Ambiente

La lobby della plastica ricorre alla Ue contro il bando degli shopper

A pochi giorni dal bando dei sacchetti di plastica in Italia, c’è già chi si mobilita per la cancellazione del provvedimento (derivato da un dispositivo della legge finanziaria del 2007, che a sua volta ottemperava a una direttiva comunitaria del…

A pochi giorni dal bando dei sacchetti di plastica in Italia, c’è già chi si mobilita per la cancellazione del provvedimento (derivato da un dispositivo della legge finanziaria del 2007, che a sua volta ottemperava a una direttiva comunitaria del dicembre 1994) del Ministero dell’Ambiente.

La EuPC (European Plastics Converters, la federazione europea delle aziende trasformatrici di materie plastiche), appoggiata e spronata dalla Unionplast (Federazione italiana fra le industrie della gomma, cavi elettrici e affini e delle industrie trasformatrici di materie plastiche ed affini), ha presentato un esposto alla Commissione Europea e si dichiara pronta a compiere ogni sforzo necessario per contrastare il provvedimento, ritenendo che la legge italiana sia una vera e propria violazione della direttiva 94/62/CE Packaging and Packaging Waste.

Il 6 gennaio l’associazione europea ha diffuso un comunicato stampa, Italian ban on plastic bags, in cui dichiara che la messa al bando dei sacchetti peccherebbe di miopia, poiché non terrebbe conto, o meglio, interpreterebbe male la legislazione dell’Unione Europea. “Il provvedimento dimostra che il Governo Italiano – scrive Alexandre Dangis, amministratore delegato della EuPC – sta violando la legislazione europea e in particolar modo la Direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio, poiché non ci sono sufficienti ragioni scientifiche alla base del provvedimento (n.d.r. italiano).
L’iniziativa del Governo Italiano si presenta poco accorta e non tiene in considerazione né l’esistenza delle leggi dell’Unione né il fatto che i tradizionali sacchetti in plastica siano riciclabili e riutilizzabili”.

Sostiene la dottoressa Maria Cristina Poggesi, funzionario dell’area tecnico scientifica Unionplast, che “ in base alla direttiva europea, un imballaggio per stare sul mercato deve soddisfare almeno uno di questi quattro requisiti: essere riutilizzabile, recuperabile per via energetica, riciclabile, biodegradabile”. E, continua Unionplast, “ a differenza del sacchetto di bioplastica, derivato da materie vegetali, che è solo biodegradabile, gli shopper di polietilene (un termoplastico che si ottiene dal petrolio) non biodegradabili presentano tutte le altre caratteristiche: si possono usare più volte, possono essere “recuperati” negli inceneritori e possono essere riciclabili. Il vecchio sacchetto, dunque, soddisfa tre dei quattro requisiti richiesti. Dal momento che ne basterebbe solamente uno e che la direttiva non vieta affatto i sacchetti non biodegradabili, non si capisce perché l’utilizzo dei sacchetti di plastica debba essere vietato”.

“Secondo uno studio della statunitense Agenzia di Protezione Ambientale (EPA), in Europa – risponde Andrea Poggio, vicedirettore generale di Legambiente – le buste consumate sono 100 miliardi all’anno di cui circa 15 – 20 miliardi, il 25%, provenineti dall’Italia”. Nella classifica europea, l’Italia è ai primi posti per numero di sacchetti rilasciati nell’ambiente provocando un grave danno ecologico. Secondo questi dati si deduce, quindi, che ogni cittadino italiano consuma 300 sacchetti di plastica all’anno.

Come sostiene Unionplast, è vero che i sacchetti di polietilene potrebbero essere riciclabili, riutilizzabili e recuperabili per via energetica. Ma la verità è un’altra.

Il primo problema legato alle buste di polietilene è il rapporto tra quantità prodotta e quantità riciclata: dai dati raccolti dall’associazione del cigno verde, solo l’1% dei sacchetti di plastica viene riciclato a livello mondiale. Riciclare questo tipo di imballaggi costa molto, più che produrlo. Sulla base dei sistemi e dei costi di recupero e riciclo statunitensi riciclare una tonnellata di sacchetti di plastica costa circa 4.000 dollari; una tonnellata di sacchetti da materia prima vergine costa sul mercato, 32 dollari. “Oltretutto – continua Legambiente – a valle del compostaggio quelli biodegradabili sono molto più riciclabili rispetto a quelli di plastica. Utilizzati come contenitore per l’umido, quando quell’umido finisce nell’impianto di compostaggio (impianto che trasforma il residuo alimentare in compost, il terriccio che si compra nei supermercati) non è necessario rompere la busta di plastica poiché, nel giro di 20 giorni, si scioglie – senza rilasciare sostanze tossiche – dal momento che è fatta di amido di mais”.

La Unionplast non ha tutti i torti quando afferma che le vecchie buste di plastica sono riutilizzabili – forse più di quelle in bioplastica, che, per ora, risultano essere un po’ fragili – i problemi però sono due: se avviene un riutilizzo del sacchetto e le modalità in cui questo avviene. Nei supermercati italiani prima del 2011 era davvero difficile, se non impossibile, vedere qualche cliente presentarsi alla cassa con un sacchetto portato da casa. Il maggiore riutilizzo dei sacchetti che vien fatto in Italia è quello di sfruttare le buste per contenere la pattumiera. Secondo il rapporto sui rifiuti pubblicato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) dei 32,5 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani prodotti in Italia ogni anno, il 36% è organico e potenzialmente riciclabile (grazie ai 229 impianti di compostaggio o alla digestione anaerobica). Tuttavia porre questi rifiuti in un sacchetto di plastica “tradizionale” significherebbe non poterli riciclare in alcun modo, destinandoli così alla discarica, che con la gestione di 16 milioni di tonnellate di rifiuti (il 45% circa di quelli complessivamente gestiti) si conferma la forma più diffusa di smaltimento dei rifiuti urbani (nonostante sia l’opzione meno adeguata dal punto di vista ambientale) o ai 49 inceneritori presenti sul territorio che, secondo il rapporto, hanno bruciato 4,1 milioni di tonnellate di rifiuti cioè il 12,7% di quelli prodotti.

Osservando il panorama europeo, si possono riscontrare altre valide alternative al ritiro dal commercio dei sacchi di plastica. Sono molti infatti gli stati che hanno sentito l’esigenza di mettere al bando i sacchetti di plastica ancor prima Italia.

Prima fra tutti l’ Irlanda che, dal 2002, ha attuato una politica di disincentivazione verso il consumatore imponendo un prezzo/tassa su ogni sacchetto (la cosiddetta PlasTax). Il governo ha deciso di imporre una tassa di 15 centesimi sugli shopper non biodegradabili, usa e getta. Il risultato: una diminuzione di sacchetti utilizzati del 90%, divenendo un esempio in tutto il mondo.

La Corsica dal 2003 ha sancito il bando totale di commercializzazione e/o utilizzo delle buste. Il divieto nella grande distribuzione è passato dopo un sondaggio-referendum effettuato presso i clienti dei principali supermercati dell’isola a Bastia, Ajaccio, Calvi et Porto Vecchio.

La Francia è dal 2006 che prova a liberarsi degli shopper con diversi tentativi. “Ha già provato a eliminare le buste di polietilene – dichiara la dottoressa Poggesi a AE – , ma quel decreto francese, a cui la norma italiana si ispira, è stato bocciato dalla Commissione europea proprio perché violava la Direttiva 94/62/CE. La procedura di infrazione ad opera della Commissione Europea è stata definita sulla base di un disallineamento tra il decreto francese e la direttiva europea”. Secondo la Commissione quel provvedimento non era conforme in materia del libero scambio: il divieto dei sacchetti di plastica non biodegradabile avrebbe ostacolato infatti il libero commercio.

Da allora la Francia si è impegnata da un lato per aumentare l’offerta dei sacchetti biodegradabili e dall’altro per tassare i sacchetti usa e getta.

L’ultimo tentativo risale al 2009, anno in cui è stato firmato un accordo volontario tra il Ministero dell’ambiente, la Federazione delle imprese del commercio e della distribuzione, la filiera della plastica, e l’Associazione dei Comuni per introdurre misure a favore dei sacchetti biodegradabili e compostabili, in vista anche di una maggior diffusione delle raccolte differenziate dell’umido.

Le soluzioni migliori rimangono – come si legge su AE 123 – le campagne di sensibilizzazione verso i consumatori per un uso più responsabile dello shopper, con lo scopo di privilegiare sempre più oggetti che abbiano caratteristiche di riutilizzabilità, ad esempio la sporta, come quella in cotone del commercio equo marchiata Altreconomia.

 

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