Economia / Opinioni

La crisi in Afghanistan e il “grande gioco” della Cina

Dal rame al litio, le riserve minerarie sono tra le principali fonti di reddito -oltre all’oppio- di cui disporranno i Talebani. Potranno essere oggetto di accordi con Paesi terzi. La Cina si prepara a rafforzare il suo monopolio in settori strategici per la “svolta verde”. L’analisi di Alessandro Volpi

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In questa fase numerose economie occidentali stanno soffrendo per la difficoltà a rifornirsi di microchip e semiconduttori, indispensabili per la produzione di molti settori, dall’automotive all’elettronica. Tale dipendenza è diventata assai rilevante dopo la scelta di ridurre l’impatto ambientale di vari prodotti, a partire dall’automobile e dagli elettrodomestici. Le attuali difficoltà di approvvigionamento derivano, in primis, dal fatto che microchip e semiconduttori provengono in larghissima parte dall’Asia, e in particolare dalla Cina, dove la produzione è iniziata da tempo. Sono evidenti allora alcuni paradossi.

Il primo viene da lontano e deriva dalla decisione “occidentale” di trasformare la Cina nella fabbrica del mondo per la sua capacità di produrre a basto costo, a cui ha fatto seguito la strategia del governo cinese di “pubblicizzare” diverse delle aziende strategiche. Mentre Europa e Stati Uniti si inebriavano di finanziarizzazione, e trascuravano l’innovazione e la tenuta delle proprie politiche industriali, la Cina ha acquisito il monopolio di settori strategici, capendo in anticipo anche ciò che sarebbe servito alla svolta “verde” delle stesse economie a capitalismo maturo. In maniera paradossale così la possibilità di dare corpo a produzioni ambientalmente meno impattanti dipende dal più grande inquinatore mondiale che ha acquisito una posizione monopolista.

Deriva da qui il secondo paradosso per cui l’accresciuta domanda di beni “verdi” non può essere soddisfatta per carenza di componentistica e per le scelte che la Cina decide di fare a proprio, esclusivo vantaggio, magari negoziando condizioni decisamente più favorevoli rispetto alla propria capacità di inquinare. La miopia occidentale in termini di strategie industriali coerenti con la propria visione del futuro sta generando mostri, a cui se ne aggiungono, non a caso, altri: nel 2020 il valore dei prodotti italiani contraffatti nell’intero Pianeta ha raggiunto i 100 miliardi di euro, segnando un balzo in avanti dai 60 miliardi del 2017. Oltre il 60% di tale contraffazione proviene dalla Cina. In sintesi, facciamo fatica a produrre per la dipendenza dalla Cina che ci toglie anche la forza dei marchi copiandoci in maniera esasperata.

Questa forza cinese verrà, molto probabilmente, consolidata anche dal futuro dell’economia afghana. La presa del potere dei Talebani potrebbe produrre infatti decisive, e di nuovo paradossali, conseguenze in termini economici. È probabile che vengano meno gli aiuti internazionali che hanno sostenuto, con contributi non lontani dalla decina di miliardi di dollari l’anno, il governo destituito; è vero che ben il 50% di tali aiuti sono stati destinati a finanziare la spesa militare dello stesso governo -un dato paradossale, visto la tragica e immediata resa- ma, sicuramente, il venir meno di simili contributi pone ai Talebani la necessità di finanziare comunque una spesa pubblica non cancellabile.

Inoltre la Banca centrale afghana dispone di circa nove miliardi di riserve che sono però detenute all’estero e, dunque, difficilmente recuperabili dai Talebani. Ciò potrebbe implicare una rapida svalutazione della moneta e l’imposizione di vincoli valutari, riducendo ulteriormente quel 10% di afghani che dispongono ora di conti correnti nelle banche del Paese. In estrema sintesi si profila un ulteriore impoverimento della popolazione. Centrali, allora, diventano le fonti di reddito di cui possono disporre i Talebani che sono essenzialmente tre.

La prima, non necessariamente in ordine gerarchico, è costituita dall’insieme di pedaggi che potranno imporre sui mezzi e sulle merci in transito per il Paese, la cui posizione geografica è strategica per una vasta area. Potranno, in altri termini, razionalizzare quel pezzo di economia informale che oggi è gestita da molteplici bande legate a diverse comunità locali. Si tratta di entrate importanti che, tuttavia, subiranno alcune riduzioni, a cominciare dalla probabile chiusura dei passaggi per l’Iran.

La seconda, molto nota, è rappresentata dal commercio dell’oppio, un altro pezzo di economia informale che, però, le stime più accurate tendono a ridimensionare, limitandone la portata al 10% di un Prodotto interno lordo inferiore, globalmente, a 20 miliardi di dollari. Resta la terza fonte di reddito, la più importante, costituita dalle riserve minerarie, il cui valore è stato valutato, recentemente, in tremila miliardi di dollari; un patrimonio enorme finora ben poco sfruttato proprio a causa delle guerre che hanno afflitto costantemente l’Afghanistan. Il governo Ghani aveva già firmato accordi con la Cina per lo sfruttamento del rame e con l’India per il ferro, ma le risorse si estendono al preziosissimo litio e ad altre materie prime che potranno essere oggetto di sfruttamento mirato e, quindi, di accordi con altri paesi, a cominciare proprio da Cina e India.

Se i Talebani sapranno garantire una reale stabilità del Paese ed un controllo vero dei territori, limitando al massimo gli attacchi agli impianti presenti e futuri, la tenuta del loro regime si rafforzerà certamente e il famoso “Grande gioco” ottocentesco tornerà a passare per la Cina, allora duramente sconfitta nelle guerre dell’oppio. È molto probabile che la leadership cinese abbia capito che sono maturi i tempi per la rivincita contro quell’Occidente che proprio in Afghanistan l’aveva piegata.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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