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In cerca di coesione

Contro la disuguaglianza e l’emarginazione che minacciano la società occorre rinnovare i legami tra individui. Cinque punti chiave, a partire dal reddito minimo, nell’intervista a Roberto Graziano, professore di Analisi delle politiche pubbliche all’Università “Luigi Bocconi” di Milano e membro del comitato scientifico di Social Cohesion Days, le “Giornate per la coesione sociale” che si terranno a Reggio Emilia tra il 4 e il 6 giugno 2015

Tratto da Altreconomia 171 — Maggio 2015

“Quello di Coesione sociale è un concetto ambiguo. Per definirlo si può partire dalla protezione dei diritti sociali da garantire attraverso le politiche pubbliche. Coesione sociale è creazione e mantenimento di una rete di protezione che tuteli le persone, soprattutto in momenti di difficoltà”.
Paolo Roberto Graziano è professore di Analisi delle politiche pubbliche all’Università “Luigi Bocconi” di Milano e membro del comitato scientifico di Social Cohesion Days, le “Giornate per la coesione sociale” che si terranno a Reggio Emilia tra il 4 e il 6 giugno 2015 (vedi a pag. 47).

Professor Graziano, quali vantaggi ha una società socialmente coesa?
La possibilità di esistere in modo armonioso. Le disuguaglianze economiche generano emarginazione sociale e l’emarginazione non crea armonia. In Italia, secondo le ultime rilevazioni Istat, il 28,4% dei residenti è a rischio povertà o esclusione sociale. Il 12,6% delle famiglie è in povertà relativa e il 7,9% è in povertà assoluta. Sono dati allarmanti.
La coesione sociale è prodotto di diverse politiche pubbliche: quelle pensionistiche, del lavoro e quelle di lotta all’esclusione sociale. Ottenere coesione significa attuare queste politiche e far sì che siano integrate fra di loro, invece che ragionare per compartimenti stagni. Per riuscire a progredire sul versante della coesione è necessario anche porre la persona al centro di qualsiasi tipo di intervento pubblico.

Qual è il punto d’incontro quando bisogna tradurre uno studio in politiche concrete?
Uno degli obiettivi delle ricerche è proprio quello di far sì che i risultati degli studi abbiano anche un’utilità sociale. Molto spesso il problema è che non ci si capisce, e non solo fra accademici, ma fra accademici, istituzioni e anche rappresentanti del Terzo Settore. È necessario rafforzare la trasmissione di conoscenza tra noi e gli operatori e verificare se le domande che noi poniamo dal punto di vista della ricerca siano quelle giuste per chi, poi, si trova quotidianamente a operare nell’ambito sociale.

Crede che in Europa siano state attivate giuste politiche?
In questo momento l’Europa attraversa una forte crisi d’identità. Si è esaurito lo slancio verso il welfare della seconda metà degli anni Novanta. Gli interventi contro la crisi hanno risposto all’emergenza cercando soprattutto di contenere la spesa pubblica, non certo di migliorare la coesione sociale. Mi riferisco in particolare all’imposizione dell’austerità di bilancio alla Grecia. Una misura che in 5 anni ha portato alla perdita del 25% del prodotto interno lordo. In un momento complessivo di crescita limitata se non addirittura negativa, l’esito netto di tali politiche è quello di creare maggior disagio sociale. L’Europa degli ultimi anni ha perso gran parte della propria anima sociale e lo dice una persona che ha iniziato a studiare l’Unione con una certa speranza.
In Italia la coesione sociale è compromessa dai ritardi in più settori. La disoccupazione giovanile al 42,6%; il 45,6% dei pensionati che vive con meno di mille euro; 16 milioni di italiani in condizione di povertà relativa e assoluta; la Sanità che continua a subire tagli. Il problema dell’Italia non è una spesa bassa per le politiche sociali (negli ultimi anni gli interventi di protezione sociale sono arrivate a costituire il 30% del Pil, ndr), dove siamo nelle prime posizioni fra i Paesi dell’Ue, ma semmai il fatto che le politiche hanno seguito un andamento che non è stato riorientato nel corso del tempo in modo da rendere ancora più efficace la spesa. L’Italia ha anche il macigno dell’evasione fiscale.

Lei ha segnalato anche la presenza di un modello di welfare Sud-europeo in cui la famiglia rappresenta un importante ammortizzatore sociale. In Italia è ancora forte?
Per ora senz’altro. Tra il 2008 e il 2013 circa un milione di persone hanno perso il lavoro. Di questo milione, molte sono under 35 che spesso sono tornati a vivere con i genitori. Un dato estremamente significativo della funzione di ammortizzatore sociale che la famiglia svolge ancora oggi. Il punto è fino a quando potrà durare? Le famiglie stesse faticano a produrre coesione sociale se a un certo punto anche per loro la coperta si restringe. Certo, diminuisce la natalità, però il modello attuale non può tenere nel medio periodo proprio perché si sta consumando la ricchezza. I dati Istat mostrano che il 70,3% delle famiglie italiane non riesce a risparmiare, mentre il 40,5% non riesce a far fronte alle spese impreviste. L’idea vincente è fornire uno strumento d’inclusione sociale che non sia nelle mani della famiglia, ma in quelle dello Stato.

Un suo recente studio ha evidenziato 5 possibili politiche per il miglioramento della coesione sociale in Italia. La prima è il reddito minimo garantito.
Una misura che consentirebbe agli individui in difficoltà di avere, attraverso una base economica, quelle opportunità di inserimento sociale che, prima ancora che lavorativo, sono alla base della coesione sociale. Trovo valide in tal senso le cifre riprese dalla campagna di “Libera”, che assegnerebbe un reddito pari al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato a individui che vivono al di sotto di una certa soglia economica individuata nel 60% del reddito medio familiare.

Seconda politica: l’uso efficace dei fondi europei.
Le risorse europee sono importanti: 30 miliardi di euro che possono essere utilizzate per politiche innovative. Non è tanto la quantità, bensì la qualità delle risorse che potrebbero essere indirizzate per sottoporre a verifica alcune politiche sperimentali che, ad esempio, sostengano l’integrazione di quelle esistenti e mettano a sistema le buone prassi presenti nei vari contesti territoriali italiani.

Terza ricetta: la ridefinizione complessiva dei limiti imposti da Bruxelles.
Il punto è capire che tipo di Europa vogliamo. Fino a ora la risposta è stata data dai soliti noti che volevano un’Europa che mantenesse ordine e disciplina senza che ci fosse una visione. E per visione intendo quella data da Jacques Delors tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta che poggiava su crescita e competitività, ma che non ignorava l’occupazione. Una visione di grandi progetti, politiche industriali e politiche per la crescita. In questo momento tutto ciò non c’è a Bruxelles.

La quarta possibile soluzione è l’adozione di politiche effettive contro l’economia sommersa.
Questa dovrebbe essere la politica più importante. La priorità è ridefinire il patto sociale perché in questo momento emerge ancora con più forza questa carenza di trasparenza tra i membri della comunità politica italiana. Non c’è nulla di più deleterio per la coesione sociale di abituarsi a prassi come quella di non emettere uno scontrino fiscale o, ancora peggio, di non pagare sistematicamente le tasse. Se non si prende coscienza del fatto che il patto sociale sta scricchiolando e che comunque sopravvivere in nero non fa bene a nessuno, qualsiasi discorso sulla coesione sociale diventa inefficace.

L’ultima soluzione: una riforma fiscale redistributiva.
Le politiche sociali potrebbero essere concepite in modo da essere maggiormente virtuose sotto il profilo redistributivo. È chiaro che affrontare dei costi in momenti di crisi è un peso per tutti, però è altrettanto chiaro che nella distribuzione del reddito ci sono delle persone che, anche in momenti di crisi, mantengono dei redditi sopra la media mentre altre si trovano costantemente al di sotto. Regole fiscali premianti per chi si trova a contribuire fino in fondo al fisco svilupperebbero un patto sociale che renderebbe efficace la redistribuzione. In Svezia negli anni Novanta si è deciso di incrementare le tasse a fronte di cittadini che erano d’accordo perché credevano che le tasse avrebbero dato vita a migliori servizi, e così è stato. Il punto è, ancora una volta, che la natura redistributiva del fisco dev’essere presa davvero sul serio.

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