Ambiente

La deforestazione diminuisce?

Lo sostiene l’ultimo rapporto Fao. Che però non tiene conto del taglio illegale e delle piantagioni

La deforestazione mondiale di questo decennio è diminuita: ad affermarlo è l’ultimo rapporto della FAO (http://www.fao.org/forestry/fra/fra2010/en), che monitora lo stato delle risorse forestali di oltre duecento Paesi in tutto il mondo dal 1946. Su un totale mondiale di 4 miliardi di ettari di foresta (il 31% della superficie terrestre), sono 13 i milioni di ettari che ogni anno vanno perduti – rispetto ai 16 milioni degli anni Novanta –, in parte per via di cause naturali e gestione forestale insostenibile, ma soprattutto perchè convertiti ad uso agricolo. Il rapporto specifica che questo dato – che resta comunque piuttosto alto – è il risultato dell’impegno di tutti quei Paesi, come Brasile ed Indonesia, che si sono impegnati nell’ultimo decennio a ridurre le elevatissime perdite di area forestale degli anni Novanta, impegno compensato da tutti quei fenomeni, come catastrofi e siccità, che altrove hanno danneggiato aree già critiche (come l’Australia). La perdita netta di area forestale (la differenza tra area deforestata e foreste rigenerate) ammonta mediamente a 5.2 milioni di ettari l’anno, area che corrisponde più o meno alla superficie della Costa Rica. Il Sud America e l’Africa continuano ad essere le aree in cui si concentrano le perdite maggiori, mentre in Europa e Asia (soprattutto per via della forestazione cinese) hanno riportato un incremento netto di area forestale.
Ridurre le perdite significa anzitutto proteggere le foreste esistenti classificandole come aree protette e includendole in programmi nazionali di sviluppo, e in secondo luogo avviare progetti di forestazione. Molti Paesi si sono impegnati in entrambe queste direzioni: le aree di foresta protette sono aumentate di 95 milioni di ettari, di cui quasi la metà negli ultimi cinque anni, portando il 75% delle foreste mondiali ad essere inserite in un programma di tutela nazionale. Il risultato è che ad oggi il 10% delle foreste mondiali è giuridicamente tutelato e 12% è destinato alla conservazione della diversità biologica (conservazione di acqua e suolo). Inoltre, le aree oggetto di forestazione da parte dei governi rappresentano oggi il 7% delle foreste totali.

I progressi fatti non devono comunque essere letti come un traguardo: il tasso di deforestazione mondiale resta molto alto e le diverse minacce alla sopravvivenza di queste aree – gestione forestale insostenibile, cambiamenti climatici, incendi boschivi e infestazioni di parassiti e malattie – sono ancora consistenti. Il rapporto FAO non ha potuto fornire dati precisi riguardo questi fenomeni, in quanto diversi Paesi – soprattutto in Africa – non hanno voluto collaborare fornendo i propri. Il 30% delle foreste mondiali, corrispondente a 1,2 miliardi di ettari, sono usate a fini “produttivi”, in particolare per la produzione di legno. Le quantità prodotte a livello globale sono diminuite di 50 milioni di ettari rispetto al 1990, anche se di questi almeno 10 milioni sono stati semplicemente trasferiti ad usi cosiddetti “multipli” pur continuando le stesse attività. Parallelamente i traffici di legname – per la trasformazione industriale o per farne bio-carburante – stanno aumentando, e coinvolgono 3,4 miliardi di metri cubi di materiale ogni anno (lo 0,7% del totale disponibile), senza tener conto dei movimenti informali e illegali.

 

Come nel caso del Camerun, le cui foreste pluviali continuano ad essere tagliate illegalmente. Il Resource Extraction Monitoring (REM), osservatorio che si occupa di verificare la legalità del settore forestale in Camerun, ha pubblicato l’ottobre scorso l’esito di un’attività di monitoraggio durata quattro anni, che evidenzia delle responsabilità italiane.

Una delle due società a capitale italiano sottoposte alle indagini nell’ottobre 2009 è stata la FIPCAM, facente parte della Bruno s.p.a., che detiene concessioni per il taglio di legname nei distretti di Mbam e Inoubou, in Camerun. Gli ispettori hanno riscontrato delle irregolarità in queste zone in quanto la mappatura dei limiti territoriali era mancante per diverse aree, e aveva finito per creare dei contenziosi con la vicina – anch’essa italiana – SOFICOM. L’assenza di documentazione in merito alle concessioni e ai beneficiari dei permessi ha causato dei conflitti anche con i villaggi vicini, che hanno accusato la FIPCAM di furto di alberi dalla loro municipalità.

La seconda società italiana accusata dall’osservatorio è il Gruppo SEFAC (Società d’Exploitation Forestiere et Agricole du Camerun), attiva nei distretti di Bouma e Ngoko Departements: questa avrebbe presentato una dichiarazione falsata dei volumi di legname abbattuto per non pagare le tasse, esponendosi così ad una multa fino a 10 milioni di FCFA e da uno a tre anni di detenzione.

Il Gruppo SEFAC è una sussidiaria dell’italiana Vasto Legno SpA con sede a Milano, che distribuisce con diritto esclusivo i suoi prodotti in tutto il mondo.

Per entrambe le società italiane segnalate dal REM le accuse da parte degli organi di controllo ed i contenziosi con le comunità del posto non sono certo una novità: un breve excursus attraverso le loro vicende in Camerun possono velocemente dimostrare come le infrazioni del 2009 siano, per questi soggetti, ordinaria amministrazione. Per la FIPCAM, che dal 2000 produce ed esporta di materiali in legno dal Camerun e dalla Costa d’Avorio, le operazioni illegali sono state quantificate dai ricercatori di Friends of the Earth, che nel 2006 hanno accertato l’invasione da parte della società della foresta comunale di Messamena – Mindourou e l’apertura in loco di 3-5 chilometri di piste. Sono state rilevate quattro aree per lo stoccaggio di tronchi che recavano il marchio della società. Accusata di aver prelevato specie protette, sfruttato le foreste oltre la propria concessione e aver commesso frode legale sui documenti emessi la FIPCAM è stata condannata a pagare una multa di 302 milioni di franchi centrafricani (CFA), una sanzione che risulta ben poca cosa in rapporto ai 650 milioni di franchi guadagnati illegalmente in queste modalità.

La SEFAC invece, gruppo attivo nel Camerun orientale dagli anni Settanta, controlla concessioni forestali per un’area totale di circa 397.000 ettari. La società è stata nel corso degli anni Novanta sanzionata più volte per taglio illegale, fino al fermo temporaneo dei lavori ed esclusione dalle gare di assegnazione, per violazione del codice forestale, taglio illegale e sfruttamento fraudolento delle concessioni. Purtroppo l’entità delle sanzioni fu talmente bassa che presto la SEFAC fu riammessa al mercato e poté continuare con profitto i propri affari. Nel 2003 e nel 2006 i rapporti dell’Osservatorio forestale del Camerun hanno continuato a rimarcare irregolarità nella gestione delle concessioni: ceppi tagliati e non registrati, assenza di piani annuali di gestione. Dal 2007 il comportamento della società è sembrato volgere al miglioramento, quando il 20 settembre due società del gruppo SEFAC hanno ottenuto la Certificazione FSC ICILA per la Gestione Forestale Sostenibile di 314.655 ha di foresta tropicale e la produzione di tronchi, segati e scorniciati in differenti profili. Il certificato è stato revocato nell’ottobre 2009 e poi riassegnato da un altro ente (Bureau Veritas): la nuova certificazione si limita però ad ereditare da ICILA lo standard di catena di custodia, che supervisiona e garantisce sulla trasformazione della materia prima in segheria, ma esclude la Gestione Forestale, che rimane in attesa di ulteriori controlli sul campo da parte del nuovo ente.

Il Camerun dispone 19.6 milioni di ettari di area forestale, corrispondente a quasi la metà di tutto il territorio nazionale. Di questi, 12.8 milioni sono allocati in modo permanente alla produzione di legname, che ammonta annualmente a 2 milioni di metri cubi e deforesta ogni anno 220.000 ha di territorio. L’Unione Europea assorbe l’80% delle esportazioni di legname dal Camerun. Quello forestale è un settore importante per l’economia dello Stato perché contribuisce all’economia nazionale per 62.5 milioni di euro, equivalenti al il 6% del PIL.

L’Italia è il primo importatore europeo di legname tropicale, seguito da Spagna e Cina: l’ISPRA registra 19 milioni di tonnellate annue di legno e derivati importate ogni anno.

Dal Camerun, secondo il rapporto WWF del 2006 il nostro paese importa il 24% del legname tagliato e commerciato illegalmente, nonostante nel corso dell’ultimo decennio il Camerun ne abbia registrato una riduzione del 50% , attestando la produzione illegale ad una percentuale del 35% del totale.

La legislazione internazionale ha provato a risolvere questa situazione, in Camerun come in altri Paesi, istituendo con un regolamento del 2005 un sistema di licenze per verificare l’origine legale delle materie importate in Unione Europea. La definizione nel dettaglio di questi regolamenti dovrebbe essere inserita in una serie di Accordi Vincolanti di Patrenariato (PVA) sottoscritti da stati coinvolti e l’Unione Europea. Per il Camerun l’accordo è stato sottoscritto soltanto nel maggio di quest’anno, e impone un sistema di licenze sulla produzione/esportazione di legno a partire dal 2012. La stessa dilazione nei tempi di ratifica è stata adottata per il recente Regolamento Europeo contro il legno illegale, che tra le altre cose impone l’obbligo da parte delle imprese coinvolte nell’esportazione di legname di garantire la tracciabilità delle merci e, in caso di produzione illegale, multe commisurate al danno ambientale ed economico causato.

La banca mondiale ha quantificato la perdita economica dovuta al commercio illegale del legname a 10 miliardi di dollari americani, da cui sono esclusi i 5 miliardi annui di tasse governative evase.

 

 

 

 

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