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La bolla nei conti pubblici

I “residui attivi” sono crediti non riscossi e forse inesigibili iscritti nei bilanci dei Comuni. Per la Corte dei Conti valgono 60 miliardi di euro

Tratto da Altreconomia 169 — Marzo 2015

C’è un “buco” potenziale di quasi 60 miliardi di euro nei bilanci dei Comuni italiani. Che solo adesso devono guardare alla polvere che si è cumulata nei loro conti sotto forma di “residui attivi”, cioè di tutti quei crediti che l’ente vanta nei confronti di soggetti terzi: possono essere contabilizzati, secondo la giurisprudenza per un periodo fino a dieci anni, anche se non arrivano nelle casse dell’amministrazione. Entro il 30 aprile, però, i Comuni sono tenuti per legge a completare un “riaccertamento straordinario”, e a capire se -e in che misura- i crediti ancora iscritti a bilancio siano davvero esigibili. Secondo la Corte dei Conti, che in una relazione pubblicata il 29 dicembre 2014 ha quantificato i “residui attivi” iscritti nei bilanci dei Comuni al dicembre 2013 in 59,3 miliardi di euro. Solo il 40% dei crediti vengono in media realmente riscossi: le sole sanzioni da violazione al codice stradale, ad esempio, ammontano a circa 7 miliardi di euro, il 12% del totale dei residui attivi. Ci sono poi le tasse comunali, spesso frenate anche da contenziosi, come spiega Ferone Riniero, magistrato della Sezione autonomie della Corte dei Conti: “Immaginate che venga impugnata una cartella dell’IMU. In questo caso la partita viene iscritta a bilancio come attiva, ma poi bisogna aspettare la conclusione di iter giuridici complicati”. Secondo il magistrato contabile, un altro aspetto che fa lievitare i “residui attivi” sono le previsioni contabili in materia di evasione fiscale: “Succede spesso che nel bilancio consuntivo si indichino delle stime che non rientrano concretamente”.

Il problema è che finora la legge che ha regolato i bilanci degli enti ha permesso a questi di utilizzare entrate non ancora accertate, cioè i “residui attivi”, come coperture per le spese e investimenti reali. Quando un Comune approvava il proprio bilancio consuntivo (cioè il rendiconto dell’intera annata, che va approvato entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello rendicontato), segnava i crediti non riscossi classificandoli secondo il loro grado di inesigibilità: dalla riscossione certa al residuo concesso con dilazione di pagamento, dal residuo incerto al residuo di difficile esigibilità fino ad arrivare all’ultimo stadio, il residuo inesigibile.
Tale meccanismo, permettendo di mantenere i residui a bilancio anno dopo anno, fino alla dichiarazione di non esigibilità, falsa la lettura dei bilanci degli enti, anche perché questi potevano decidere in autonomia se e quando definire inesigibile un credito. Pratica che ha spinto diversi Comuni a giustificare spese altrimenti non sostenibili, perché senza copertura, oppure a utilizzare il meccanismo del “residuo attivo” per far quadrare bilanci in realtà incerti.

Per impedire lo scoppio di una “bolla” da residui attivi, è stato introdotto con il Decreto legge 118/2011 il principio del “riaccertamento straordinario”, che ha incaricato la Corte dei Conti di avviare un processo prima in fase sperimentale (dal 2012 per tre anni) su un campione di enti territoriali -per la precisione 372 Comuni, 23 Province e 4 Regioni- e poi di estenderlo dal 1 gennaio 2015 a tutti gli altri -tranne i Comuni delle Regioni a statuto speciale-. Concentriamo la nostra analisi sui Comuni, perché il volume complessivo dei residui cumulati al dicembre 2013 è quasi pari al totale delle entrate di tutti i Comuni italiani nel 2012, che sono 62,8 miliardi di euro secondo la relazione annuale dell’Istituto per la finanza e l’economia locale dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI). Il processo di armonizzazione porterà adesso ogni Comune a “rivedere” i propri residui, eliminando quelli inesigibili e lasciando a bilancio solo quelli giuridicamente esigibili. Un altro obbligo introdotto dal Dl 118/2011, poi, è quello di registrare i crediti e i debiti solo una volta e negli esercizi in cui è prevista la riscossione. Finora, i “residui attivi” potevano restare tali per un periodo fino a dieci anni.
“L’incapacità di ‘far cassa’ dipende in parte anche da chi è chiamato a riscuotere” precisa Riniero della Corte dei Conti.

Se vogliamo capire che cosa succede quando un Comune decide di far pulizia nei conti, bisogna guardare a Napoli. Nel 2011, l’ente fece riemergere un “rosso” di 850 milioni di euro (da sommare a un indebitamento pari a 1,4 miliardi di euro). Un “buco” generato dalla cancellazione di entrate fittizie, per anni tenute a bilancio -da tasse sui rifiuti a multe, fino a tributi locali mai riscossi-, che se mantenute nascoste ancora a lungo potevano portare al dissesto finanziario vero e proprio. “Questa operazione -ha spiegato ad Altreconomia la Segreteria dell’assessorato al Bilancio- da un lato sta comportando la riduzione progressiva del disavanzo, a cui prima o poi qualcuno doveva mettere mano, dall’altro sta comportando sacrifici da parte della cittadinanza: massimizzazione delle tariffe e delle aliquote, copertura obbligatoria del 36% del costo dei servizi a domanda individuale, contrazione della spesa corrente e in particolare per le prestazioni di servizio e per i trasferimenti, oltre all’obbligo da parte dell’amministrazione dell’alienazione di parte consistente del patrimonio disponibile”.
Al dissesto finanziario sono arrivati invece i Comuni di Alessandria e Viareggio (Lucca). Per entrambi le cause sono da ricercarsi tra “il basso indice di smaltimento dei residui attivi correnti, la reiterata presenza di debiti fuori bilancio, il costante ricorso alle anticipazioni di tesoreria con mancato rimborso al termine dell’esercizio e con l’impiego di fondi aventi specifica destinazione utilizzati in termini di cassa per il pagamento di spese correnti” come ha scritto la Corte dei Conti nelle due delibere relative alla situazione di dissesto. Nel caso di Viareggio -secondo il rendiconto 2013- le mancate riscossioni che “gonfiavano” i residui attivi valevano 27 milioni di euro, e hanno così portato il debito complessivo dell’ente da 59 a 86 milioni (senza contare -come ammette lo stesso Comune- i “debiti fuori bilancio aggiuntivi” in fase di accertamento).
Un’altra regola introdotta è l’istituzione del fondo per crediti di dubbia esigibilità. “Si tratta di una sorta di salvadanaio dove si accantonano delle somme da utilizzare nel caso i crediti iscritti a bilancio non vengano effettivamente recuperati -spiega ancora Riniero della Corte dei Conti-. Sulla base dei crediti di dubbia esigibilità degli ultimi esercizi finanziari, i Comuni andranno ad accantonare una quota pari al valore dei crediti a rischio, seguendo il principio di gradualità (cioè secondo una percentuale crescente fino a raggiungere il 100% nel 2017, ndr). Tale fondo funge da garanzia per il piano di rientro”. Eventuali disavanzi di bilancio, grazie alla pressione dell’ANCI, dovranno essere ripianati in 30 anni, anche se manca ancorail Decreto del Presidente del consiglio dei ministri che stabilisca modalità e fasi di rientro. Tra le righe di una bozza del Decreto, che Ae ha potuto leggere, c’è scritto che per evitare che gli stanziamenti nel fondo si tramutino in tagli lineari ai servizi territoriali, sarà permesso recuperare risorse tramite l’alienazione dei beni demaniali e degli immobili disponibili.Il governo, insomma, consiglia la privatizzazione. disavanzo. —

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