Esteri / Attualità

Israele, l’incoraggiamento dei vertici alle esecuzioni senza processo

Dopo la sentenza di condanna di un soldato che ha ucciso un presunto aggressore palestinese ormai disarmato e a terra, l’opinione pubblica israeliana si divide. L’organizzazione Human Rights Watch ha collezionato le esternazioni di militari e politici del Paese che contraddicono i principi del diritto internazionale

Elor Azaria è il soldato israeliano che il 24 marzo 2016 ha ucciso Abd al-Fatah al-Sharif, palestinese, 21 anni. Al-Sharif era a terra, ferito da un altro soldato dopo un’aggressione. La notizia della condanna del militare che all’epoca dei fatti aveva 19 anni ha “diviso” l’opinione pubblica. L’organizzazione internazionale Human Rights Watch ha messo in fila le ultime dichiarazioni degli alti vertici politici e militari di Israele -a partire dall’ottobre 2015-, giungendo alla conclusione che questi non abbiano fatto altro che “incoraggiare” soldati e poliziotti ad uccidere sospetti aggressori palestinesi anche quando questi non costituivano più una alcuna minaccia immediata.

Dall’ottobre 2015, punto di partenza dell’analisi di HRW, sono stati registrati almeno 150 casi di uccisioni di palestinesi -adulti e bambini- sospettati d’aver aggredito, accoltellato o colpito cittadini israeliani nel Paese o nella West Bank. Nello stesso periodo hanno perso la vita 33 israeliani, tra soldati e civili. L’esercizio di HRW non è la mera “conta” delle salme quanto la valutazione delle esternazioni pubbliche degli apparati di Israele. Che appaiono del tutto in contrasto con il diritto internazionale.

È una rassegna impressionante. Il 10 ottobre 2015, la polizia israeliana uccide un ragazzo palestinese di 16 anni. Il comandante del Distretto di polizia di Gerusalemme, Moshe Edri, ha modo di commentare: “La polizia sta facendo il proprio dovere. In breve tempo l’attentatore è stato ammazzato. Chiunque accoltelli un ebreo o ferisca una persona innocente deve essere ucciso”. Indipendentemente dal fatto che questo possa rappresentare ancora una minaccia immediata.

Stesso discorso per il ministro della Polizia Gilad Erdan, ancora nell’ottobre 2015. “Ogni attentatore che voglia ferire qualcuno deve sapere che molto probabilmente non sopravviverà all’attacco”. Nel febbraio 2016, due ragazzi palestinesi di 14 anni vengono arrestati dopo un’aggressione fuori da un supermercato della West Bank. Sono catturati e non uccisi. Per Yisrael Katz, membro del gabinetto del primo ministro Benjamin Netanyahu, è una brutta notizia: “Le restrizioni e i codici sono chiari, ma non possiamo permettere che gli aggressori restino vivi mettendo a rischio la vita degli ebrei”.

Per Sari Bashi, advocacy director di HRW nel Paese, “questo sarebbe il momento perfetto affinché i vertici di Israele ripudino la retorica dello ‘spara per uccidere’ e chiariscano i limiti al ‘letale’ ricorso alle armi”. Ma il suo appello sembra destinato a cadere nonostante l’opera di documentazione di Amnesty International, del gruppo palestinese per i diritti umani Al Haq e di una coalizione di nove Ong umanitarie israeliane -da B’Tselem a a “Yesh Din – Volunteers for Human Rights”-.

“Chiunque accoltelli un ebreo o ferisca una persona innocente deve essere ucciso” – Moshe Edri, comandante del Distretto di polizia di Gerusalemme

HRW ha collezionato le parole di un altro sostenitore delle esecuzioni dirette, Bezalel Smotrich, membro del Jewish Home Party che fa parte della coalizione a sostegno di Netanyahu. È il febbraio di un anno fa: “Un attentatore che vuole uccidere un ebreo perché ebreo, indipendentemente dalla sua età, non deve restare vivo. Punto”. Naavah Boker, del partito Likud, ha rincarato in aprile citando un passaggio biblico (“Chiunque venga da te per ucciderti, alzati e uccidilo per primo”): “Un terrorista deve essere semplicemente ucciso”. Al contesto si è aggiunto anche il rabbino Yitzhak Yosef, “interprete” della legge religiosa: “Se un aggressore sa che se viene con un coltello non tornerà vivo, beh, questo funzionerà da deterrente. È il motivo per cui ucciderlo è un comandamento”.

È in questo clima che un sondaggio dell’agosto 2016 curato dall’Israel Democracy Institute ha fotografato come il 47 per cento degli ebrei israeliani fosse d’accordo con la massima per la quale “ogni palestinese che compie un attentato contro un ebreo deve essere ucciso immediatamente, anche se sia stato catturato o non rappresenti più una minaccia”. “Tra i 18 e 24 anni, la fascia d’età dei soldati israeliani -spiega HRW- questa percentuale schizzava al 69%”. I coetanei di Elor Azaria.

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