Ambiente

La casa non è (più) un diritto

Edilizia residenziale pubblica e sostegno all’affitto sono grandi temi assenti nell’ultima campagna elettorale. Durante la quale è arrivata, però, la norma che rende più spediti i progetti di edilizia privata sociale. Ma l’housing sociale non è una risposta alle esigenze di chi occupa (ne parliamo, con un foto-reportageda Bologna e Firenze, su Ae 147, in uscita)

La “casa” non è più un diritto. Chi occupa -oggi- viene sgomberato, come raccontiamo in un foto-reportage da Bologna e Firenze, che pubblichiamo sul numero di marzo 2013 di Altreconomia, in uscita.
In questo contesto, mentre aumentano le richiesta di una “moratoria sugli sfratti”, tra i candidati alla presidenza del Consiglio c’è chi ha voluto parlare ai proprietari di case (con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa), ma nessuno che ha evidenziato l’esigenza di rivedere le politiche per l’edilizia residenziale pubblica, o per ripristinare il fondo di sostegno all’affitto.
 

Nell’ultima settimana prima del voto, tuttavia, è emersa una importante novità sul fronte dell’housing sociale, e in particolare dai maxi progetti di edilizia privata sociale promossi  dalla società di gestione del risparmio Cassa depositi e prestiti investimenti (Cdp-I, partecipata da Cdp, banche e fondazioni bancarie), attraverso il Fondo investimenti per l’abitare (Fia).
A disposizione ci sono due miliardi di euro, che rappresentano un volano possibile per l’edilizia (visto che per il 79% si tratta di investimenti sul nuovo, e non di recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica esistente): queste risorse, però, sono state a lungo bloccate da una previsione di legge troppo restrittiva, secondo la quale il Fia avrebbe potuto avviare progetti costituendo fondi locali (comunali, provinciali, regionali)  partecipati al massimo al 40 per cento. Un limite che adesso è saltato. È scritto in un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 19 febbraio 2013: “Il regolamento del fondo immobiliare chiuso di cui all’art. 11, comma 1, dell’allegato al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 16 luglio 2009, è modificabile prevedendo il superamento del limite massimo del 40% per le partecipazioni da acquisire nell’ambito degli investimenti locali. Tale limite può essere innalzato in relazione alle autonome valutazioni dei sottoscrittori dei suddetti fondi immobiliari, fermo restando la necessità di salvaguardare la partecipazione di capitali privati negli investimenti locali”. 
 

Teoricamente, il Fondo potrà investire fino al 100 per cento. È dubbio, tuttavia, l’effetto di questo decreto in merito al diritto all’abitare. Perché -secondo quanto descritto in alcune slide presentare da Cdp-I, al “momento il 65% delle case verrà venduto a prezzo ‘convenzionato’ e affittato ‘con patto di futura vendita’; solo il 35% degli appartamenti daranno risposta all’esigenza di case permanente in affitto e a canone calmierato”, come scrivevamo su Altreconomia a maggio 2012.
Descrivendo questo “modello” di social housing come un “mercato parallelo” della casa.
Che non risponde alle esigenze delle classi più deboli della popolazione, ma è utile ad offrire opportunità di lavoro alle imprese del settore. A quei soggetti che non trovano più credito dal sistema bancario privato, gravato da un eccessivo livello di esposizione nei confronti dell’industria delle costruzioni. A quei soggetti che, volenti o nolenti, hanno dovuto prendere atto che non si può più costruire “per il mercato”. Come sintetizzano i titoli di due articoli relativi al grande progetto di Citylife (residenze in vendita tra il 7 e i 12mila euro al metro quadro), a Milano, pubblicati a distanza di meno di sei mesi da Il Sole 24 Ore: “Da Citylife una spinta alla ripresa” spiegava il primo; “A Milano in stand-by un pezzo di Citylife”, racconta il secondo. Specificando: “Pausa di riflessione per un pezzo di Citylife, la maxi-riqualificazione urbana in corso Milano. In sospeso sono tre edifici residenziali e la Park Tower, progettati dall’architetto Daniel Libeskind”.
Citylife è uno dei tanti esempi di Accordi di programma sottoscritti negli ultimi anni in Lombardia. Simboli di un’urbanistica divenuta contrattazione tra pubblico e privato. A quello -in partenza- sull’area ex Alfa di Arese, un articolo su Altreconomia di marzo.

Al tema dell’urbanistica e delle città ha dedicato spazio domenica 24 febbraio l’Unità, con un editoriale un deputato Pd: “Una moderna riforma del governo dei suoli deve rilanciare la pratica della pianificazione pubblica, considerata vecchia dalla destra liberista” ha scritto Roberto Morassut. Dimentica, tuttavia, che anche il Partito democratico ha fatto ampiamente ricorso a queste modalità di “contrattazione” (alle vicende dell’Accordo di programma relativo all’area ex Falck di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, abbiamo dedicato un libro, “La caduta di Stalingrado”). Per ciò, auspichiamo un cambiamento di rotta, che vada oltre gli annunci elettorali. E parte proprio dalle città, dalle amministrazioni guidate dal Partito democratico. A cominciare da una riforma del regime degli oneri di urbanizzazione, che non devono essere più considerate le stampelle per sostenere la parte corrente dei bilanci municipali. È già scritto in un utile provvedimento, eredità del governo Monti: è il disegno di legge “dedicato alla valorizzazione delle aree agricole e al contenimento del consumo del suolo, approvato a fine legislatura dal Consiglio dei Ministri e ancora da dibattere nelle commissioni e in aula” come ricorda “Salviamo il paesaggio” in un messaggio d’intenti inviato a tutti i candidati alle elezioni politiche, che contiene “otto leggi prioritarie che il Forum nazionale invita a promuovere o a eliminare sin dall’inizio della nuova legislatura”.
 
A questo link potete rivedere la bella inchiesta “Roma città infinita”, di Alfonso Iuliano per Crash. Ci siamo anche noi di Ae. Il servizio è andato in onda su Rai3, ma all’una di notte.
Peccato: è un utile “viaggio tra quartieri nuovi di zecca (e in parte ancora disabitati, ndr), ma privi dei servizi essenziali e l’inferno di traffico e mezzi pubblici insufficienti che ogni mattina i pendolari debbono affrontare”. E parla anche dei grandi progetti di housing sociali cui la giunta Alemanno vorrebbe riconvertire l’agro romano. Come se di case non ce ne fossero già abbastanza. 

 

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