Esteri / Varie

La lezione di Kobane

Sorseggiando un fumante çay, il tipico tè caldo turco, gli abitanti di Kobane, oggi ospitati nel villaggio di Mehser, ci raccontano com’era organizzata la vita prima dell’arrivo dell’Isis. La città è stata liberata alla fine del gennaio 2015. Nel nostro reportage tratto da Altreconomia 167 (gennaio, ma scritto a dicembre) il racconto della città assediata 

Tratto da Altreconomia 167 — Gennaio 2015

“Voi, stando qui, siete curdi come noi. Se scoppierà un conflitto, noi saremo in prima fila a proteggervi, perché siete come nostri figli”. Così ci accoglie una donna di Mehser, villaggio nel Kurdistan turco sul confine con la Siria. Dall’altra parte della rete e del filo spinato vanno avanti gli intensi combattimenti di Kobane. Siamo partiti dall’Italia per conoscere l’esperienza della resistenza curda: dal 15 settembre scorso l’esercito jihadista dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e della Siria) sta provando a conquistare questa città, capoluogo di uno dei tre cantoni del Rojava, parola che in curdo indica l’Ovest e che identifica il Kurdistan siriano. Assieme ai cantoni di Afrin e Cizre, Kobane rappresenta un’esperienza di democrazia dal basso, iniziata in seguito allo scoppio della guerra civile in Siria per far cadere il governo di Bashar al-Assad. Con l’approvazione della “Carta del contratto sociale per l’autogestione democratica del Rojava” (consultabile on line sul sito www.uikionlus.com), composta da 96 articoli, ha avuto inizio un esperimento di autogoverno del territorio dove “curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni” convivono e dove si persegue “libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico”, come spiega il preambolo della Carta.
Sorseggiando un fumante çay, il tipico tè caldo turco, gli abitanti di Kobane, oggi ospitati nel villaggio di Mehser, ci raccontano com’era organizzata la vita prima dell’arrivo dell’Isis. Ogni quartiere aveva un’assemblea e i cittadini partecipavano all’amministrazione pubblica, prendendo parte alle varie commissioni, composte in numero eguale da uomini e donne. Nel Rojava non esiste infatti il “sindaco”, ma ci sono due “copresidenti”, uno maschile e uno femminile e ogni etnia deve essere rappresentata: ciascun ministro del consiglio esecutivo dei cantoni deve, per legge, avere due assistenti, e i tre devono essere di etnie differenti.
L’economia della zona tra Kobane e Suruç, la città gemella ma in territorio turco, è prevalentemente agricola. Si coltivano arance, pistacchi, ulivi, melograni e si allevano tacchini, capre e galline. Si pratica un’agricoltura naturale, che non prevede l’uso di pesticidi, come sottolinea Ahmed, studente di ingegneria agraria a Kobane. Il Rojava non è una zona ricca dal punto di vista delle risorse, ma sta costruiendo un sistema economico di tipo cooperativo. Questa etica contraddistingue anche i piccoli rituali quotidiani, come i pasti: la colazione, con olive e pane, la zuppa di ceci accompagnata dal riso a pranzo e la cena, sono preparati per tutti e ci vengono dati fuori dalla moschea e vicino a una piazzetta, su dei vassoi di polistirolo, per essere consumati insieme. Il senso di ospitalità curdo -che si materializza in gesti semplici, l’offerta di una sigaretta o di un passaggio verso il villaggio vicino, o l’acccoglienza in una casa del villaggio-, ha la capacità di mettere a proprio agio chi raggiunge queste zone da lontanto. In questi luoghi dove si parla solamente il curdo, bastano pochi gesti per capirsi: ogni mattina alle 10, a Mehser, ci uniamo agli abitanti in una catena umana che guarda la città di Kobane, in solidarietà con chi è al fronte e per chiedere l’apertura del confine con la Turchia, chiuso da ottobre 2014. Ma ci sono anche i momenti in cui, sempre con dignità, ci vengono raccontate torture, anni di carcere, storie di figli scomparsi e della dura repressione da parte della polizia turca nei confronti della minoranza curda. Da due anni le unità di difesa del popolo curde siriane, maschili e femminili, Ypg e Ypj (acronimi curdi di “Yekîneyên parastina gel” e “Yekîneyên parastina jinê”), combattono la presenza dell’Isis in Siria e sono intervenute nell’estate del 2014 anche nel Kurdistan iracheno, per fermare il massacro dei cristiani e della minoranza musulmana yazida. Il governo turco di Recep Tayyip Erdogan ha chiuso il confine quattro mesi fa, durante l’avanzata dell’Isis, rallentando la fuga dei civili siriani, che possono attraversarlo solo a piedi: prima delle reti, vediamo centinaia di “auto fantasma” che rappresentano le tracce della loro fuga, insieme ai mezzi agricoli e agli animali abbandonati in Siria. Negli ultimi tre mesi del 2014, quasi quotidianamente sono state organizzate manifestazioni sul confine per chiedere l’apertura di un corridoio umanitario: in una, promossa dagli artisti locali, il 6 novembre l’attivista Kader Ortakaya è stata uccisa dall’esercito turco che presidia il confine. Nonostante questa presenza, combattenti dell’Isis entrano facilmente in territorio siriano e colpi di mortaio cadono in territorio turco sfiorando i villaggi; la notte del 25 novembre siamo svegliati dall’esplosione, a Kobane, di un finto camion di aiuti umanitari passato dal check-point presidiato dall’esercito turco, e la mattina alcune milizie attaccano la città siriana dalla parte turca del confine, a poche centinaia di metri da un accampamento militare. In questo clima di ostilità nei confronti dei curdi, solo una piccola parte dei rifugiati siriani (6.100 persone) ha scelto di andare nei campi d’accoglienza gestiti direttamente dal governo turco. Infatti, come ci racconta Zuhal Elenez, copresidente della municipalità di Suruç, “dei rifugiati di Kobane, circa 20mila vengono ospitati in case private a Suruç, 17mila nei villaggi della Provincia e ben 10mila nei 5 campi attrezzati dalle autorità cittadine”. Nonostante in ottobre la popolazione della città sia raddoppiata, e -come dice Zuhal- “la Turchia stia bloccando gran parte degli aiuti umanitari”, l’autogestione dei campi garantisce a tutti un’accoglienza dignitosa. La municipalità porta la corrente elettrica, ha costruito l’impianto fognario e cerca i volontari. Il resto della gestione è diviso in commissioni, composte dagli abitanti dei campi, che si occupano di tutti gli aspetti, dall’alimentazione alla salute, passando per la logistica. Attorno ai campi numerosi volontari, in maggioranza turchi, aiutano nella suddivisione degli aiuti a partire dai 2 centri di raccolta di provviste e indumenti. Coordinati dalla responsabile, anche noi prepariamo i sacchi con riso, olio, ceci, farina e zucchero, inviati principalmente da città turche e curde, e destinati alle famiglie in base ai loro bisogni. Altre persone caricano i camion per la consegna.
Sono 115 le tende nel campo che visitiamo, chiamato “Rojava”, dove vivono circa mille persone. In questo momento -mentre un altro campo è in costruzione- nei centro di accoglienza di Suruç c’è bisogno prima di tutto di medicinali, indumenti pesanti, coperte e radiatori, di personale medico e di educatori, ma il modello comunitario del Rojava funziona anche tra le tende dei campi autogestiti. —

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia