Diritti / Opinioni

La guerra alla salute mentale dei bambini

Un minore su cinque nel mondo ha un disturbo mentale. Un problema invisibile che l’attacco ai curdi nel Nord della Siria non fa che acuire. La rubrica di Luigi Montagnini, medico senza frontiere

Tratto da Altreconomia 220 — Novembre 2019
© Eric Ward - Unsplash

Il 10 ottobre 2019 è stata la Giornata mondiale per la salute mentale. Il 9 ottobre 2019 è iniziata l’operazione militare condotta dalla Turchia contro i curdi nel Nord della Siria. Vorrei riuscire a dare voce alla sofferenza di chi vive questa guerra, un grido di paura, di impotenza, di insicurezza e di disperazione. È un grido che diventa gemito e poi silenzio, se non c’è nessuno che lo ascolti, che se ne faccia carico, che lo curi. È grido che rimbomba nella testa ma che non esce dalla bocca, che risuona nelle ossa e vi rimane incistato.  “La guerra in ogni parte del mio Paese è molto brutta perché molte persone vengono uccise e rimangono senza casa. Come è successo a noi, quando mio padre è stato ucciso dai bombardamenti e i miei fratelli più piccoli sono rimasti orfani. Non posso spiegare che cosa si provi in un messaggio. So che hanno chiuso l’ospedale di Tal Abyad. So che cosa provano le persone che vivono là, perché ho vissuto nelle stesse condizioni”. Sono i messaggi che in queste ore mi ha scritto il mio amico siriano Saeed, con cui ho lavorato a Qabasin e che ora vive da rifugiato in Turchia. In Siria ci sono bambini che hanno otto anni e hanno visto solo ed esclusivamente la guerra.

6.000.000: sono i minori siriani che dipendono dall’assistenza umanitaria. 2.300.000 sono i bambini siriani che vivono come rifugiati (dati Unicef 2017)

Circa un bambino o adolescente ogni cinque nel mondo ha un disturbo mentale. La metà dei disturbi mentali inizia prima dei 14 anni. Il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni. In situazioni di conflitto, circa una persona su nove ha un disturbo mentale moderato o grave. Sono i dati della World Health Organization (WHO) sulla salute mentale nel mondo. Sono molti i minori che hanno bisogno di supporto e di cure mentali, ma sono molti anche gli ostacoli che impediscono loro di ricevere cure adeguate. Anzitutto la comprensione della sua utilità e lo stigma sociale. Poi la disponibilità di personale competente: il WHO stima che nei Paesi a basse risorse ci siano due operatori di salute mentale ogni 100mila persone. Anche quando sono presenti, bisogna garantire un adeguato tempo di contatto tra professionisti e pazienti e saper riconoscere i sintomi: molti di quelli legati al disordine da stress post-traumatico (PTSD) sono sfumati, come la perdita di memoria, la difficoltà di concentrazione o l’incapacità di esprimere emozioni. In contesti di guerra, il compito di farsi carico della salute mentale dei minori è spesso esclusivamente a carico di organizzazioni non governative: la sfida più grande per i team di salute mentale è ottenere la fiducia delle persone, condizionate dalle loro storie e dagli incontri disumani che ne hanno causato la sofferenza. Poi, anche per organizzazioni molto esperte, le barriere linguistiche e culturali sono spesso invalicabili.

Nulla è nuovo in questa nuova guerra dentro la guerra, caratterizzata dalla sistematica distruzione di ospedali e strutture sanitarie. Sono passati pochi giorni dal 9 ottobre e già alcuni ospedali, come quello di Tal Abyad, nel governatorato di Raqqa, sono stati costretti a chiudere perché la maggior parte dello staff medico ha lasciato l’area con le proprie famiglie. Come a Tal Abyad, ci sono intere comunità prive di assistenza sanitaria. Nei campi di Al Hol e Ain Issa, le organizzazioni umanitarie sono state costrette a sospendere o limitare le proprie operazioni, lasciando senza assistenza migliaia di donne e bambini. Difficile che qualcuno, in un contesto simile, possa anche solo pensare di curare il PTSD di un bambino e prevenirne le cicatrici mentali.

Luigi Montagnini è un medico anestesista-rianimatore. Dopo aver vissuto a Varese, Londra e Genova, oggi vive e lavora ad Alessandria, presso l’ospedale pediatrico “Cesare Arrigo”. Da diversi anni collabora con Medici Senza Frontiere.

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