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Ambiente

La montagna di rifiuti fantasma

Quelli urbani sono sempre nelle cronache, quelli “speciali” spariscono in una filiera che nessuno controlla. Ecco come funziona

Tratto da Altreconomia 121 — Novembre 2010

Anche un camion può impennare sulle ruote posteriori. Capita a chi, per mestiere, trasporta rifiuti “speciali”, come le macerie di un cantiere edile. I container che vengono riempiti superano spesso le 44 tonnellate, che per legge è il peso massimo trasportabile in Italia, da un autotreno a pieno carico. Il primo a rendersene conto è sempre il camionista, che fatica ad issare il cassone sulla matrice, rischiando di ribaltarsi. A quest’ordine di problemi, se ne aggiunge un altro: nemmeno l’autista può sapere cosa nasconde il carico. A sorpresa, tra i calcinacci, potrebbe esserci anche qualche lastra di amianto.     
Siamo abituati a veder circolare i camion della nettezza urbana, mentre l’ambito dei rifiuti cosiddetti “speciali” è sconosciuto. Eppure, ogni cinque chilogrammi di “spazzatura” prodotta in Italia, 4 sono riconducibili a una delle dodici “categorie” in cui il Codice dell’ambiente suddivide appunto i rifiuti speciali (vedi box).
Nel 2006, l’ultimo anno in cui sono stati contabilizzati, erano oltre 130 milioni di tonnellate. A seconda delle caratteristiche e dalla concentrazione dei metalli pesanti, possono essere “pericolosi” o “non pericolosi”. Ai più, però, la loro natura è sconosciuta. Eppure, ognuno dei camion che ci corre accanto in autostrada potrebbe essere carico di rifiuti speciali non pericolosi provenienti da lavorazioni industriali o da attività agro-industriali, ma non lo sappiamo. Solo chi trasporta rifiuti speciali e pericolosi ha l’obbligo di segnalarlo, con una grossa “R” sul retro del rimorchio. I camion di rifiuti speciali esistono davvero: ce ne rendiamo conto leggendo la cronaca giudiziaria, quando vengono sequestrati automezzi dediti al traffico illecito di rifiuti. A differenza di quelli urbani, che devono essere “trattati” a livello locale, gli “speciali” si muovono e possono essere gestiti in tutto il Paese e oltre frontiera.
Chi è fermo al palo sui rifiuti “speciali” è il governo italiano: il ministero dell’Ambiente non è in grado di quantificare il volume di quelli prodotti negli ultimi 4 anni; l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, è stato costretto a omettere il dato nell’ultima edizione del “Rapporto annuale sui rifiuti”, che è stato presentato nella scorsa primavera (www.isprambiente.it).
Alla mancanza di numeri si accompagna il silenzio dei mezzi d’informazione, che amplificano solo le notizie relative alle emergenze che riguardano i rifiuti solidi urbani (il “caso Campania”, o il “caso Palermo”). Eppure le antenne degli italiani dovrebbero essere ben dritte: nel 2006, sono sparite 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. Il dato che dovrebbe allarmarci non è una somma, cioè, ma una sottrazione: 134,7 meno 103,7. Il primo (cautelativo) è relativo ai rifiuti speciali prodotti; il secondo, che è certo, è quello dei rifiuti gestiti, che possono essere recuperati (oltre il 55%), inceneriti (l’1%), trasferiti in discarica (il 18,4%) o trattati con altre operazioni di smaltimento (il 22% circa). I conti gli ha fatti l’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, nell’ambito del rapporto Ecomafia 2010 (Edizioni Ambiente, 24 euro). “Ecomafia” è il neologismo che racconta, ormai da qualche anno, che i rifiuti di cui non sappiamo niente finiscono, nella maggior parte dei casi, nelle mani delle organizzazioni criminali. Le aziende si affidano a mafia, camorra e ‘ndrangheta perché smaltire i rifiuti speciali ha un costo. Noi, invece, possiamo immaginare una montagna alta 3.100 metri e con una base di 3 ettari, e poi pensare che sia svanita nel nulla.
O, in alternativa, possiamo vedere questa massa di rifiuti speciali come una gigantesca buca, lunga 300 metri, larga 100 e profonda 3,1 chilometri, piena fino all’orlo.
Non dobbiamo credere, però, che siano solo i trafficanti a far sparire i rifiuti speciali. Piccole e grandi violazioni avvengono alla luce del sole. In molti fanno uscire i rifiuti dal cantiere senza segnalarlo.
Quasi il 40 per cento di tutti i rifiuti speciali sono classificati come “derivanti dalle attività di demolizione, costruzione”. Le aziende che raccolgono i rifiuti nei cantieri sono una miriade, e c’è forte concorrenza tra le società di intermediazione, quelle aziende che non smaltiscono direttamente i rifiuti ma portano e ritirano il cassone, e poi ne differenziano il contenuto. I camionisti che non assecondano il “modello” industriale che punta a far scomparire parte dei rifiuti prodotti hanno un’unica prospettiva, il licenziamento: le aziende hanno i cassetti pieni di curriculum.
L’“elusione”, fino ad ottobre 2010, passava per uno strumento cartaceo, il Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), un registro di carico e scarico. Basta non compilarlo. È una prassi abituale, di fronte alla quale il governo ha risposto con l’introduzione del Sistri, che sta per “Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti”. Istituito con il Dm 17 dicembre 2009, sulla carta è in vigore dal primo gennaio di quest’anno. I soggetti interessati sono oltre 500mila, almeno 281mila dei quali iscritti all’Albo nazionale dei gestori ambientali. Ma il sistema ha carburato lentamente: tutti coloro che partecipano alla “filiera” del rifiuto speciale -produttore, trasportatore, destinatario- hanno tempo fino al 30 novembre 2010 (dopo l’ultima proroga al Dm) per dotarsi dei dispositivi elettronici che permettono di operare nell’ambito del Sistri, una chiavetta Usb e un “black box”, una scatola nera che permette di navigare in internet. A novembre e dicembre funzioneranno contemporaneamente Sistri e Mud; il primo sarà pienamente operativo solo dall’inizio del 2011, con un ritardo di dodici mesi rispetto a quanto programmato. Sul futuro, e sull’utilità, del Sistri aleggiano molti dubbi. Secondo Antonio de Feo, avvocato pugliese esperto in diritto ambientale, presidente della sezione regionale del Wwf Italia, “il passaggio è solo di natura tecnica. Siamo dinanzi -spiega- a una sostanziale informatizzazione di un sistema che già esiste. La prima criticità è collegata al sistema in quanto tale. Dovremmo chiederci se tutti i soggetti chiamati ad applicare la norma hanno la possibilità e le competenze per usare questo sistema, attraverso chiavette Usb dotate di username e password. Penso, ad esempio, a cosa potrebbe accadere nel ‘classico’ cantiere edile, dove potrebbero non esserci nemmeno i mezzi per operare”, come una connessione internet.
La possibilità di un baco nel sistema è previsto dalla normativa, come racconta de Feo: “Il Sistri ‘può non funzionare’. Ciò significa che nel momento in cui il produttore decide di avviare un rifiuto allo smaltimento o al recupero, chiamando un trasportatore a ritirarlo, questi può utilizzare un documento in bianco, asserendo di non aver potuto collegarsi ad internet, accedere al Sistri e stampare la scheda di movimentazione”. Secondo il presidente di Wwf Puglia, poi, chi vorrà continuare a “trafficare” in rifiuti speciali non si preoccuperà di iscriversi al Sistri, né di montare un black box. “Non avrà interesse -dice de Feo- ad essere oggetto di monitoraggio”.    
Un altro ordine di problemi riguarda il software: i sistemi gestionali per la contabilità dei rifiuti utilizzati dalle aziende più strutturate, che già ne sono dotate, non si interfacciano col Sistri. Forse perché, dal 2007 ad oggi, lo sviluppo del progetto è stato coperto dal segreto di Stato. Alcune software house hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio: sono attese novità dopo metà novembre, quando il ministero dell’Ambiente dovrà depositare tutti gli atti secretati. L’unica certezza, al momento, è che il portale www.sistri.it è stato registrato da Selex Service Management spa, una società del gruppo Finmeccanica. Legambiente, inoltre, ha un’altra preoccupazione, per la quale ha scritto alla Commissione europea: secondo l’associazione ambientalista, un vizio formale -la mancata notifica del decreto ministeriale che istituisce il sistema alla Ce- potrebbe vanificare tutto lo sforzo normativo. “Speriamo di sbagliare -spiega Stefano Ciafani, responsabile scientifico dell’associazione-, ma il rischio è di favorire i trafficanti, perché questo vizio mina l’operatività del sistema”. In attesa di una risposta, Ciafani ricorda che il Sistri, da solo, non basta: “Con il Sistri sarà più semplice, per Noe (Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente, ndr) e Guardia di finanza, effettuare i controlli, ma i trafficanti non spariranno. Serve, allora, potenziare il sistema dei controlli per prevenire i reati nel ciclo dei rifiuti. E bisogna, soprattutto, che il settore industriale italiano faccia un’operazione trasparenza. Coloro che ‘sversano’ illegalmente fanno concorrenza sleale a chi paga regolarmente per smaltire i rifiuti speciali prodotti. La materia prima dei traffici è un ‘prodotto’ dell’industria italiana. Chiediamo alla presidenza di Confindustria la stessa attenzione e trasparenza posta sul tema della legalità”.
Aspettando il “debutto ufficiale” del Sistri, restiamo in attesa di una risposta di Emma Marcegaglia. Consapevoli che, per lei, non sarà semplice: nel corso del 2010, il gruppo di famiglia è rimasto invischiato in una brutta storia di traffico di rifiuti. L’inchiesta, coordinata dal Noe di Grosseto si chiama “Golden Rubbish”. L’immondizia è d’oro.

Il tragitto tortuoso del sistema di tracciabilità
Il Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (Sistri) avrebbe dovuto entrare in vigore il 1° ottobre 2010, dopo una gestazione durata oltre tre anni. All’ultimo tuffo, il 28 settembre 2010, il ministero dell’Ambiente ha “differito” al 31 dicembre 2010 la fine del periodo di “convivenza” tra il Sistri e il vecchio sistema cartaceo di gestione dei rifiuti (formulari e registri).
L’iter era iniziato nel gennaio del 2007: la Finanziaria di quell’anno (articolo 1, comma 1116, legge 296/2006) ha destinato 5 milioni di euro alla realizzazione di un sistema integrato per il controllo e la tracciabilità dei rifiuti.
Il 13 febbraio 2008 entra in vigore il nuovo comma 3-bis dell’articolo 189 del Dlgs 152/2006, che prevede l’istituzione di un “sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti”. Quasi due anni dopo, il 14 gennaio 2010, entra in vigore il Dm 17 dicembre 2009, che istituisce il “Sistri”. Gli ultimi dieci mesi sono stati costellati da proroghe: il 28 febbraio cambiano i termini per l’iscrizione al Sistri; il 25 maggio viene approvato un emendamento che rinvia di circa 18 mesi l’operatività del Sistri per le imprese che occupano fino a 10 dipendenti e che producono fino a 300 chilogrammi o litri di rifiuti pericolosi; il 13 luglio, infine, l’operatività del Sistri era stata posticipata fino al primo ottobre 2010. Uno stop necessario: secondo Conftrasporto, “nemmeno un terzo dei vettori specializzati ha potuto ritirare la chiavetta Usb e soltanto un automezzo su 10 si è equipaggiato con la ‘scatola nera’ (black-box) necessaria per effettuare il controllo satellitare dei rifiuti”. 

Cercate nei cantieri edili
È il terzo comma dell’articolo 184 del “Codice dell’ambiente”, il dl 152 del 2006, a definire i rifiuti speciali, classificandoli in 12 categorie a) i rifiuti da attività agricole e agro-industriali; b) i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti pericolosi che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall’articolo 186; c) i rifiuti da lavorazioni industriali; d) i rifiuti da lavorazioni artigianali; e) i rifiuti da attività commerciali; f) i rifiuti da attività di servizio; g) i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi; h) i rifiuti derivanti da attività sanitarie; i) i macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti; j) i veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti; k) il combustibile derivato da rifiuti; l) i rifiuti derivati dalle attività di selezione meccanica dei rifiuti solidi urbani.

Processi in ogni Regione

L’ultima “banda” che operava nel traffico illecito di rifiuti speciali è stata sgominata nel giugno 2010, dopo due anni di indagini coordinate dalla procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Ce). Quattordici persone, a cavallo tra 7 regioni italiane (Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia), sono finite in carcere, con accuse di traffico di rifiuti, falso e truffa. Sono stati sequestrati 3 impianti di trattamento rifiuti a Caserta, Frosinone e Pistoia.
Dal 2002, le “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” sono l’unico delitto ambientale previsto nel nostro ordinamento. Fino al 10 aprile 2010, erano 151 le inchieste concluse: secondo i dati elaborati da Legambiente nel rapporto Ecomafia 2010, queste hanno coinvolto 610 aziende e portato all’arresto di 979 persone. Soprattutto, le inchieste hanno impegnato ben 73 procure (24 al Nord, 25 al Centro, 24 al Sud), coinvolgendo 19 regioni italiane.

Bonifiche e bonifici
Non si conclude la vicenda dell’area ex Sisas di Pioltello, alle porte di Milano

La notizia è ufficiale. La Daneco Impianti srl si occuperà della bonifica definitiva dell’area ex-Sisas di Pioltello-Rodano, alle porte di Milano, dopo essersela aggiudicata con un’offerta di circa 37 milioni di euro, su una base d’asta di 45milioni di euro stabilita dal bando di gara indetto il 19 luglio scorso dal Commissario delegato dal ministero dell’Ambiente. Ben 83 milioni di euro in meno rispetto ai 120 stimati inizialmente per il progetto di bonifica presentato dalla “T.R. Estate Due srl” di Giuseppe Grossi e ben 106 milioni di euro in meno rispetto ai 143 stimati per la variante al progetto di bonifica, presentato successivamente sempre dalla T.R. Estate Due srl. Un giro milionario che nell’arco di qualche anno è passato da una copertura finanziaria totalmente a carico delle pubbliche amministrazioni coinvolte, ad un impegno di investitori privati -nello specifico Gruppo Zunino e Walde Ambiente-. Imprenditori che sono in stretta trattativa con il curatore fallimentare subentrato al fallimento del 2001 della ex-Sisas, per la cessione degli impianti dietro corrispettivo di circa 4 milioni di euro, da versare a tacitazione dei creditori. Fu proprio Zunino -immobiliarista uscito (quasi) indenne dalle inchieste per le scalate su Antonveneta-Bnl-Rcs ed oggi coinvolto nello scandalo Montecity-Santa Giulia- a favorire l’ingresso nell’affaire-Pioltello di Grossi. La cronaca attuale parla di un ritiro dalle scene del “re delle bonifiche”, che tuttavia rivendicherebbe dalla Regione Lombardia una parcella di tutto rispetto: 29 milioni di euro, per non aver mai bonificato. Una richiesta che da più parti viene rigettata al mittente, con il Comune di Pioltello in prima fila. Al nuovo bando vinto dalla Daneco Impianti srl si è arrivati, quindi, in seguito alla rinuncia di Grossi all’operazione, causa -a detta dello stesso- l’indisponibilità di discariche idonee ad accogliere i rifiuti. Una linea di condotta che però potrebbe risultare inadempiente, sia dal punto di vista operativo sia dal punto di vista economico: la T.R. Estate Due srl non avrebbe mai versato la fideiussione di garanzia, pari al 50% dei costi complessivi della bonifica (circa 60milioni di euro). Nonostante questo, la società non perde credito. Infatti, in seguito alla dichiarazione dello stato d’emergenza dell’area ex-Sisas -proclamato dal Governo su richiesta del presidente della Regione Lombardia, in data 16 aprile 2010 e ai sensi della Legge n.255/92-, con un’ordinanza di protezione civile (la numero 3874 del 30 aprile 2010) viene nominato un Commissario delegato per la bonifica, l’avvocato Luigi Pelaggi, con il conseguente stanziamento di circa 70 milioni di euro.
A questo punto, i costi di tutti gli interventi sembrano essere ritornati ad uno stato di “erogazione pubblica”, ma con i privati ancora in ballo. La srl di Grossi, che sarebbe proprietaria dell’area per un atto transattivo derivante dall’Accordo di programma del 21 dicembre 2007 tra Ministero, Regione, Provincia e Comuni, potrebbe quindi disporre dei soldi dei contribuenti, tra i quali potenzialmente anche i 20 milioni di euro impegnati per le compensazioni ambientali dei Comuni di Rodano e Pioltello. Ma qualcosa non funziona e alla fine di giugno la T.R. Estate Due srl chiede di uscire dall’Accordo di programma accusando gli enti pubblici di non aver rispettato la tempistica prevista per le autorizzazioni necessarie alla bonifica. Intanto, il Commissario delegato, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Ambiente, smentendo alcune delle osservazioni di Grossi, stila un elenco di discariche idonee ad ospitare i rifiuti della ex-Sisas (7 delle quali all’estero, tra Germania e Belgio). Dimostrazione che di impianti “compatibili” in Italia ne esistono: nello specifico tre, di cui uno in provincia di Padova e due nel torinese. Il primo a  Collegno, ovvero la discarica Barricalla spa; il secondo a Torino, ovvero la discarica La Torrazza srl. Entrambe riconducibili a Giuseppe Grossi -che quindi non uscirebbe mai dall’affare- perché controllate dalla Sadi Servizi Industriali spa, appartenente al gruppo Green Holding spa. Un sistema di scatole che sembra coinvolgere anche il commissario Pelaggi, che oltre a far parte del consiglio di amministrazione di Acea spa, siede anche in quello della Sogesid spa, società in house del ministero dell’Ambiente, coinvolta nelle progettazioni delle discariche A e B della ex-Sisas, come riportato in un’interrogazione parlamentare a risposta scritta del 30 luglio 2010 (seduta n. 362), rivolta da Alessandro Bratti a Stefania Prestigiacomo. Oggi -mentre la Regione abbandona l’ipotesi di una risoluzione consensuale del nodo dei 29 milioni di euro rivendicati dalla T.R. Estate Due srl (25 per le attività svolte e 4 per la riacquisizione dell’area) e con delibera del 29 settembre 2010 ha dato mandato ai propri legali- le comunità, con non poca preoccupazione, si interrogano sul futuro. “Ovviamente nessuna risoluzione consensuale -sostiene Gianluca Premoli, coordinatore del Comitato di Quartiere di Limito, attivo a Pioltello-, ma una soluzione definitiva per il recupero dell’area, che deve passare prima di tutto attraverso una bonifica definitiva e, successivamente, alla creazione di attività produttive, sicuramente non impattanti. Non si può rischiare di rimettere in discussione tutto”. Della stessa opinione sono i cittadini di Rodano costituitisi in un “Forum Bonifica” -coordinato da Danilo Bruschi- con l’intento di seguire l’evolversi degli eventi. “Siamo preoccupati -dicono- sia per le operazioni di bonifica, sia per il futuro dell’area. Il bando attuale, infatti, non definisce tempi certi per il trasferimento completo dei rifiuti all’esterno del sito ex-Sisas”. Una bonifica definitiva e complessa, considerando che nel polo chimico a Sud-Est di Milano sono presenti tre discariche: la A (attraversata da una tubatura del gas, altro nodo da sciogliere), la discarica B e la discarica C (già bonificata), per un totale di 290.000 tonnellate di rifiuti industriali, essenzialmente nerofumo (circa 50.000 tonnellate) -uno scarto di produzione dell’acetilene da metano, contaminato da mercurio e ftalati-, nonché idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) e cromo esavalente, triclorometano e tricloroetilene nelle acque di falda. Una questione ecologica, “testata con mano” dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti alla fine di luglio, i cui componenti a margine della visita hanno parlato di “situazione ambientale critica”, aggravata dai possibili risultati di alcune “indagini delle Procure competenti che riguarderebbero illeciti di varia natura”. La Daneco Impianti srl ha quindi una grande responsabilità: rispettare la nuova scadenza del 31 marzo 2011 fissata dalla Commissione europea, pena una multa per l’Italia di 490milioni di euro.
Intanto i primi lavori sono già cominciati. E fino al termine delle operazioni di bonifica si prevede una circolazione giornaliera di circa 95 camion carichi di rifiuti.
testo e foto di Pietro Dommarco

Dai rifiuti all’acqua
Con un fatturato di 84 milioni di euro registrato nel 2009, la Daneco è una della maggiori società italiane, affermata anche sul mercato internazionale, è specializzata nell’impiantistica per la selezione, il trattamento e la termovalorizzazione dei rifiuti, e gestisce circa venti impianti in Italia, tra cui quattro centrali a biogas. È una controllata di Unendo spa (presidente è Francesco Colucci), gruppo acquisito nel 2001 da Waste Management Italia, oggi Waste Italia, partecipata al 32% dal fondo Synergo di Gianfilippo Cuneo. A presiedere la Waste Italia è Pietro Colucci, presidente Fise-Assoambiente di Confindustria, rinviato a giudizio  nell’inchiesta di Latina Ambiente. La famiglia Colucci è nota alle cronache per gli affari con la famiglia Pisante -rappresentata da Giuseppe (deceduto l’anno scorso) e Ottavio- protagonista negli anni non solo nel settore rifiuti, ma soprattutto in quello dell’acqua, per mezzo di numerose società tra le quali Siba spa, controllata per il 75% dalla multinazionale francese Veolia e per il 25% dalla Emit.

Basta bruciarli
In provincia di Treviso contro due inceneritori di rifiuti speciali

“Con questa iniziativa ci siamo assunti una responsabilità nei confronti delle imprese e del territorio che avrebbe dovuto assumersi la politica: ora tocca alla politica fare la propria parte”. L’iniziativa cui fa riferimento il presidente di Unindustria Treviso, Alessandro Vardanega, è quella relativa alla realizzazione di due inceneritori per bruciare 500mila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi nel territorio della provincia di Treviso. La frase chiude una lettera aperta indirizzata, dalle colonne del quotidiano locale la Tribuna, “alle comunità di Silea, Mogliano Veneto (le due località dove verrebbero realizzati gli impianti, ndr) e della provincia di Treviso”. La lettera è stata pubblicata il primo aprile 2010, tre giorni dopo le elezioni che avevano incoronato Luca Zaia alla presidenza della Regione Veneto: tra le righe, il messaggio era rivolto anche al nuovo consiglio e alla nuova giunta regionale.
Già due mesi prima, il 6 febbraio, in piena campagna elettorale, gli industriali avevano comprato una pagina su la Tribuna per chiedere “al nuovo consiglio regionale del Veneto” di approvare quanto prima “un piano per i rifiuti speciali”. Unindustria vorrebbe dar gambe al progetto, che è stato presentato nel settembre del 2005; l’amministrazione regionale, invece, pressata dai comuni, dalla Provincia di Treviso, dai Comitati riuniti “Rifiuti zero” di Treviso e Venezia (http://sommazero.blogspot.com), ha frenato la corsa con un emendamento alla Finanziaria regionale 2010, stabilendo che fino alla approvazione di un “Piano regionale per la gestione dei rifiuti speciali” non potranno essere concesse autorizzazioni per nuovi impianti di incenerimento.
Un atto politico cui non ha fatto seguito, però, nessun atto amministrativo, tanto che dalla Regione Veneto ci fanno sapere che le “domande sono in fase di istruttoria presso la Commissione valutazione impatto ambientale”, e che “non è possibile definire i tempi per la valutazione”. Per questo, a gennaio 2010, i Comitati riuniti “Rifiuti zero” avevano “intimato alla Giunta regionale” di chiudere “definitivamente l’iter autorizzativo per gli impianti di incenerimento di Silea e Mogliano”, inviando in copia la diffida anche sezione veneta della Corte dei Conti, per denunciare lo spreco di risorse pubbliche.
In ogni caso, il futuro degli inceneritori passerà per l’elaborazione del Piano per i rifiuti speciali, che tra l’altro aiuterà a far chiarezza sui numeri: “Chiedono di bruciare 500mila tonnellate di rifiuti ogni anno, ma le previsione dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, ndr) ci dicono che i rifiuti speciali ‘inceneribili’ sono 117mila tonnellate, sommando quelli prodotti tra le provincie di Belluno, Treviso e Venezia” spiega Lucia Tamai, una delle animatrici dei Comitati riuniti “Rifiuti zero”; Unindustria, pur non confutando il dato, spiega che a questi rifiuti potrebbero esserne aggiunti altri, recuperandoli tra quelli “oggi interrati in discariche a forte rischio ambientale”.
Alla voce incenerimento, l’Arpav certifica nell’ultimo rapporto “Produzione e gestione dei rifiuti nel Veneto”, con dati relativi al 2007, che in tutta la Regione sono stati bruciate 124mila tonnellate di rifiuti speciali, pari all’1,3% di tutti quelli gestiti. Il 60,2% ha trovato invece la via del recupero. E si potrebbe far di più: ad aprile, i Comitati hanno organizzato -in collaborazione con la Provincia di Venezia- un convegno a Mestre, dedicato al “Riciclo dei rifiuti speciali”, riunendo e raccontando “buone pratiche ed esperienze venete”. A fine novembre, un secondo appuntamento -organizzato dai Comitati “Rifiuti zero” e dalla Rete Ambiente Veneto assieme all’Assessorato all’ambiente della Regione e alle Province di Treviso, Venezia e Belluno- sarà l’occasione di parlare “Verso il Piano dei rifiuti speciali”. Oggi la partita si gioca a questo tavolo: il piano dovrà essere approvato dal consiglio regionale, ma Comuni, Province e cittadini interessati potranno partecipare all’elaborazione con osservazioni e pareri.
“Dovremo puntare a un Piano che preveda un decisivo passo in avanti verso la prevenzione e il riciclaggio totale anche dei rifiuti speciali, un Piano che escluda, in via definitiva, nuovi impianti di incenerimento” scrive il Comitato “No inceneritori” di Mogliano Veneto. Una volta realizzati gli impianti, anche se i numeri dessero ragione a chi protesta, e mancasse cioè “materia prima” locale per far funzionare gli inceneritori, Unindustria potrebbe “importare” rifiuti speciali, anche dall’estero. Secondo Lucia Tamai, nei due impianti “vogliono bruciare anche Cdr (combustibile derivante dai rifiuti, ndr): ne abbiamo 105mila tonnellate. Hanno chiesto due inceneritori per farne uno -conclude l’attivista dei Comitati “Rifiuti zero”, impiegata di banca e madre di due figli-: si sentono così potenti da poter decidere il futuro del territorio, ma la gente ha capito”. Di traverso rispetto al progetto di Unindustria si è messa, negli ultimi mesi, anche la cronaca giudiziaria nazionale: il partner tecnico scelto dagli industriali trevigiani è la Green Holding di Giuseppe Grossi; l’imprenditore è finito in carcere nell’ottobre 2009, nell’ambito di un’inchiesta sulle bonifiche nell’area milanese di Santa Giulia, con accuse che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, dall’appropriazione indebita, alla truffa, dal riciclaggio alla corruzione.
Grossi ha deciso di patteggiare la pena. Gh è socio con l’8,05 per cento di Iniziative ambientali srl, la società che ha presentato il progetto. Iniziative ambientali, a sua volta, è controllata per il 91,95 per cento dalla Servizi Unindustria multiutilities (Sum), dove gli industriali trevigiani sono soci di Confindustria Venezia. Green Holding attraverso la controllata Rea gestisce l’inceneritore di Dalmine, preso a modello per quelli trevigiani. Peccato che bruci solo rifiuti solidi urbani.
di Luca Martinelli

Sempre più affumicati
Il Polo ambientale integrato per la gestione dei rifiuti di Parma non è altro che un inceneritore. Gestito da Iren, la multiutility quotata in Borsa nata nel luglio di quest’anno dalla fusione di Iride ed Enia, costerà 180 milioni di euro e dovrebbe entrare in funzione tra un anno e mezzo.
L’impianto brucerà anche rifiuti speciali, e gli attivisti dell’Associazione gestione corretta rifiuti e risorse di Parma (gestionecorrettarifiuti.it, vedi Ae 115) vedono un rischio: “Enia costruisce un inceneritore e ci fa credere che allo stesso tempo migliorerà la differenziata. Comunque vada la raccolta dei materiali, l’inceneritore dovrà bruciare alla massima potenza. Cosa accadrà se arriviamo al 100% di raccolta differenziata? L’inceneritore brucerà il 100% di rifiuti speciali, in barba a tutte le premesse del piano provinciale dei rifiuti”. Quando si progetta un impianto del genere, infatti, chi dà i numeri -il progettista- è abituata a sparare alto. Ma a riportare Iren con i piedi per terra ci aveva già pensato, nel 2008, l’Osservatorio provinciale dei rifiuti, bocciando le previsioni dell’azienda sui quantitativi di materia prima da incenerire: “Appare sovrastimata la valutazione di Enia relativa a 60mila tonnellate di rifiuti speciali provenienti dal territorio provinciale […] da destinare allo smaltimento”; “questa previsione per gli speciali […] potrebbe determinare per il 2020 un sovradimensionamento dell’impianto, con un funzionamento a regimi ridotti”. A meno di non importare rifiuti. Per quelli solidi urbani non è possibile (anche se con l’abolizione degli ambiti territoriali ottimali, da inizio 2011 Parma potrebbe bruciare anche gli scarti prodotti a Piacenza e Reggio Emilia), mentre gli “speciali” possono sempre viaggiare.  

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