Diritti

LA CAPORETTO DEI DIRITTI CIVILI…

LA CAPORETTO DEI DIRITTI CIVILI L’unica buona notizia riguardante i 27 giovani sotto inchiesta e incarcerati a Milano per gli scontri dell’11 marzo scorso, è che il pm ha almeno avuto il buon senso di ammettere che gli imputati, in…

LA CAPORETTO DEI DIRITTI CIVILI

L’unica buona notizia riguardante i 27 giovani sotto inchiesta e incarcerati a Milano per gli scontri dell’11 marzo scorso, è che il pm ha almeno avuto il buon senso di ammettere che gli imputati, in caso di condanna, scontino la pena agli arresti domiciliari. Questa posizione ha però un lato paradossale, perché rende più evidente l’assurdità di tenere in carcere per tre mesi 25 degli imputati. Questa lunga detenzione è stata – è – una sorta di pena preventiva, inflitta per colpire nel mucchio e propagare uno stato di tensione e di timore in tutti gli ambienti della "contestazione", di qualunque natura essa sia.

Il pm ha chiesto 25 condanne a 5 anni e otto mesi, e due condanne a sei anni: sono pene ingentissime, che segnerebbero la vita degli imputati, anche se dovessero "beneficiare" degli arresti domiciliari. Il pm, in udienza, ha sostenuto che le prove a carico degli imputati ci sono e sono abbondanti, ma sia le modalità degli arresti sia l’impianto accusatorio descrivono un’operazione che somiglia molto alla contestazione di un inesistente "reato di presenza". E’ il coinvolgimento morale nelle violenze commesse da alcuni dei partecipanti al corteo che alla fine si contesta agli imputati. Ed è questo il cuore politico del processo, che infine applica quel senso comune, ormai radicato nel paese, secondo il quale il dissenso è sempre considerato sconveniente e fastidioso: così diventa possibile emettere condanne collettive, che mischiano il rifiuto morale di certi comportamenti con l’applicazione di pene pesantissime a carico non (o non necessariamente) degli autori materiali delle violenze, ma di chi ha la malasorte di finire fra le mani delle forze dell’ordine.

L’impegno politico a tutela dei diritti civili è sempre più difficile. La cultura democratica ha rinunciato da tempo a sostenere, senza cedimenti, la libertà d’espressione del dissenso, anche quando è inquinata – come nel caso di Milano – dal comportamento violento di singoli e gruppi. A forza di accodarsi al senso comune prevalente, che vuole la ricerca permanente della sicurezza, anche a costo di una limitazione dei diritti e della militarizzazione della società, si è finito per abbandonare a loro stessi migliaia di attivisti, forse un’intera generazione di cittadini decisi ad esercitare i loro diritti democratici.

Quel che accade "sul campo" è che i gruppi e i singoli che finiscono "nei guai", vengono lasciati alle cure delle aree politiche di appartenenza, come se casi come quello di Milano riguardassero "i centri sociali" e non una più generale questione di libertà civile, di concreto esercizio delle garanzie costituzionali. Stiamo vivendo, con scellerata leggerezza, la caporetto della cultura democratica dei diritti civili.

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