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Esteri / Approfondimento

India, un’antropologa in marcia tra le fila dei guerriglieri naxaliti

Nell’autunno 2008 ai giornalisti fu vietato di entrare nelle zone di guerriglia se non con le forze di sicurezza © Alpa Shah

Dal 2008 al 2010 Alpa Shah ha vissuto tra i ribelli maoisti e gli indigeni adivasi, documentando dall’interno uno dei conflitti più duraturi e meno raccontati della storia contemporanea. E che oggi subisce una durissima repressione

Tratto da Altreconomia 217 — Luglio/Agosto 2019

Unica donna, unica non armata, l’antropologa Alpa Shah, travestita da soldato, ha marciato per sette giorni e sette notti al fianco dei guerriglieri naxaliti, attraversando le fitte foreste dell’India centrale. Le regole della marcia le divennero subito chiare. Mantenere la minima distanza con la persona davanti. Seguire gli ordini del comandante di plotone. Stare sempre su un’unica fila. Era tornata nelle foreste del Jharkhand con una borsa di studio per una ricerca sugli adivasi, le comunità tribali che popolano le foreste dell’India centrale, caratterizzate da sistemi sociali anarchici, liberi dalle strutture gerarchiche tipiche della società indiana. Voleva capire come la comunità adivasi era cambiata in funzione della guerriglia naxalita e cosa spingeva i tribali, a imbracciare le armi per combattere lo Stato.

Non avrebbe mai pensato di incontrare i capi di quella guerriglia d’ispirazione maoista che sopravvive da mezzo secolo nelle foreste più remote d’India con il sostegno delle popolazioni tribali: una lunga tradizione di rivoluzionari marxisti-leninisti che aveva deciso di combattere l’oppressione e la disuguaglianza per costruire un mondo più giusto. Le varie propaggini del movimento sono poi confluite nel Partito comunista (marxista-leninista) indiano e nell’Esercito di liberazione popolare. “I maoisti vennero a bussare alla mia porta la prima notte in cui sono arrivata nella roccaforte della guerriglia, e capii che erano ovunque, in ogni singola casa, in ogni foresta”, spiega l’autrice, e intanto cresceva in lei l’interesse per i naxaliti, chi erano e cosa volevano ottenere.

Tra il 2008 e il 2010 Alpa Shah ha vissuto nel villaggio di Lalgaon, la “capitale rossa” dei naxaliti. Poi, verso la fine della sua osservazione partecipante, la sua richiesta di unirsi a un plotone di combattenti in una spedizione che li avrebbe riportati dal Bihar a Lalgaon, in Jharkhand, fu finalmente accolta: quella lunga marcia avrebbe rappresentato la parte mancante alla sua ricerca. Il passaggio “dal mondo di superficie al regno della clandestinità che apparteneva ai guerriglieri”, condividere con loro una parte consistente della loro quotidianità: camminare, spostarsi da una zona all’altra del Paese.

In quegli anni il primo ministro Manmohan Singh aveva definito l’insurrezione maoista “la più grave minaccia alla sicurezza interna del Paese”. E mentre i tassi di crescita economica del subcontinente aumentavano insieme alle disuguaglianze sociali, la “marea rossa” degli eserciti di guerriglia al suo interno ne corrodeva la struttura con attacchi allo Stato e alle le forze di sicurezza. “Non potevo prevedere che, proprio mentre stavo rientrando in Jharkhand, il governo stava per sferrare tutta la sua forza militare contro i guerriglieri”, racconta. Nell’autunno del 2008 ebbe inizio la cosiddetta operazione “Green Hunt”. La strada per Lalgaon, sotto controllo dei naxaliti, era considerata la più minata d’India. Ai giornalisti fu vietato di entrare nelle zone di guerriglia se non con le forze di sicurezza. Simpatizzanti e attivisti per i diritti umani furono arrestati.

Il racconto di quest’incredibile esperienza è confluito in un libro, “Marcia notturna”, uscito ad aprile 2019 con Meltemi Ed: un resoconto intimo in cui l’autrice guarda a uno dei conflitti più duraturi e meno rappresentati del mondo contemporaneo analizzando dal basso gli effetti della presenza naxalita in territorio adivasi. La marcia intrapresa con i guerriglieri diventa l’espediente con cui Alpa Shah disseziona il movimento con i suoi capi e le sue dinamiche di potere e ricerca le cause che hanno spinto le popolazioni tribali, tra le più povere e marginalizzate d’India, a unirsi alla guerriglia maoista, che in quelle foreste cercava riparo e adepti per la sua lotta. Nelle remote comunità adivasi, di solito schive e restie al contatto con gli outsider, l’ideologia maoista propagata dai leader naxaliti fece molta presa, innescando meccanismi di adesione, che continuano a ingrossare gli eserciti di guerriglia, oggi stimati intorno alle 10mila unità.

“La repressione statale è avanzata inesorabilmente verso quelle che erano le roccaforti della guerriglia: c’è stata un’enorme militarizzazione di quelle zone”

“È difficile immaginare che la Russia sovietica o la Cina di Mao abbiano potuto ispirare una lotta rivoluzionaria in India che dura tutt’ora”, scrive la Shah nel suo libro, selezionato per l’Orwell Prize e già pietra miliare nella ricerca etnografica e nella bibliografia sul movimento naxalita. Ispirati dalla rivoluzione scoppiata nel villaggio di Naxalbari nel 1967, molti giovani della classe medio-alta imbracciarono le armi e si unirono al movimento. Dopo aver innescato guerre di casta nelle pianure contro i proprietari terrieri, i maoisti si ritirarono nelle foreste dell’India Centro-orientale abitate dagli adivasi, un territorio idoneo alle azioni di guerriglia: attentati, imboscate, auto-finanziamento. Operavano fuori dai confini dello Stato in una sorta di governo parallelo: jungle sarkar, lo “Stato della foresta”.

L’ideologia maoista trovò nella contro-cultura adivasi, fatta di egualitarismo, parità di genere e rispetto per la natura, un terreno fertile per reclutare nuove leve e proseguire la lotta: l’incontro tra questi due diversi ideali e pratiche egalitarie, ha permesso al movimento naxalita di consolidare la sua base di sostegno. “Non voglio romanticizzare gli adivasi, anche le loro società sono piene di contraddizioni. Ma ciò che trovo straordinaria è la loro relativa egualitarietà rispetto a tutte le altre comunità indiane -spiega ad Altreconomia Alpa Shah-. Ma tutto ciò sta cambiando con la progressiva hinduizzazione degli adivasi che hanno interiorizzato alcuni dei valori capitalisti e gerarchie castali. Una delle ironie è che il movimento sta oggi riproducendo al suo interno quei valori, quelle divisioni e differenziazioni di classe che originariamente combatteva”.

La guerriglia maoista ha trovato riparo nelle foreste dell’India centrale, abitate dalla minoranza adivasi, che ha aderito alla lotta dei naxaliti contro il governo © Alpa Shah

Negli anni Novanta la liberalizzazione dell’economia “ha spianato la strada alla crescente influenza del settore privato, spalancando le porte alle multinazionali”, scrive Alpa Shah, che si è occupata a lungo di povertà e diseguaglianze. Agli adivasi che vivono ai margini della foresta, la costituzione garantisce alcuni diritti su quelle terre ricche di risorse minerali sulle quali lo Stato voleva mettere le mani. Molti attivisti credono che l’operazione “Green Hunt” avesse lo scopo di accelerare lo sviluppo minerario nel Paese. Naxalisti e adivasi si erano frapposti a questo progetto unendo le loro rivendicazioni a quelle ambientaliste: la risposta di Delhi alla crescente opposizione è stata un modello di sviluppo imposto con le armi.

1967: anno in cui nel villaggio di Naxalbari hanno avuto inizio le proteste contadine contro i proprietari dei latifondi che hanno dato vita al movimento naxalita

“La repressione statale è avanzata silenziosamente e inesorabilmente verso quelle che erano le roccaforti della guerriglia: c’è stata un’enorme militarizzazione di quelle zone, la presenza delle forze di sicurezza è aumentata”, spiega la Shah, “È difficile sapere cosa stia succedendo perché adesso è ancora più difficile entrare in quelle aree. I carceri dell’India Centro-orientale sono pieni di adivasi: persone imprigionate perché ritenute naxaliti, tenute per anni in galera, senza processo. La “National human rights commission” ha svolto un’indagine pochi anni fa in Jharkhand: 4.000 prigionieri sono in carcere accusati di essere naxaliti. In Chhattisgarh immagino stiano accadendo cose simili”. Negli ultimi anni la repressione si è abbattuta su giornalisti, simpatizzanti e avvocati. Intellettuali e attivisti sono bollati come urban naxals, “naxaliti urbani”, e tacciati di anti-nazionalismo anche da esponenti del BJP, il partito ultranazionalista del premier Narendra Modi.

“È un’enorme operazione di silenziamento: chiunque cerchi di scoprire cosa succede viene messo a tacere. Il governo sta schiacciando il movimento e quelli accusati di sostenerlo, chiunque sia sospettato di ‘fiancheggiare’ i maoisti può essere perseguito. Esistono leggi coloniali draconiane, come la legge sulla sedizione o quella per la prevenzione delle attività illegali: è un modo per mettere a tacere il dissenso”, continua la Shah, “Non si tratta solo del pugno di ferro contro i naxaliti, ciò che è diverso adesso è il livello della repressione”. Appena tornata a Londra, nel 2010, mentre l’apparato di sicurezza indiana stringeva il cerchio attorno alle roccaforti dei naxaliti, Shah sentiva addosso “il peso di aver visto quella mostruosa macchina: una delle più colossali operazioni di pulizia-umana dei nostri tempi”.

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