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La lista delle vergogna nel settore tessile

Le aziende che calpestano i diritti dei lavoratori diventano delle “celebrità”. Il Forum internazionale sui diritti dei lavoratori (International Labour Rights Forum, Ilrf) ha lanciato la “Hall of shame 2010”, che fa il verso alla hall of fame di Hollywood…

Le aziende che calpestano i diritti dei lavoratori diventano delle “celebrità”. Il Forum internazionale sui diritti dei lavoratori (International Labour Rights Forum, Ilrf) ha lanciato la “Hall of shame 2010”, che fa il verso alla hall of fame di Hollywood e vuole far conoscere uno per uno i nomi delle aziende che dovrebbero vergognarsi per le proprie “politiche” nei confronti dei dipendenti. Nella lista, dove trovano posto anche Ikea, Wal-Mart e Pier Imports (da cui è nata, in franchising, l’italiana Co.import), ci sono molte imprese che producono o commercializzano vestiti e tessuti.
C’è, ad esempio, Gymboree: “Le mamme californiane che comprano per i loro bambini gli esclusivi vestiti firmati Gymboree -spiega il rapporto "Sweatshop Hall of Shame 2010"-, forse non sanno che il cotone di cui sono fatti è stato raccolto da operai che hanno la stessa età dei loro figli”. Se l’azienda Usa ha conquistato, insieme ad Hanes e LL Beans, un posto nelle prime posizioni della Hall of shame 2010 è perché il cotone che importa è stato raccolto da bambini uzbeki. Nel Paese ex sovietico, infatti, il governo ha impiegato i ragazzi nella raccolta estiva del cotone, proprio nel periodo in cui avrebbero dovuto iniziare l’anno scolastico. Secondo Ilrf, già 25 aziende che commercializzano nel settore tessile hanno deciso, in seguito a questa vergognosa iniziativa, di non acquistare più cotone uzbeko, per indurre il governo uzbeko a fermare lo sfruttamento minorile. Gymboree, Hanes e LL Bean, pur contattate da Ilrf, hanno rifiutato di agire in proposito.
Altre aziende guadagnano una posizione nella hall of shame, la lista della vergogna, perché si riforniscono da produttori di materiale tessile che ostacolano l’attività sindacale e negano i fondamentali diritti ai lavoratori. La Propper International, che produce la maggior parte delle uniformi militari degli Stati Uniti d’America, si rifornisce in stabilimenti domenicani e portoricani che costringono gli operai a saltare la pausa pranzo, lasciandoli senza ferie o permessi per malattia. Negli stessi Paesi l’attività sindacale è ostacolata e spesso i lavoratori iscritti ai sindacati vengono licenziati senza giusta causa (il ministero del Lavoro domenicano soltanto nel 2000 ha contato oltre 200 licenziamenti ingiustificati di membri delle unioni dei lavoratori). Anche Abercrombie&fitch, Ikea e Wal-Mart si riforniscono da stabilimenti filippini e turchi che ostacolano l’attività sindacale e licenziano i lavoratori che vi partecipano.
La Pier Imports dichiara nel suo codice etico aziendale di voler promuovere i diritti umani e dei lavoratori, ma per la maggior parte dei suoi operai redige solo contratti di lavoro temporaneo, che riducono le tutele del lavoratore e consentono di pagare salari più bassi. I contratti temporanei, però, anziché durare regolarmente un massimo di sei mesi, non vengono rivisti per anni, prolungano la condizione precaria dei lavoratori, a vantaggio dell’azienda.
La menzione d’onore della Hall of shame 2010, però, va alla American Apparel and Footwear Association (Aafa), che si è mobilitata per difendere i propri interessi commerciali, scomodando anche il presidente Barack Obama con una lettera. Le relazioni commerciali con l’Honduras (il quarto fornitore di materiale tessile per le aziende americane) rischiavano infatti di venir compromesse in seguito al colpo di Stato che ha destituito nel giugno scorso il presidente Manuel Zelaya. Prima di venire destituito, Zelaya aveva introdotto importanti riforme per migliorare la condizione dei lavoratori, istituendo, per esempio, il salario minimo, di cui ha beneficiato circa il 25% degli operai del settore tessile. I sindacati e le associazioni honduregne, temendo che il regime instaurato dopo il colpo di Stato cancellasse i progressi raggiunti, hanno chiesto alla comunità internazionale di bloccare i traffici commerciali con il loro Paese, per isolare il regime e limitarne il potere. Ma subito la Aafa si è rivolta alla Casa Bianca, chiedendo “sicure relazioni economiche” con il loro quarto più importante fornitore. Per ognuna delle azi ende che hanno conquistato una stella nella Hall of shame, Ilrf ha organizzato sul proprio sito (www.laborrights.org) una campagna di pressione, che invita i consumatori ad inviare richieste via e-mail per sollecitare chiarimenti sulle condizioni di lavoro garantite dai loro fornitori.

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