Ambiente / Reportage

Il nuovo inceneritore che riapre le ferite di Marghera

Nell’impianto di Fusina la società Ecoprogetto brucerà fino a 70mila tonnellate di combustibile ricavato da rifiuti non riciclabili. Ma nel territorio gli incidenti presso raffinerie e impianti legati al cracking sono frequenti. Così i cittadini si mobilitano

Tratto da Altreconomia 229 — Settembre 2020
La fabbrica dismessa in via della Meccanica a Marghera © Camilla Martini

“Marghera nell’immaginario di molti è il luogo delle schifezze, dei rifiuti, del pericolo. Il luogo delle produzioni più inquinanti. E quindi, secondo queste persone, tanto vale continuare così”. È amarissima la considerazione di Gianfranco Bettin, scrittore e presidente della Municipalità di Marghera, mentre mette in fila gli eventi accaduti negli ultimi mesi. L’incendio alla 3V Sigma, con quella nube nera visibile a molti chilometri di distanza. L’approvazione, da parte del Comitato di valutazione di impatto ambientale della Regione Veneto, del progetto per il nuovo impianto di incenerimento a Fusina in via della Geologia, a pochi passi da Marghera. Tutto concorre a riaffermare quella narrazione secondo cui questo è un luogo per sempre destinato a produzioni inquinanti e pericolose, dove la salute di chi ci abita e ci lavora è da mettere all’ultimo posto. Inoltre, nelle scorse settimane, per due volte all’ingresso del municipio sono state ritrovate alcune copie dell’ultimo romanzo di Bettin, “Cracking”, bruciate e coperte di svastiche e insulti. Uno sfregio ulteriore alla memoria del luogo.

Il solo annuncio dell’autorizzazione ambientale da parte della Regione, alla fine di maggio, ha innescato la prima grande mobilitazione di protesta dopo il lockdown contro il progetto del nuovo impianto di Fusina. Un inceneritore in cui Ecoprogetto, società del gruppo Veritas, brucerà tra le 60 e le 70mila tonnellate di combustibile solido secondario (il Css), ricavato dai rifiuti non riciclabili. Materiali destinati, fino a pochi mesi fa, alla centrale termoelettrica Enel di Marghera, adesso in fase di riconversione, in cui venivano bruciati insieme al carbone. Ora il nuovo impianto servirà allo smaltimento di questo residuo. Sono tre le linee previste: due per la combustione del rifiuto residuo, la terza destinata allo smaltimento di fanghi di depurazione urbana che ha messo in allarme comitati e associazioni per la possibile presenza di sostanze come i Pfas (e attualmente sospesa, per la necessità di ulteriori verifiche, a seguito del confronto tra la Regione Veneto e il ministero dell’Ambiente).

Nell’impianto di Fusina, previsto sul complesso del vecchio inceneritore chiuso nel 2014, verrebbero conferiti i rifiuti dei 44 Comuni della Città Metropolitana di Venezia

Era notevole l’impatto di piazza Mercato a Marghera il 5 giugno, in occasione dell’assemblea pubblica convocata da una decina tra associazioni e comitati insieme alla municipalità: oltre 600 persone, sedute a opportuna distanza anti contagio, a riempire la piazza. Tra gli organizzatori, lo storico comitato Opzione Zero, l’Assemblea permanente contro il rischio chimico di Marghera, Legambiente e diversi gruppi di cittadini. I giovani di Fridays For Future, nella stessa giornata, hanno occupato simbolicamente la sede di Veritas a Mestre. I numerosi comitati, il 13 giugno, hanno partecipato alla manifestazione per immaginare una Venezia diversa con la grande catena umana che si è formata sulla banchina delle Zattere. Inoltre, una raccolta firme ha raggiunto quasi 10mila oppositori al progetto, tra cui un gruppo di pediatri legati all’associazione Nascere Meglio. Il timore di un ritorno al passato, da queste parti, è molto forte.

Gianfranco Bettin è l’autore del romanzo “Cracking” e presidente della Municipalità di Marghera © Camilla Martini

L’impianto di incenerimento, in cui verrebbero conferiti i rifiuti dei 44 Comuni della Città Metropolitana di Venezia (più Mogliano, in provincia di Treviso), è infatti previsto sul complesso del vecchio inceneritore, “quello che abbiamo fatto chiudere nel 2014 e che ci ha avvelenati per 20 anni”. Bettin all’epoca era assessore all’ambiente nella giunta Orsoni. La chiusura dell’inceneritore era avvenuto pochi mesi prima dello scandalo Mose, che ha travolto il Comune di Venezia e la Regione favorendo poi la volata di Luigi Brugnaro e Luca Zaia (le cui amministrazioni si mostrano a favore del nuovo impianto). Un’era politica fa. Ma il grave incidente alla 3V Sigma, il 15 maggio, ha fatto riemergere paure antiche. L’incendio in cui due addetti sono rimasti feriti (uno dei due, l’operaio di origine indiana Pramod Saw, è da poco uscito dal coma) ha reso evidente l’insicurezza di uno stabilimento che operai e sindacati denunciavano da tempo. Sempre nell’area dell’ex Petrolchimico, a luglio si è verificata una fuoriuscita di acido fluoridrico alla Fluorsid Alkeemia, fortunatamente subito contenuta.

“Un impianto di incenerimento come questo è fuori da ogni politica che abbia come priorità la lotta al cambiamento climatico” – Gianfranco Bettin

E poi gli impianti dedicati al cracking di Versalis, raffinerie in cui dal petrolio greggio vengono ricavati composti leggeri, che ogni due o tre mesi a causa di “fuori servizio” bruciano i gas nelle torce, sollevando fiamme altissime. “Esiste un grave problema di sicurezza -spiega Bettin- dovuto a un modello vecchio, con pochi investimenti e con un atteggiamento padronale di vecchio stampo verso i lavoratori”. In questo contesto, l’idea del ritorno di un inceneritore crea agitazione in molti cittadini che vorrebbero immaginare un futuro diverso per Marghera.

Veritas, naturalmente, non è dello stesso avviso. “L’impianto sarà tutto tranne che un ecomostro”, spiega Riccardo Seccarello, responsabile della comunicazione della multiutility. “Si tratta di un impianto di dimensioni modeste, che al massimo utilizzerà il materiale prodotto in questo territorio”. Il progetto nasce come aggiornamento tecnologico del sito esistente in cui viene utilizzata come combustibile la biomassa, per la necessità di smaltire il combustibile solido secondario, “che la centrale Enel non accetta più a causa della riconversione. Siamo costretti dunque a smaltirlo in altri impianti, prima all’estero e ora in Lombardia. Ma il fatto di dover pagare per mandarlo fuori si ripercuote sulle bollette dei cittadini, che aumenterebbero di qualcosa come cinque milioni all’anno”.

Mattia Donadel, del comitato Opzione Zero, fa notare però che “l’impianto è estremamente sovradimensionato: attualmente la produzione è di 60mila tonnellate l’anno ma la richiesta è di produrne più del doppio”. Secondo Donadel “un impianto di incenerimento come questo è fuori da ogni politica che abbia come priorità la lotta al cambiamento climatico. L’energia non va prodotta bruciando materiali, va prodotta con il sole, il vento, e non va sprecata. Inoltre la produzione di questo combustibile solido secondario è costosa in termini economici e di risorse”. Da molti lati si osserva l’azione contraddittoria di Veritas, che da un lato può vantare “alte percentuali di raccolta differenziata, superiamo ormai il 70% e per tre anni consecutivi siamo stati la prima città metropolitana d’Italia per la raccolta differenziata”, come illustra Seccarello, e dall’altro punta su un inceneritore. “È una visione schizofrenica -aggiunge Bettin- che ha messo in campo una proposta totalmente arretrata. In quest’ultimo anno noi avevamo ipotizzato delle assemblee popolari con l’azienda, il Comune e i comitati. Volevo capire se era possibile evitare il progetto trovando un’altra strada. Il confronto però è stato chiuso subito. Serve ragionare su come ridurre la massa di rifiuti a monte. Non possiamo tornare agli anni 90, quando la Regione approvava il vecchio inceneritore condizionando e distorcendo tutto il sistema di smaltimento dei rifiuti”. 

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