Cultura e scienza / Intervista

Paolo Rumiz. Il filo per ricostruire l’Europa

Con il suo ultimo “Il filo infinito”, lo scrittore racconta l’opera dei benedettini, custodi di una cultura millenaria che resistettero all’abbandono. Una ricerca per provare a risollevarci

Tratto da Altreconomia 216 — Giugno 2019
Paolo Rumiz - © Luigi Ottani

Tesse l’Europa, alla fine della storia, quel “filo infinito” di cui scrive Paolo Rumiz nel suo ultimo libro, pubblicato da Feltrinelli. “Solo dopo aver incontrato tante persone per raccontare il libro, mi sono accorto dell’enorme aspettativa narrativa che c’è sull’Europa e le sue radici cristiane”, racconta lo scrittore triestino ad Altreconomia. “Si sente un enorme bisogno di parlare d’Europa non in termini burocratici o rancorosi, ma con parole d’amore”.

Le prime due parole benedettine sono “ora et labora”? Qual è l’attualità di questo messaggio?
PR Ce ne sono altre due accanto: la cultura e la letizia. “Ora et labora et lege et noli contristari in laetitia pacis”. La letizia è un elemento fondamentale dell’approccio benedettino, in uno sposalizio con la forte sensualità dell’offerta del sacro. L’evangelizzazione dell’Europa e dei barbari si è diffusa attraverso i canti, i profumi, l’incenso, il vino e la bellezza delle liturgie, prima ancora che con il catechismo. È una parte della storia rimossa dalla Chiesa: il pane e il vino sono serviti a conquistare le persone, non solo da un punto di vista simbolico. Nell’Europa affamata di allora, infatti, quella era un’offerta molto seduttiva. Anche molti degli incontri che ho fatto nei miei viaggi sono stati conviviali e quando il pasto si consumava in silenzio la sua ritualità fatta di sguardi, profumi e sapori aveva comunque una grande forza comunicativa. Fin da lontano un’abbazia emana il suo particolare profumo, per l’operosità che racchiude e che diventa occasione d’incontro: viene dagli alambicchi per la produzione della birra, dai formaggi o dalle erbe officinali.

In questo senso, i monasteri sono stati i portavoce di uno stile di vita sostenibile.
PR Senza saperlo, siamo immersi in un paesaggio benedettino. La Pianura padana e il Nord Europa sono stati scolpiti dalla mano dell’uomo, senza che questa abbia fatto violenza verso la natura. Ci siamo disabituati a pensare che il parmigiano reggiano e i vini della Borgogna nascono da quella dedizione al lavoro e dal valore che veniva dato al contatto con la terra. Ancora oggi, abati coltissimi -plurilaureati, autori di libri e conoscitori di molte lingue- si presentano come contadini, proprio per rimarcare questo approccio alla vita per niente mistico, ma calato nel mondo. Nel disastro dell’Europa di quegli anni, proprio le abbazie furono portavoce della necessità di stare a contatto con il paesaggio e le produzioni naturali. E se guardiamo all’organizzazione del lavoro benedettino, ci accorgiamo che ha molto da dire ai capitani d’industria laici di oggi, che nei 73 punti della Regola di Benedetto possono trovare il modo per mantenere un’azienda vitale e lieta. Perché l’allegria facilita la produttività.

“Oggi c’è un’inquietudine diffusa che ci rende difficile comprendere le migrazioni e accogliere l’altro, ma camminando attraverso le aree terremotate mi è sembrata chiara una comunità di destini tra gli abitanti di quei luoghi e i migranti”

Per usare le sue stesse parole, i monasteri diventano così dei “presidi di resistenza alla dissoluzione”.
PR In questo nuovo Medioevo, dove la tendenza generale è la spersonalizzazione dei rapporti e la solitudine dell’individuo aggrappato allo smartphone, luoghi del silenzio, della convivialità e della cultura come i monasteri assumono una nuova importanza nel frenare questa corsa verso il precipizio e salvaguardare i valori che la modernità sta liquidando. La sensazione che ho vissuto è che, se è vero che il mondo esterno non inverte la tendenza nichilista, chi entra in questi luoghi ne esce trasformato e diventa a sua volta testimone e apostolo. C’è oggi una ricerca del sacro che sembra quasi più forte nei laici piuttosto che nei religiosi: penso nasca da una stanchezza nei confronti del materialismo in quest’Europa costruita solo sul benessere economico, che ha dimenticato i valori secolari su cui è stata fondata.

A proposito di trasformazioni, diversamente da quel che si pensa, anche quelle benedettine erano comunità in movimento.
PR Sceglievano i luoghi dove costruire i loro monasteri solo in conclusione di un lungo viaggiare e si mettevano a difesa della natura di quei luoghi, che abitavano con il massimo del beneficio per la comunità e per se stessi. Il perimetro chiuso del monastero è quindi solamente il punto d’arrivo di grandi viaggiatori. Oggi c’è un’inquietudine diffusa che ci rende difficile comprendere le migrazioni e accogliere l’altro, ma camminando attraverso le aree terremotate mi è sembrata chiara una comunità di destini tra gli abitanti di quei luoghi e i migranti che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo. Una comunanza che ci fa capire come, in fondo, siamo tutti vittime dello stesso burattinaio. Da millenni l’Europa è il punto d’arrivo di popoli migranti che non potevano proseguire e, restando, si adattavano o si massacravano con altri popoli. Tutta la nostra storia è condensata in questa scelta tra la guerra e la coabitazione. E il mondo benedettino ci ricorda la profonda vocazione dell’Europa come punto d’arrivo e luogo dell’accoglienza. E anche come paesaggio da tutelare, di cui prendersi cura. PR L’attaccamento ai luoghi e il desiderio di valorizzarli è forte tra i benedettini: lo dimostra la velocità con cui i monaci e le monache sono tornate a Norcia per riportare in vita quello che si era interrotto a causa del sisma. Un altro esempio di questa attitudine è Mont Saint-Michel: uno scoglio sommerso dalla marea, che solo degli uomini operativi come i benedettini potevano pensare di cingere con degli edifici come una fortezza, dandogli ancora più valore. Sono sempre rimasti fedeli a questo spirito: anche quando hanno corso il rischio di degenerare, sono stati capaci di costruire una reazione positiva e riportare l’abbazia alla purezza del messaggio originario cristiano. Dando la vita in nome delle riforme, per salvare l’Europa con la forza della fede e dell’amore.

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