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La legge sulla biodiversità agricola e alimentare compie cinque anni. Un bilancio

Il primo dicembre 2015 veniva approvata dal Parlamento la legge 194 che dava “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità d’interesse agricolo e alimentare”. Dopo un iter molto lungo, il provvedimento finalmente prendeva vita riconoscendo l’importanza di salvaguardare la biodiversità di interesse agrario e assegnando agli agricoltori un ruolo importante nella sua conservazione. Come è andata

© Arnaldo Aldana - Unsplash

Sono passati cinque anni da quando il primo dicembre del 2015 veniva approvata dal Parlamento la legge 194 che dava “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità d’interesse agricolo e alimentare”. Dopo un iter molto lungo -e quando già dal 2000 11 Regioni avevano emanato proprie leggi in materia- il provvedimento finalmente prendeva vita riconoscendo di fatto l’importanza di salvaguardare la biodiversità di interesse agrario e assegnando agli agricoltori un ruolo importante nella sua conservazione. È tempo di bilanci.

“Dopo un buon inizio che aveva dato coraggio alle iniziative di alcune Regioni è successo poco, troppo poco, per le aspettative di sviluppo che aveva creato la legge”, spiega Vincenzo Vizioli, presidente di Firab (Fondazione per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica). “Ci si sarebbe attesi almeno un coordinamento delle iniziative regionali, un’armonizzazione degli interventi, la presa in carico della questione all’interno dei Programmi di sviluppo rurale o di altre misure di sviluppo rurale così come di consumo consapevole, ovvero di politiche d’informazione dei consumatori, di ricerca e innovazione. Nulla di tutto ciò. Il fatto che la legge non avesse un budget dedicato è stato un limite significativo, o almeno -prosegue Vizioli -avesse legato le Regioni a una spesa programmata e condivisa. Oltre allo sviluppo rurale, non ci sono state azioni conseguenti in leggi e decreti dei settori agricoli e agroalimentari che ne cogliessero il senso. La Pac (Politica agricola comune) in primis e poi per il biologico, basti citare il decreto ministeriale sulle rotazioni che è la negazione della biodiversità coltivata”.

Per Roberto Scalacci, direttore della Direzione agricoltura e sviluppo rurale della Regione Toscana, “il bilancio è positivo, nonostante che la legge non si presenti di facile comprensione, soprattutto in certi punti, e alcuni ritardi nell’applicazione della stessa. A oggi l’Anagrafe nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare (o agrobiodiversità) consta di quasi duemila risorse genetiche iscritte da otto Regioni, ma sappiamo -ricorda- che anche altre si stanno predisponendo per iscrivere le loro risorse genetiche locali a rischio di estinzione. Gli agricoltori custodi della Toscana a oggi sono 154 su 180 attuali (i restanti 26 saranno iscritti a breve) e gli allevatori custodi sono in fase di definizione, ma saranno anch’essi numerosi. Lo stesso vale per le banche del germoplasma che in Toscana sono dieci riconosciute dall’ente Terre regionali toscane e che presentano tutte le caratteristiche per essere riconosciute anche a livello nazionale. Inoltre il fondo della legge ci ha permesso l’animazione della Giornata nazionale dell’agrobiodiversità, il 20 maggio di ogni anno, tramite le scuole e l’ente Terre regionali toscane. Di rilievo nelle previsioni della legge il sostegno alle comunità del cibo e dell’agrobiodiversità, strumento utile al coinvolgimento degli attori locali nella tutela del proprio territorio: agricoltori custodi e non, enti locali, scuole, ristoratori, commercianti, agriturismi, ecc. Purtroppo ci sono stati dei ritardi -continua- nell’attuazione della legge e in particolare nella definizione di un marchio degli allevatori e agricoltori custodi, richiesto a gran voce da molte Regioni, così come nello sviluppo del portale e del sistema informatico di gestione dell’Anagrafe nazionale e della rete nazionale, ma sappiamo che i lavori, anche se tra molte difficoltà, stanno comunque procedendo”.

Rimanendo sul ruolo degli agricoltori custodi della biodiversità c’è chi sostiene che con questa legge il fine è quello di “mangiarsi” ciò che si è coltivato o allevato. In pratica agricoltori pagati e controllati da vari enti per conservare e basta. “Un agricoltore per definizione non coltiva mai solo per se stesso e in Toscana, molti agricoltori custodi -racconta Scalacci- hanno sviluppato le risorse genetiche da loro conservate fino ad arrivare a commercializzare le sementi, oltre che il prodotto finito, prendiamo per esempio il cece rugoso della Maremma o la Cipolla rossa della Valtiberina. In totale sono 31 le varietà locali a rischio di estinzione della Toscana, recuperate e iscritte nel Repertorio regionale fin dagli anni 90, ora iscritte nell’Anagrafe nazionale, che sono rientrate regolarmente in commercio come varietà da conservazione per la commercializzazione delle sementi, anche se sono ancora oggi a rischio di estinzione”. “La figura dell’agricoltore e allevatore custode -continua Scalacci- è fondamentale per un vero sistema di tutela e valorizzazione della biodiversità di interesse agrario e alimentare. Occorre, tuttavia, agevolare il passaggio da una strategia di mera conservazione a quella dell’uso a fini commerciali delle risorse genetiche e dei prodotti ottenuti da queste, in modo da permettere agli agricoltori di poter ottenere un reddito equo da queste attività”.

A detta di Cristina Micheloni, agronoma e presidente Aiab del Friuli-Venezia Giulia, “Già conservare ‘mangiando e facendo mangiare’ non è cosa da poco ed è l’unico strumento per mantenere vive le varietà locali. Inoltre bisognerebbe allargare la visione, come già fece il Piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo, e includere la preservazione della biodiversità microbica: sto pensando al suolo, alla sua attività microbiologica e alla sua estrema importanza per la preservazione della fertilità, ma anche a quella utilizzata per le fermentazioni e altre trasformazioni alimentari”. Sul tema poi dell’iscrizione delle sementi all’Anagrafe nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, la “legge sementiera vieta lo scambio tra agricoltori -ribadisce Micheloni- se non come in questo caso tra appartenenti alla rete e in modica quantità, termine per altro mai precisato, un limite per i coltivatori custodi che invece vorrebbero coinvolgere altri colleghi, anche per quantità più consistenti di semente. Nella pratica sappiamo che c’è stata una intenzionale confusione tra brevetto, che tutela una invenzione, cioè una nuova varietà riconosciuta e iscritta, e diritti di moltiplicazione di una varietà”. “Per esempio -continua- il grano Senatore Cappelli è stato utilizzato dalla Sis, che aveva acquisito i diritti di moltiplicazione dal Crea, come fosse di sua proprietà con obbligo di riconsegna del prodotto ottenuto dai produttori e royalties per l’uso aziendale o commerciale, quando invece il mandato prevedeva la sola moltiplicazione e vendita della semente certificata. La proposta di legge sul biologico, ferma al Senato, contiene un articolo che facilita lo scambio tra le aziende come proposto dal trattato Fao sulle risorse fitogenetiche. Peccato però che sia ferma da tre legislature e la stagionatura renda ora auspicabile una rapidissima revisione”.

Guardando avanti, “la richiesta che ci sentiamo di dover fare per migliorare la legge -afferma ancora Roberto Scalacci, della Regione Toscana- è quella di una maggiore attenzione al tema dell’agrobiodiversità a livello nazionale velocizzando l’attuazione della legge stessa in tutti i suoi strumenti, ma comunque efficace e ancora innovativa. Resta, infatti, valida la volontà di fondo di istituire un sistema nazionale di tutela e valorizzazione dell’agrobiodiversità dell’Italia che sia anche a supporto ai prodotti di eccellenza e ai paesaggi rurali apprezzati e conosciuti in tutto il mondo”. Per Cristina Micheloni, dell’Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica), è anche importante “che la legge sia messa in co-evoluzione con la strategia europea per la biodiversità e con la nuova normativa europea sul bio che aprirà ai materiali eterogenei, ovvero a popolazioni e miscugli o composti ottenuti da selezione evolutiva, che sono quelli su cui gli agricoltori possono più utilmente lavorare. Ciò aggiungerebbe un essenziale tassello alla mera conservazione”. In termini di politica agricola europea occorre poi “prevedere un coordinamento tra questa legge e le opportunità che la nuova Pac potrà offrire in modo particolare con il nuovo Quadro strategico nazionale e attuando gli indirizzi contenuti nelle strategie Farm to Fork e biodiversità della Commissione europea”, conclude Scalacci.

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