Diritti / Opinioni

Se la Costituzione scavalca i cittadini

La riforma della Carta toglie voce e poteri ai territori in materia di infrastrutture e grandi opere, mentre Papa Francesco scrive che “è sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori sociali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative”. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 187 — Novembre 2016
Il Ponte sullo Stretto di Messina: un rendering del progetto

Nel novembre di un anno fa, il Tribunale permanente per i diritti dei popoli ha emesso una storica sentenza su “partecipazione delle comunità locali e grandi opere”. Il caso concreto di cui si occupava il tribunale fondato da Lelio Basso era la vicenda del Tav in Val di Susa, e la principale raccomandazione fatta al governo italiano era questa: “Rivedere la legge obiettivo del 2001, che esclude totalmente le amministrazioni locali dai processi decisionali relativi al progetto, così come il decreto Sblocca Italia del settembre 2014 che formalizza il principio secondo il quale non è necessario consultare le popolazioni interessate in caso di opere che trasformano il territorio”. Un tribunale che difende i diritti dei popoli oppressi in tutto il mondo punta il dito contro i governi Berlusconi e Renzi, accomunati dal fatto di espellere i cittadini dai processi decisionali che riguardano i loro territori e, in ultima analisi, i loro stessi corpi, la loro carne viva.

E chiede di far rotta nella stessa direzione indicata dal testo più avanzato e profetico di papa Francesco, l’enciclica Laudato si’ (maggio 2015): “È sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori sociali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative. Ma nel dibattito devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli, e possono tenere in considerazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato. Bisogna abbandonare l’idea di ‘interventi’ sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica anche azioni di controllo o monitoraggio costante”.

La riforma della Costituzione va in senso opposto: il nuovo articolo 117 riserva senza equivoci allo Stato la legislazione in fatto di “produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia e di infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale”. La ratio di queste norme è esattamente quella anticipata dallo Sblocca Italia, e che la Corte costituzionale ha giudicato incostituzionale proprio dove aveva estromesso la voce delle Regioni da materie sensibili per la salute dei cittadini come gli inceneritori, o le trivellazioni: uno degli obiettivi è dunque quello di impedire, in futuro, referendum come quello sulle trivelle. E non è dunque un caso che la campagna del “Sì” si apra riesumando la più insostenibile delle grandi opere: il Ponte sullo Stretto di berlusconiana memoria.

Se il 4 dicembre dovesse vincere il “Sì” nulla potrebbe fermare il consumo del territorio, immolato a grandi opere utili solo a chi le costruisce e invece dannose, se non letali, per i cittadini che le subiscono. Votare “No” serve anche a difendere i nostri corpi, mantenendo decisioni cruciali su un livello decisionale, quello regionale, assai più vicino a chi subirà le conseguenze di quelle decisioni. Con quel voto decideremo anche dove sta l’interesse strategico della nazione: nella qualità della vita di tutti o nel profitto di pochi?

Tomaso Montanari è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli. Il suo ultimo libro è “Privati del patrimonio” (Einaudi, 2015)

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