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L’esercito italiano vuole raddoppiare la flotta dei droni

© Drone Wars UK

Lo scorso febbraio il ministero della Difesa ha presentato richiesta per l’acquisto di 20 nuovi velivoli P2HH di produzione italiana che andrebbero a sostituire i modelli più vecchi. La denuncia dell’osservatorio Milex: “Imprescindibile un serio dibattito parlamentare sul ruolo dei droni armati”

In piena campagna elettorale, lo scorso febbraio il ministero della Difesa ha presentato una richiesta per l’acquisto di 20 nuovi droni P2HH da ricognizione (armabili) di fabbricazione italiana per sostituire i vecchi “Predator” A (disarmati) e “Predator” B (armati) di fabbricazione statunitense. Spesa complessiva prevista: 766 milioni di euro, che porterebbe a un raddoppio delle spese complessive della Difesa per i velivoli senza pilota.  A produrre i veicoli senza pilota sarà Piaggio Aerospace, azienda con sede ad Albenga ma controllata al 100% dal fondo “Mubadala” con sede negli Emirati Arabi Uniti.

“Sono molte le criticità dietro questo progetto e molti interrogativi a cui è urgente dare una risposta”, sottolinea Enrico Piovesana di “Milex – Osservatorio sulle spese militari italiane” che mercoledì 30 maggio è stato audito dalla Commissione speciale del Senato in merito dell’esame dello Schema di decreto ministeriale di approvazione del programma pluriennale relativo all’acquisizione di aeromobili a pilotaggio remoto (droni) e potenziamento delle capacità di intelligence, surveillance and reconaissance della difesa. Sull’argomento, Milex ha pubblicato anche “Droni. Dossier sugli APR militari italiani“.

“Nel 2015 l’Italia ha avuto l’autorizzazione dagli Stati Uniti ad armare i propri droni -spiega Piovesana-. Finora sembrava che la questione fosse stata accantonata, ma documenti ufficiali della Difesa citano chiaramente uno stanziamento iniziale di 19,3 milioni di euro per ‘capacità di ingaggio di precisione sistema APR Predator B’. Questo significa che la procedura di armamento è iniziata”.

L’Italia sta già investendo risorse importanti per l’acquisto e la manutenzione di velivoli senza pilota: circa 668 milioni di euro. Solo per i “Predator”, l’Italia ha speso 95 milioni di euro, altri 142 milioni di euro sono stati spesi per i “Reaper”, mentre 15 milioni di euro sono stati spesi dal nostro Paese nell’ambito del progetto europeo “Male 2025” (con cui il progetto P2HH rischia, per altro, di sovrapporsi). Se le Camere dovessero approvare la richiesta avanzata dal ministero della Difesa per l’acquisto di nuovi velivoli, il costo complessivo per programmi di droni militari italiani raddoppierebbe immediatamente, attestandosi a una cifra pari a 1.434 milioni di euro fino al 2023. Una spesa che, come già successo in passato, rientra più in una logica economico-commerciale, piuttosto che militare-operativa, con il ministero della Difesa impegnato come “cliente di lancio” per favorire la vendita sui mercati internazionali dei nuovi droni “made in Italy”.

Un’ulteriore criticità è data dall’effettiva esigenza di un numero così elevato di droni P2HH: “Sono quasi il doppio rispetto ai 13 Predator che andrebbero a sostituire e più del triplo rispetto ai sei droni armabili attuali”, spiega Piovesana. Un’ultima incognita è data dalla reale ricaduta occupazionale di questa commessa. Non è chiaro infatti se riguarderà solo la linea dedicata di Piaggio Aerospace (400 lavoratori), tutti i 1.200 dipendenti Piaggio o i 1.500 contando l’indotto e il futuro possibile coinvolgimento di Leonardo. “L’esperienza degli F35 dovrebbe averci insegnato che le ricadute occupazionali di questo tipo di investimento sono in realtà molto modeste -osserva Piovesana- e che spesso si tratta anche di lavoro precario o poco qualificato”.

Per i curatori del dossier “Milex” un’alternativa all’acquisto dei 20 P2HH è possibile e concretamente realizzabile. Ordinare solo 5 P2HH disarmati, per una spesa complessiva di 200 milioni di euro, per sostituire i vecchi “Predator A”, garantendo così posti di lavoro e la possibilità di testare la nuova macchina, anche in vista di ordini futuri. Parallelamente, aggiornare i “Predator B” e proseguire con il programma europeo. “Ovviamente è imprescindibile un serio dibattito parlamentare sul delicato tema dell’armamento dei droni, dibattito che fino a oggi è mancato -conclude Piovesana-. Impiegare i cacciabombardieri tradizionali in operazioni internazionali è qualcosa che non sfugge all’opinione pubblica e al parlamento. Diverso è impegnare i droni, che possono essere spediti in aree remote”.

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