“All’inizio ero titubante -racconta- ma poi ho pensato che la mia esperienza di mediazione potesse essere utile al Comune. I miei connazionali sono orgogliosi della mia nomina. La interpretano come un’attenzione  verso di loro, si sentono un po’ più integrati in una società in cui hanno lavorato tanto”.
Cosa pensa della disciplina sugli stranieri in vigore in Italia?
“Ci sono Paesi in cui la politica sull’immigrazione è molto più chiara. L’Italia non sembra preparata all’accoglienza. Il messaggio della legge nazionale è che tutti sono trattati allo stesso modo (code alle questure, ritardi nella consegna di documenti, ndr), sia gli onesti che i disonesti. Invece bisogna dare un messaggio diverso a chi ha donato all’Italia gli anni migliori della sua vita. Bisogna dire che il suo contributo e la sua partecipazione è gradita”.
In questo senso pensa che possa servire il diritto di voto amministrativo agli immigrati?
“Penso di sì: molti di quelli che sono venuti in Italia non lo hanno fatto solo per i soldi. Ma anche per partecipare ad un sistema più democratico e libero di quello che lasciavano. Il diritto di voto alimenta in questi stranieri il desiderio di contribuire nel modo migliore a costruire questa società”.

Le dimensioni del fenomeno
320mila numero stimato di stranieri che vivono in Toscana, circa il 9% della popolazione totale. Il tasso di incidenza demografica nazionale è invece del 6,4%.
55.706 In Toscana non c’è solo la Cina. Solo oltre 55mila, infatti, gli albanesi residenti nella regione, prima nazionalità come presenze. Seguiti da romeni (51.763), e solo dopo dai cinesi (25.818)
18.933 è il numero delle imprese con titolare straniero in Toscana. Oltre 5mila sono cinesi (in prevalenza manifattura), 3.655 albanesi (soprattutto edili) circa 2mila marocchine (ancora edili).
867,8 milioni di euro inviati in patria dagli immigrati nel 2007, il 14,4% della rimesse di tutti gli immigrati che vivono in Italia. La Toscana è la terza regione per invio di denaro a casa dopo Lazio e Lombardia.
45.191 sono gli studenti stranieri che nell’anno scolastico 2007-2008 hanno frequentato le scuole toscane. Il numero è cresciuto del 14% rispetto all’anno precedente.
195.406 i lavoratori stranieri occupati il 1 gennaio 2008.
48.000 il numero di lavoratori che ha fatto domanda per rientrare nelle quote del decreto flussi 2007. Di questi 34mila sono ancora in attesa di un documento.

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