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Esteri / Reportage

Se in India la discriminazione passa anche dai macelli

Il mercato della carne a Bhuj, Gujarat. ©Andrea de Franciscis

Il governo guidato dal nazionalista Narendra Modi ha messo al bando l’uccisione della vacca sacra per gli indù. Penalizzando così le minoranze religiose e mettendo in difficoltà un’industria il cui giro d’affari supera i 4 miliardi di dollari

Tratto da Altreconomia 195 — Luglio/Agosto 2017

La mucca è considerata un animale sacro in India, il cui valore e carico emotivo affondano le radici nell’iconografia e nella religione induista. Ci si riferisce a lei come Gau Mata, madre mucca. Di recente però la vacca sacra, la cui venerazione e protezione hanno raggiunto livelli preoccupanti, è diventato un animale polarizzante e oggetto di controversie, che rischia minare il variegato tessuto sociale del Paese e i diritti, inalienabili, delle minoranze.

A fine maggio, il governo nazionalista guidato da Narendra Modi, ha varato un provvedimento federale contro la macellazione del bestiame: in tutto il Paese sarà vietato vendere capi da macello nei mercati regionali, che saranno destinati solo alla compravendita di quelli per uso agricolo e caseario. Per il macello, sono state introdotte rigide linee guida che rendono il processo molto complesso. La misura, che riguarda tori, mucche, bufali e cammelli, rischia di alienare piccoli macellai e allevatori, oltre a infliggere un duro colpo all’industria della carne e alla comunità musulmana in India.

Il nuovo Prevention of Cruelty to Animals Act -in contrasto con il precedente atto del 1960 che permetteva la macellazione “non crudele” di capi per uso alimentare- non ha però nulla a che vedere con l’etica animalista. Secondo i detrattori del governo ultrainduista del Bharata Janata Party (Bjp), si tratta piuttosto dell’ennesima avvisaglia di un’agenda che ha bruscamente virato dal mantra dello “sviluppo”, verso un’India a trazione induista che sta schiacciando la pluralità indiana sotto il rullo dell’Hindutva, l’ideologia dell’induità che anima le frange estreme del Bjp. 

“Ho quattro figli. Vendevo carne di bufalo, con un animale al giorno guadagnavo 500 rupie, ma con il meat-ban la vita è diventata un incubo, abbiamo paura”

Anche se l’80 per cento degli indiani è induista, non tutti gli induisti sono vegetariani. Come non lo sono i musulmani (che sono il 14 per cento dei 1,3 miliardi di abitanti del Paese), i sikh, i cristiani, i buddisti e i dalit (i fuoricasta induisti), per i quali la carne è una fonte di proteine a basso costo. Quest’imposizione dall’alto del vegetarianismo, ad appannaggio delle caste più alte induiste, va a ledere il diritto fondamentale delle minoranze di scegliere se mangiare o no la carne. Un’inchiesta ha rivelato che la dieta vegetariana è tutt’altro che la norma in India: il 70 per cento della popolazione mangia abitualmente la carne. 

Il recente e cosiddetto meat-ban (messa al bando della carne di mucca) rischia inoltre di mettere a repentaglio un’industria fiorente che, oltre a un crescente mercato interno, alimenta le esportazioni, il cui volume di affari supera i 4 miliardi di dollari annui. Un business importante che ha scavalcato quello del riso basmati e ha permesso all’India di diventare il maggior esportatore mondiale di carne con uno share del 18 per cento. L’industria, ai cui vertici siedono anche diversi imprenditori induisti, dà lavoro a milioni di persone in tutto il Paese. A essere danneggiata, nei mesi a venire, sarà anche l’industria del pellame, con un giro di 18 miliardi di dollari annui. 

In molti Stati, infatti, la macellazione della mucca era già vietata: l’industria della carne in India si basa quasi esclusivamente su quella di bufalo. La crociata del governo contro la macellazione della carne ha suscitato accorate reazioni da parte di studenti, intellettuali e anche governatori, preoccupati dai continui attacchi al tradizionale secolarismo indiano. In prima linea Kerala, Tamil Nadu e Bengala, dove il manzo è parte della cucina tradizionale locale. “Le nuove regole non sono democratiche, sono anticostituzionali”, ha tuonato Mamata Banerjee, chief minister del Bengala. Le prime avvisaglie della crisi indotta dalla lotta alla macellazione del manzo si erano avute già in passato, con attivisti induisti che avevano accusato la comunità musulmana di occultare la macellazione delle vacche con la carne di bufalo e di trafficare le mucche oltre confine. Fino ad arrivare a violenti scontri tra la comunità musulmana e quella indù. Tristemente noti i linciaggi avvenuti a Dadri (nel 2013) e Muzaffarnagar (nel 2015), entrambi in Uttar Pradesh. Di recente la questione della carne è tornata a occupare le prime pagine dei quotidiani, estendendosi a macchia d’olio, di riflesso ai successi elettorali del Bjp. 

Un allevatore di bestiame nel deserto del Kutch, Gujarat, al confine con il Pakistan ©Andrea De Franciscis

Il 31 marzo scorso, l’assemblea del Gujarat, Stato di cui è originario il premier Modi, ha passato un emendamento che rende il reato di macellazione (e trasporto) della vacca punibile fino all’ergastolo. “La mucca non è un animale, è un simbolo di vita universale -ha dichiarato il ministro della Giustizia- chiunque uccide una mucca, non sarà risparmiato”. A metà marzo, il Bjp ha stravinto le elezioni in Uttar Pradesh (UP)  -il più popoloso Stato indiano, dove un quinto dei 220 milioni di abitanti sono musulmani -già in passato teatro di violenze settarie. 

A sorpresa, il Bjp, ha nominato come governatore dell’Uttar Pradesh il controverso Yogi Adityanath -un religioso induista che negli anni ha fomentato le lotte intercomunitarie- che al terzo giorno di mandato ha ordinato un giro di vite su macellerie e macelli “illegali” nello Stato, cioè non a norma, che vale a dire quasi tutti. La misura ha toccato principalmente i musulmani e i dalit impiegati nel settore e ha messo in ginocchio l’industria della carne nello Stato, che da solo fornisce il 50 per cento delle esportazioni e impiega, in modo diretto o indiretto, 2,5 milioni di persone. 

Nel caleidoscopio sociale che sono le caste indiane, in cui a ogni sotto-casta è attribuito un mestiere, la comunità musulmana dei Qureshi è destinata alla macellazione della carne. Gli abitanti del quartiere di Gauriganj a Varanasi (Uttar Pradesh), sono quasi tutti macellai, tutti musulmani. Le saracinesche delle molte macellerie sono tutte chiuse.

Munsi Qureshi, 55, ha ereditato il mestiere da suo padre. “Ho quattro figli. Vendevo carne di bufalo, con un animale al giorno guadagnavo 500 rupie (circa 8 euro), ma con il meat-ban la vita è diventata un incubo, abbiamo paura di essere attaccati”, spiega Munsi con gli occhi lucidi e in mano una licenza che non vale più nulla.

Una mucca “randagia” ad Allahbad, Uttar Pradesh ©Andrea De Franciscis

Muniza Khan, attivista e ricercatrice al “Gandhian Institute for Social Studies”, racconta di come il clima di tensione nei confronti della comunità musulmana sia stato un crescendo, dal 2014 -quando Modi è diventato premier- fino all’elezione di Yogi Adityanath, e poi al meat-ban. “Il business della carne impiega gli strati più poveri della società: musulmani, dalit ma anche altre caste basse -spiega- Il governo sta colpendo i poveri e le minoranze, minando il secolarismo e la pluralità indiana e governando il Paese come fosse un’Hindu Rashtra” (la Nazione Induista anelata dall’Hindutva). 

Il suo pensiero, di questi tempi, è condiviso da molti. La stretta sulla macellazione ha alzato un polverone nella società indiana, esasperando il senso di alienazione e intimidazione della comunità musulmana. “Il governo ha cercato di imporre un divieto a tutta l’industria della carne -ha riferito alla stampa Abdul Faheem Qureshi, capo del comitato All India Jamiatul Quresh– e le ragioni sono solo politiche”. Il provvedimento è arrivato a poche settimane dall’inizio del Ramadan, il mese sacro di digiuno per i musulmani, che sono soliti mangiare carne dopo il tramonto, durante l’Iftar.

Il clima che si respira riporta alla mente quello del 1992, quando la Babri Masjid di Ayodhya -la moschea che gli indù credono costruita sui resti di un tempio del dio Ram- fu demolita da fanatici induisti. La protesta e le violenze che ne seguirono hanno provocato 2000 morti e migliaia di feriti.  E poi ancora nel 2002, quando le lotte intercomunitarie tra indù e musulmani in Gujarat si trasformarono in veri e propri pogrom. All’epoca, Modi era governatore dello Stato e fu accusato di aver coperto, se non addirittua incitato, le violenze. 

È in questo contesto che sono maturate le condizioni che hanno portato, negli ultimi anni, ai drammatici episodi di violenza di gruppo, in cui una parte si erge a giudice e boia di una minoranza, che viene linciata da una folla inferocita senza che le forze dell’ordine intervengano. E se tutta la storia dell’India indipendente è costellata da episodi di violenza settaria, i casi di linciaggi e omicidi ai danni di musulmani, dalit e trasportatori di bestiame per mano dei vigilantes indù sono diventati sempre più frequenti da quando il Bjp ha assunto il potere nel 2014. 

I casi di linciaggi e omicidi ai danni di musulmani, dalit e trasportatori di bestiame per mano di vigilantes indù sono diventati sempre più frequenti

gau raksha ne sono l’esempio lampante. Gli squadroni dell’estrema destra induista votati alla protezione della vacca stanno approfittando del sostegno del Rashtraiya Swayamsevak Sangh (Rss), spina dorsale ideologica e braccio paramilitare del Bjp, per agire impunemente e colpire la comunità musulmana con linciaggi e omicidi. Emblematico il caso di Pehlu Khan, un uomo ucciso dai vigilantes perché sospettato di trafficare le mucche che aveva appena comprato al mercato di Alwar, Rajastan. Khan lavorava nell’enorme mercato nazionale del latte. 

La destra induista si è più volte scagliata contro la “Rivoluzione Rosa” -la crescita delle esportazioni di carne negli anni Duemila. Ma tale crescita è riconducibile piuttosto a dinamiche di mercato che sfruttano nicchie e sprechi del sistema. L’India è oggi il maggior produttore mondiale di latte, con 154 miliardi di tonnellate nel 2016, quasi tutto di bufala. Il risultato è frutto della “Rivoluzione Bianca”: negli anni 70 il dottor Verghese Kurien riuscì a ottimizzare la produzione di latte (utilizzando bufale invece di vacche e reti di cooperative locali di allevatori) soddisfacendo così la domanda interna e rendendo l’India autosufficiente.

Inoltre, nell’ultimo decennio c’è stato un importante mutamento nell’economia agraria. Ridotti in miseria dai monsoni imprevedibili, milioni di piccoli coltivatori hanno scelto l’allevamento di bovini, il cui contributo all’economia nazionale ha superato quello dei cereali per uso alimentare. Alcuni hanno pensato di importare razze bovine straniere che, però si sono mal adattate alle condizioni climatiche indiane, finendo col produrre poco latte. Oggi l’India possiede il più grande numero di bovini al mondo, molti dei quali finiscono i loro giorni a ruminare spazzatura nei vicoli, in mezzo al traffico o in fatiscenti gaushala, i ricoveri per mucche tanto cari alla destra indù.

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