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Diritti

La diga del Chixoy in Guatemala: trent’anni di impunità

Alcune organizzazioni internazionali chiamano in causa Banca mondiale e Banca interamericana per lo sviluppo, che a trent’anni dalla costruzione dell’invaso ancora non hanno "compensato" le 32 comunità che hanno subito danni permanenti a causa del progetto, finanziato -tra gli altri- dalla Cooperazione italiana.

Dai massacri sono passati trent’anni, ma le comunità indigene Maya-Achi del Guatemala non dimenticano. La costruzione dell’impianto idroelettrico del Chixoy, finanziata per 105 milioni di dollari dalla Banca mondiale (Wb), con 72 dalla Banca interamericana di sviluppo (Iadb) e -infine- dalla Cooperazione italiana, ovvero dal ministero degli Esteri, con 8,7 milioni di dollari. La diga venne realizzata tra il 1975 e il 1985 da un consorzio di cui faceva parte anche l’italiana Cogefar (oggi Impregilo). Mentre la diga era in costruzione, tra il 1981 e il 1982, il municipio di Rabinal, nel dipartimento di Baja Verapaz, dov’è localizzata, fu oggetto di numerosi massacri, in cui persero la vita almeno 444 persone. 32 comunità, invece, sono state direttamente danneggiate, e in modo permanente, a causa della costruzione della diga. Ma i danni non sono mai stati sanati, né i sopravvissuti indennizzati.

Per questo, c’è ancora chi chiede giustizia: il 30 novembre scorso alcune organizzazioni non governative, che sostengono le attività del Comitato delle comunità danneggiate dalla diga del Chixoy (Cocacich per la sua sigla in spagnolo), hanno indirizzato una lettera aperta a Robert Zoellick, presidente della Banca mondiale, a Pamela Cox, vicepresidente dell’Ufficio regionale per l’America latina e i Caraibi della stessa istituzione, e Luis Alberto Moreno, presidente della Banca interamericana di sviluppo. Nella missiva Grahame Russel di Rights Action, Bret Thiele di Global Iniciative for Economic, Social and Cultural Rights, e Lauren Carasik dell’International Human Rights Clinic, ricordano alle due istituzioni finanziarie internazionali che “è giunto il momento di smettere di occultare le proprie responsabilità sotto una coperta di impunità e immunità”. Invitano i dirigenti di Wb e Iadb “a finanziare e implementare, in collaborazione con il governo guatemalteco, un piano integrale di riparazione per le comunità situate lungo il corso del fiume Chixoy”.

Una prima missiva, firmata da Righs Action, era stata indirizzata a fine giugno a Banca mondiale e Banco interamericano di sviluppo ma anche all’Organizzazione degli Stati americani e alla Commissione inter-americana per i diritti umani. In quattro pagine, Grahame Russel ricostruisce quanto accaduto in 32 comunità per effetto della costruzione della diga. 25 erano situate a Nord dell’invaso, e molti dei suoi abitanti hanno perduto la terra e sono state sfollate. Sette, a Sud della diga “vivono in uno stato di semi-permanente siccità” dai primi anni ’80, visto che il fiume Chixoy è stato seccato per 40 chilometri. “Il lungo cammino per la verità, la memoria e la giustizia” scrive Russel, è iniziato nel 1993, “quando i sopravviventi del massacro di Río Negro hanno iniziato a riesumare dalle fosse comuni i corpi dei propri cari. Le riunioni tra i sopravviventi e funzionari della Banca mondiale sono iniziati nel 1996, oltre 15 anni fa. Una tappa fondamentale di questa vicenda è quella del 7 settembre 2004: quel giorno, tremila contadini Maya-Achi delle comunità danneggiate dalla diga del Chixoy realizzarono una manifestazione di protesta pacifica di fronte sotto la parete dell’invaso, che ha portato il governo del Guatemala ad accettare la creazione di un tavolo di negoziato, per discutere i danni causati dalla costruzione della centrale idroelettrica. “Banca mondiale e Banca interamericana di sviluppo non hanno voluto sedersi al tavolo in qualità di soci -scrive Russel-, ma accordarono a una partecipazione con il ruolo di ‘osservatori’”. Nel 2010, il lavoro del tavolo arriva a compimento: il governo del Guatemala, sulla scorta della documentazione prodotta dal tavolo di negoziato, e raccolta in un rapporto che classifica tutto ciò che fu “perso, distrutto, rubato o confiscato illegalmente”, accetta il piano integrale di riparazione.
Secondo la ricostruzione della ong International Rivers, esso include “compensazioni per perdite e danni materiali e non materiali” per 154,5 milioni di euro; la costruzione o ricostruzione di quasi 450 abitazioni, e ancora strade, fognature, acquedotti e altri progetti infrastrutturali; la presentazione di scuse formali da parte del presidente del Guatemala; una gestione del bacino del Chixoy che tenga conto dei principi di deflusso minimo vitale lungo il corso del fiume, per salvaguardare qualità e quantità dell’acqua. “Nonostante questo -conclude il rappresentante di Rights Action- le vostre banche si negano a realizzare azioni dirette affinché il piano di riparazioni venga implementato”. 

Nella foto, scattata nel cimitero di Rabinal, il monumento che rende omaggio alla vita di 177 bambini e donne di Río Negro massacrati il 13 marzo del 1982. Foto di Rights Action

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