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Diritti / Opinioni

La inaccettabilità di questa ultima guerra-in-cerca-di-un-nome

© Bekky Bekks - Unsplash

La proibizione della guerra, così chiaramente presente nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella nostra Costituzione, è violata in nome di un “non importa che menzogna o scusa dettata dal potere”. Diciamo “basta”, dall’Ucraina al Mali. Il commento di Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei popoli

L’unica cosa “vera” sono le vittime, militari e civili, dirette ed indirette. Intendo cioè la circostanza attesa, pianificata, documentabile, marginale nelle cronache e nelle considerazioni politiche su quanto sta succedendo in queste ore che diventano giorni, senza una fine prevedibile, in Ucraina. Come si dice per tutte le guerre, la prima vittima certa è la verità, da tutte le parti in causa. Una guerra, quella che si dice essere “scoppiata”, che è sorvegliata e accompagnata negli infiniti dettagli, come un parto ad alto rischio. In un luogo (enclave, regione, Stato nuovo, indipendente, neo-coloniale?) di cui si può dire solo che coincide, da tanti anni, con intervalli di altri “scoppi”, sanguinosissimi seppure “interni”.

È chiaro l’aggressore materiale. E l’aggredito? Il diritto internazionale? La “comunità” degli Stati? La “civiltà” occidentale? Quale posto occupa questa guerra-in-cerca-di-un-nome tra i tanti scoppi, acuti e cronici, con equivalenti o molte più o meno vittime, di cui è così ricca e variata la mappa del mondo? Penso all’area curda, alla Siria, alla Libia, al Sahara Occidentale, allo stillicidio palestinese, solo per rimanere “dalle nostre parti”. Ma senza dimenticare il Myanmar, il Kashmir, il Mali.

E se tutto quanto avviene-avverrà in Ucraina fosse “solo” -con costi intollerabili in termini di diritti umani- una delle mosse di una partita a scacchi permanente, giocata sui tavoli riservati di diplomazie che giornalmente “digeriscono” senza batter ciglio le guerre ai migranti da ogni guerra, i “bombardamenti sul futuro” dell’ambiente e delle generazioni presenti e future degli affamati-scartati, gli algoritmi “neutrali” che decidono ciò che è legale-permesso, e cancellano le vite concrete dei popoli, che sono disturbanti perché introducono la variante disturbante dei diritti umani di ognuna/o?

Nulla di nuovo dunque in Ucraina: le domande si sono fatte più esplicite, perché geograficamente ed emotivamente vicine. Come era stata ad un tempo la ex-Jugoslavia e i suoi genocidi accompagnati da guerre umanitarie, che ci aveva “aggiornato” sulla “prossimità” di quanto era accaduto in Rwanda, e nella guerra del Golfo. Ma avevamo dimenticato presto: Iraq, Isis, Sri Lanka, il genocidio lungo 70 anni della Colombia che continua nel silenzio perfetto di tutti gli attori, anche “noi”, dell’Ucraina.

Il punto di vista del Tribunale permanente dei popoli -piccolo piccolo, senza potere né mediatico né ancor meno politico- ha come unica funzione irrinunciabile quella di essere un pro memoria della sola inviolabilità su cui misurare la “civiltà” dei tanti diritti ufficiali, nazionali ed internazionali.

La inaccettabilità della guerra-in-cerca-di-un-nome che occupa l’orizzonte globale documenta ancora una volta la incapacità programmata di non trasparenza e di dire la verità dei potenti. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è reduce dall’Afghanistan e le conseguenze di quella guerra pesano oggi: non sulla “coscienza” ma certo sulla responsabilità di tutti “noi” alleati, in termini di morti per fame. Più silenziosi e noiosi di quelli per bombe o missili o droni. E la risposta sono sempre -quando e se gli interessi, delle banche o delle strategie energetiche lo permettono- “sanzioni devastanti”. Per chi, a che scopo, con quale attenzione ai popoli soggetti di storia, trasformati in mosse di partite a scacchi?

Questo testo non voleva essere scritto perché l’unica cosa da dire è “No, a tutto ciò che rimanda, coincide, rende di fatto protagonista la guerra, in tutte le sue forme e sotto qualsiasi nome. Senza se e senza ma”. Nel ricordo di tutti i popoli che nella sua storia “permanente” hanno chiesto al Tribunale di dare a loro una voce più forte e indipendente di quella di tutti gli aggressori, il “no” ha provato ad articolarsi, traducendosi in domande che sono allo stesso tempo ovvie ed imprescindibili. E che resteranno permanenti finché la “civiltà” delle nostre società non avrà la lucidità (sempre più rara) di prendere sul serio la proibizione della guerra, così chiaramente presente nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella nostra Costituzione, e così ovviamente violata in nome di un “non importa che menzogna o scusa dettata dal potere”.

È l’augurio del Tribunale permanente dei popoli, anzitutto perché tutte le vittime “inutili” di questa guerra, unite a quelle delle tante guerre di cui è fatta la guerra mondiale per frammenti (ne parla papa Francesco) si trasformino in un grido permanente di “basta”.
Se ancora una volta il “piacere” di giocare a scacchi sarà la regola del diritto internazionale, per le nuove generazioni sarà ancor più vera la tragica verità della “Ninna nanna sulla guerra” di Trilussa, così come recitata, parola per parola, sguardo per sguardo, da un indimenticabile, disincantato, dolcissimo Gigi Proietti.

Gianni Tognoni, ricercatore in alcuni dei settori più critici della sanità, con progressiva concentrazione sugli aspetti di salute pubblica e di epidemiologia della cittadinanza. È segretario generale del Tribunale permanente dei popoli

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