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La crisi dimenticata in Sud Sudan, dove sono colpiti anche gli operatori umanitari

A seguito delle violenze nella contea di Leer, migliaia di persone hanno lasciato le loro case. Msf continua a operare e a prestare assistenza sanitaria attraverso le proprie cliniche mobili © MSF/Anna Bylund

Nel Paese africano è in corso una catastrofe umanitaria e il 70% della popolazione dipende dagli aiuti. Gli attacchi alle Ong ostacolano gli interventi: “Le violenze nei confronti del personale sanitario e delle strutture mediche sono deliberate”, denuncia Medici Senza Frontiere

Il 28 febbraio 2022 uomini armati non identificati hanno attaccato un convoglio di Medici Senza Frontiere lungo la strada che conduce a Yei -150 chilometri a Sud di Giuba, la capitale del Sud Sudan. Il 10 febbraio un infermiere dell’Ong che lavorava nell’ospedale di Agok -nella regione al confine con il Sudan- e altri dieci civili sono stati uccisi nel distretto di Warrap, dove i combattimenti hanno costretto almeno 70mila civili a lasciare le proprie case. Da gennaio, inoltre, si sono riaccese le tensioni nella contea di Leer -sempre nel Nord del Paese- che ad aprile sono sfociate in violenti scontri che hanno coinvolto anche lo staff e le strutture dell’organizzazione umanitaria: un operatore di Msf è stato ucciso, una struttura sanitaria comunitaria è stata distrutta e altre due sono state saccheggiate. “Decine di persone hanno perso la vita, interi villaggi sono stati distrutti razziati e dati a fuoco”, racconta ad Altreconomia Federica Franco, capomissione di Medici Senza Frontiere in Sud Sudan.

Secondo una stima di Human rights watch, sono 130 gli operatori umanitari uccisi in Sud Sudan dal 2013, anno in cui nel Paese è scoppiato il conflitto tra il presidente Salva Kiir e il suo vicepresidente Riek Machar. La sola Medici Senza Frontiere ha perso 24 operatori dal 2011 a oggi. Numeri che fanno del Sud Sudan uno dei Paesi più pericolosi al mondo per gli operatori umanitari: “Tutto il personale, in particolare lo staff che lavora al di fuori dei grandi centri urbani, nelle cliniche mobili e nelle zone isolate è esposto a rischi enormi per la propria incolumità -spiega Franco-. Gli episodi ricorrenti di violenza, di minacce e di distruzione o saccheggi direttamente ai danni della comunità umanitaria costringono ciclicamente alla sospensione delle attività e all’evacuazione del personale. E hanno toccato da vicino la nostra organizzazione decine di volte”

A undici anni dall’indipendenza dal governo di Khartoum, il Sud Sudan continua a essere un Paese lacerato. “Dalla firma del trattato di pace nel settembre 2018, il cessate il fuoco tra le parti per la maggior parte ha retto -racconta l’operatrice umanitaria-. Ma milioni di sudsudanesi continuano a esser vittime di episodi di violenza estrema, spesso di natura intercomunitaria: dal 2018 più di mezzo milione di persone sono dovute fuggire dalle proprie case”. Questa insicurezza ha un grave impatto sulla situazione umanitaria di un Paese poverissimo e già segnato da cinque anni di conflitto: nel 2022 il 70% della popolazione (8,9 milioni di persone) vive grazie agli aiuti delle agenzie Onu e delle Ong, per la stragrande maggioranza dei sudsudanesi l’accesso minimo alle cure sanitarie, al cibo e all’acqua sono fonte di lotta quotidiana. Mentre, sul fronte della salute, il Paese continua a soffrire uno dei tassi più elevati al mondo di mortalità materna e infantile. Il Sud Sudan sta inoltre attraversando una gravissima crisi alimentare esacerbata dai cambiamenti climatici: nel 2021, per il terzo anno consecutivo, alcune zone sono state colpite da violente alluvioni che hanno distrutto campi coltivati e fatto strage del bestiame. “Circa 780mila persone sono state colpite da questa catastrofe naturale che ha causato un aumento della malnutrizione, di malattie causate dall’ingestione di acqua contaminata e altre patologie causate dalle terribili condizioni di vita”, spiega Federica Franco.

Un villaggio distrutto nel distretto di Leer © MSF/Anna Bylund

L’insicurezza che costringe gli operatori umanitari a interrompere o limitare le proprie attività aggrava ulteriormente le condizioni di vita di una popolazione già stremata. Proprio a Leer, dal 2016, Msf ha gestito un grande ospedale, l’unico in tutto lo Stato a essere dotato di servizi di chirurgia, maternità, medicina interna e servizi per il trattamento dell’Hiv e della tubercolosi. Durante la guerra civile l’ospedale è stato distrutto, razziato e dato alle fiamme per ben due volte costringendo Msf ad abbandonare la zona, privando interamente la popolazione dell’accesso alle cure. “Le violenze nei confronti del personale sanitario e delle strutture mediche non solo non si arrestano durante gli episodi di conflitto, come dovrebbe essere secondo il diritto internazionale umanitario, ma a volte sono addirittura deliberate -spiega Franco-. Durante la recente ondata di violenza a Leer oltre all’uccisione del nostro collega, tre delle nostre cliniche comunitarie sono state saccheggiate e distrutte, con l’obiettivo preciso di nuocere alla popolazione locale”.

Medici Senza Frontiere svolge nel Paese un ruolo fondamentale per garantire alla popolazione l’accesso alle cure di base e non solo. Dopo anni di conflitto, infatti, gran parte della parte dei sudsudanesi è stata esposta a violenza diretta o indiretta (aggressioni, violenze sessuali, fughe traumatiche, essere costretti ad assistere all’uccisione di amici e familiari) e questo lascia conseguenze pesanti sulla salute mentale. “Non esistono statistiche ufficiali, ma le ricerche condotte finora mostrano bisogni molto elevati, aggravati da una diffusa mancanza di consapevolezza e la frequente stigmatizzazione di queste condizioni”, spiega la capomissione.

Per rispondere a questo bisogno, l’Ong ha condotto tra il 2011 e il 2020, più di 48mila visite di salute mentale e più di 5.400 sessioni comunitarie, in cui i counselors lavorano sulla creazione della consapevolezza, aiutando le persone a riconoscere i propri stati di disagio emotivo e aiutandole ad arrivare ad una diagnosi. Ansia, depressione e disturbo post traumatico da stress sono i disturbi più comuni. “Una volta identificati, i pazienti vengono seguiti nelle strutture, dove accedono ai trattamenti farmacologici, quando necessari, e a sessioni di counseling in cui si cerca di lavorare sulla capacita di reazione e sull’adattamento alle situazioni di disagio emotivo -conclude Federica Franco-. Quando i problemi di salute mentale non vengono riconosciuti e curati, c’è un rischio che sfocino in malesseri di tipo fisico e contribuiscano ad ulteriori disagi a livello sociale. Nonostante questo in Sud Sudan permane una scarsissima disponibilità di cure psicologiche e psichiatriche e pochi credono realmente nell’importanza della salute mentale”.

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