Ambiente

Inquinamento per legge

Una norma entrata in vigore il primo di ottobre abroga i limiti di emissione di benzo(a)pirene per l’Ilva di Taranto

 

Nel quartiere Tamburi di Taranto ogni bambino che frequenta la prima elementare ha già fumato 5.200 sigarette. Un operaio del complesso siderurgico dell’Ilva nella stessa zona respira, dal suo posto di lavoro nel reparto di combustione, 7.300 sigarette ogni anno. Lo rivela uno studio del dott. Federico Valerio, direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale dell’Istituto Tumori di Genova, realizzato in collaborazione con l’associazione Peacelink. I danni in questione sono causati del benzo(a)pirene, una particella altamente inquinante che a Taranto raggiunge i livelli record di concentrazione di 1,3 nanogrammi per ogni metro cubo d’aria. L’ARPA della Regione Puglia ha imputato il 93% dell’inquinamento da PM10 in Regione (che comprende anche il benzoapirene) è di origine industriale, dunque per il quartiere Tamburi è da imputare quasi esclusivamente all’Ilva, il complesso siderurgico tra i peggiori d’Italia per impatto ambientale.
Questa situazione, fino a pochi mesi fa, andava contro il decreto legislativo n.152 del 2007 che dava il potere agli enti locali di adottare qualsiasi misura – anche la chiusura degli impianti inquinanti – al fine di mantenere le emissioni di benzoapirene al di sotto di 1 ng/m3. Misure che sono state prese, ad esempio, dal Comune di Genova che nel 2002 ha imposto la chiusura della sede ligure dell’Ilva a causa degli effetti che i fumi dell’acciaieria avevano sulla salute del quartiere di Cornigliano, ma non sono mai state adottate nel caso di Taranto, che fino a pochi anni fa non disponeva nemmeno di impianti di monitoraggio delle concentrazioni. Dal primo di ottobre, invece, il decreto legislativo n.155 (che risale ad agosto) stabilisce che il limite di 1 ng/m3 non è più vincolante e si trasforma in un valore-obiettivo da raggiungere entro il 2013. Non solo: al giungere della scadenza il valore obiettivo andrà rispettato solo se le misure da adottare comporteranno costi economici ragionevoli.

Questo cambiamento della normativa rappresenta un significativo passo indietro per l’Italia in quanto stravolge – abrogandole – due leggi profondamente all’avanguardia in campo ambientale, e per giunta lo fa in recepimento di una direttiva europea (la 2008/50/CE) dedicata alla qualità dell’aria e dell’ambiente. Infatti, fin dal 1994 l’Italia si era impegnata nel campo della regolamentazione delle sostanze inquinati con un decreto ministeriale (25/11/94) che imponeva agli Enti Locali di installare una rete di rivelazione nazionale delle città a maggior rischio di inquinamento entro il 1995, stabilendo per tutti i centri con più di 150.000 abitanti l’obbligo di raggiungere l’obiettivo-qualità di 1 ng/m3 di benzoapirene entro il 1999. Sedici anni dopo questa legge “illuminata” – confermata poi dal successivo decreto legislativo n.152 del 2007– non solo molte città non hanno ancora installato sufficienti impianti di monitoraggio delle sostanze, ma per i dati disponibili alcune città superano quella soglia, con pesantissimi danni per chi vi abita.

Le maggiori concentrazioni di benzoapirene nel Nord Italia si riscontrano a Padova (quota media annua 1,3-1,5 ng/mc), Torino (1,2 ng/mc), Venezia e Trieste (1,1); per il Sud le concentrazioni sono difficili da quantificare, poiché le reti di rilevazione sono vacanti in quasi tutte le città, e per quelle funzionanti, come nel caso di Taranto, le attività di monitoraggio hanno iniziato ad essere condotte in maniera continua e sistematica solo dal 2008, su sollecito del Ministero dell’Ambiente all’ARPA Regione Puglia. I dati ARPA su Taranto hanno riscontrato che le concentrazioni del benzoapirene raggiungevano, in particolare nel quartiere Tamburi, livelli elevati e non accettabili, con effetti devastanti sulla qualità della vita di chi abita quelle zone. L’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il benzoapirene al vertice degli agenti inquinanti per pericolosità; se inalato può provocare il cancro, ma può anche insinuarsi nella catena alimentare e diventare cancerogeno per ingestione. Il benzoapirene è inoltre genotossico: questo significa che chi non contrae il cancro corre comunque il rischio di assimilazione della sostanza dal proprio Dna, compromettendone il naturale meccanismo di replicazione e trasmettendo di conseguenza problemi analoghi ai figli. Altre cause di concentrazione del benzo(a)pirene sono la combustione dei motori e il fumo di sigaretta. Valerio Gennaro, epidemiologo di Genova, ha stabilito che i bambini nati in Liguria quando l’acciaieria era in funzione avevano probabilità superiori di ammalarsi di cancro rispetto agli altri. In seguito alla chiusura dello stabilimento si è registrato immediatamente un crollo dei livelli di benzopirene nella zona; peccato che questa “vittoria” sulla salute ligure abbia determinato un ulteriore peggioramento di quella pugliese, in quanto nel 2002 l’Ilva decise di scaricare parte della produzione proprio sul complesso di Taranto, costretto in questo modo a spingere al massimo i propri impianti.

Peacelink, associazione di volontariato dell’informazione, ha partecipato ad una forte mobilitazione da parte dell’ARPA Puglia che, insieme ai cittadini di Taranto, chiedeva al sindaco inadempiente di prendere posizione contro l’Ilva. Dopo aver fronteggiato resistenze da parte dell’amministrazione, a giugno il sindaco Stefàno Ippazio si è trovato costretto ad emettere un’ordinanza in cui intimava l’Ilva di riportare le proprie emissioni inquinanti al di sotto dei limiti di legge entro trenta giorni; ma nel frattempo è giunta la nuova legislazione che, in un colpo solo, ha eliminato l’inadempienza del Sindaco e l’obbligo dell’Ilva di rispettare la legge. In forza della recente normativa l’Ilva ha presentato ricorso al Tar di Lecce contro l’ordinanza comunale, anche se risulta ancora poco chiara la decisione del tribunale. Nel frattempo, sulla proposta di un Referendum da attuarsi il marzo prossimo relativo alla chiusura totale o parziale dell’ILVA di Taranto, il Tribunale Amministrativo si è recentemente espresso dietro ricorso della CGIL, bloccando questa possibilità ai fini di tutelare l’occupazione. Resta il fatto che per ora il reparto combustione dell’Ilva può continuare indisturbato a contaminare di benzoapirene l’aria di Taranto fino al 31 dicembre 2012. Non importa se, da uno studio promosso da Peacelink, ogni nanogrammo di sostanza al metro cubo in più causa, su una base di 100.000 abitanti, nove nuovi decessi.

“La cosa più grave è che in Italia non si conosce il benzoapirene ed il suo potenziale cancerogeno. Cittadini informati si potrebbero mobilitare come a Taranto per spingere le proprie amministrazioni a rispettare il loro diritto alla salute o quantomeno, data la nuova normativa, per obbligarle ad installare in tutte le città gli impianti di monitoraggio previsti dalla legge. La responsabilità è anche delle associazioni ambientaliste che si sono occupate poco, o troppo tardi, della questione”, afferma Alessandro Marescotti di Peacelink. L’associazione è in prima linea con una campagna di pressione sui parlamentari contro il decreto n. 155 del 2010: dal sito di Peacelink ogni cittadino può – oltre ad farsi un’idea molto approfondita del problema – compilare un modello di lettera da inviare a deputati e senatori per invitarli a ripristinare il decreto n. 152 del 2007. Anche Legambiente si è mossa il 7 ottobre con il lancio di una petizione nazionale.

 

 

 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia