Diritti / Attualità

Una rete di imprese solidali per liberare i braccianti di Rosarno

Il progetto “Spartacus”, promosso da “International House” di Reggio Calabria e “Chico Mendes” di Milano, ha come obiettivo quello di offrire ai braccianti un’alternativa di lavoro regolare e accoglienza in tutta Italia

Tratto da Altreconomia 215 — Maggio 2019
Khadim, Cheikh, Ousmane e Diawara davanti all’ingresso della cascina di Iris a Calvatone al momento del loro arrivo © Ilaria Sesana

“Non mi piaceva stare a Rosarno. Lì tutti mi guardavano come se fossi una macchina, un trattore”. Khadim, 31 anni, parla con voce tranquilla in un buon italiano. Cheikh, Ousmane e Diawara annuiscono in silenzio. “A me piace il lavoro della campagna, è un lavoro dignitoso, ma soprattutto mi piace lavorare con la gente che ti rispetta, il lavoro giusto”, riprende Khadim. “No, non ci piaceva Rosarno”, ribadiscono gli altri tre.

Seduti in una grande stanza affacciata sull’aia della cascina della cooperativa Iris di Calvatone (a quaranta chilometri da Cremona), davanti a una tazza di caffè, i quattro giovani senegalesi tracciano un bilancio di quello che si sono lasciati alle spalle al termine di un viaggio lungo più di mille chilometri e durato quasi dodici ore e iniziano a prendere le misure della nuova vita che li attende. “Avete le scarpe anti-infortunistiche? E gli stivali?”, chiede Maurizio Gritta, presidente di Iris che poche ore prima, in una grigia giornata di aprile, ha accolto i ragazzi al loro arrivo sull’aia della grande cascina al termine di un viaggio in pulmino lungo più di dieci ore. “Due di voi resteranno qui a lavorare nell’azienda agricola, uno andrà a lavorare come operaio al pastificio e uno presso l’azienda agricola ‘Il germoglio’, a pochi chilometri da qui -spiega Gritta-. Questo non sarà solo un lavoro. Sarà un luogo dove vivere e dove, spero, potremo iniziare un percorso assieme”.

Khadim, Cheikh, Ousmane e Diawara sono i primi protagonisti del progetto “Spartacus”, promosso dall’associazione interculturale “International house” di Reggio Calabria, e dalla cooperativa Chico Mendes con l’aiuto di Altreconomia e il contributo di Fondazione Vismara. Un progetto pilota, partito nel febbraio 2019, che ha come obiettivo quello di offrire ad almeno venti braccianti un’alternativa di lavoro regolare e accoglienza all’interno di aziende agricole e altre realtà imprenditoriali dell’economia solidale italiana. Con un contratto minimo della durata di due anni e la prospettiva di una stabilizzazione.

“Spartaco è stato il liberatore degli schiavi dell’antica Roma. Nella piana di Gioia Tauro vivono e lavorano gli schiavi moderni, ci è sembrato naturale usare questo nome”, spiega Tonino Perna, già docente di Sociologia economica presso l’Università di Messina e di Economia presso la facoltà di Urbanistica dell’Università di Reggio Calabria e anima dell’iniziativa. “Negli ultimi 18 mesi tre persone sono morte a seguito di incendi che hanno danneggiato la grande baraccopoli di San Ferdinando, poi rasa al suolo il 6 marzo 2019 per volontà del ministro dell’Interno, Matteo Salvini -spiega Perna-. A ogni morte sono seguite dichiarazioni di sdegno, manifestazioni di protesta ma non si è mai fatto nulla per provare a risolvere la situazione. Questa ritualità ci ha stancato e abbiamo provato a immaginare un’alternativa”.

La Piana di Gioia Tauro, e Rosarno in particolare, è una delle principali aree di produzione di agrumi in Italia. Qui, nei mesi della raccolta, che va da marzo a novembre, si concentrano ogni anno tra i 2.000 e le 2.500 braccianti di origine straniera. Costretti a vivere in condizioni precarie per l’impossibilità di affittare un appartamento, e a lavorare in condizione di grave sfruttamento. “Sono soprattutto giovani che, privandosi di tutto e vivendo in un ghetto, riescono comunque a mandare qualche soldo alle loro famiglie”, spiega Maria de Martino, presidente dell’associazione “International House” ente capofila del progetto “Spartacus”. All’associazione spetta il compito di selezionare i possibili destinatari dell’intervento: “Stiamo facendo una prima selezione, anche grazie all’aiuto di don Roberto Meduri, sacerdote attivo da anni nella Piana di Gioia Tauro e che conosce bene i braccianti. Poi andiamo a tracciare un profilo delle competenze professionali che questi ragazzi già hanno e quelle che devono essere potenziate. È un passaggio essenziale per il match con le aziende”.

Un’immagine della tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria). È stata colpita da diversi incendi nel corso degli ultimi mesi. Lo scorso marzo è stata smantellata © Progetto Spartacus

“La principale difficoltà da superare è la diffidenza di molti di questi ragazzi. Nel corso degli anni hanno ricevuto tante promesse di aiuto, che spesso non si sono tradotte in realtà -aggiunge Gian Antonio Ricci, responsabile esecutivo del progetto per conto della cooperativa Chico Mendes-. Questo progetto, però, rappresenta qualcosa di nuovo”. A dare fiducia ai braccianti, sono i primi inserimenti già effettuati: oltre ai quattro ragazzi trasferiti in provincia di Cremona, due hanno avviato i tre mesi di prova presso la cooperativa “Nelson Mandela” di Gioiosa Ionica (azienda agricola che produce olio e agrumi, oltre a gestire un agriturismo) e altri due nell’azienda dei fratelli Luccisano a Cittanova (aderente alla rete “Calabria Solidale”), entrambe in provincia di Reggio Calabria.

Khadim, 31 anni, vive in Italia da più di dieci anni. Ha in tasca un permesso di soggiorno per motivi umanitari e per molto tempo ha lavorato come ambulante nei mercati di Catania. “Sono stato a Rosarno per cinque anni a fare la campagna. Sono andato lì perché è più facile trovare lavoro: qualche volta in regola, con la busta paga per qualche mese, altre volte in nero. Con il caporale”.

Dallo aprile 2019 ha iniziato a lavorare, assieme a Ousmane presso l’azienda agricola Iris. Diawara, invece, è impiegato presso l’azienda agricola “Il germoglio”, a pochi chilometri di distanza. “Ci sarà un periodo di tre mesi di prova, durante i quali faremo soprattutto attività di formazione, al termine dei quali ci impegniamo ad assumerli -spiega Maurizio Gritta-. Siamo consapevoli che il nostro intervento da solo non è sufficiente per risolvere la situazione di Rosarno. Vogliamo contribuire a questo progetto di inclusione, continuando a portare avanti i nostri valori e contaminando altre realtà imprenditoriali”.

Paola Vallari, socia della cooperativa Iris e titolare dell’azienda agricola “Il germoglio” è la prima imprenditrice della zona ad aver aderito al progetto. Una piccola realtà (14 ettari coltivati con metodo biologico) che produce soprattutto cereali e ortaggi che vengono venduti direttamente al pubblico. “Mi aiutano i miei genitori, ma lavoriamo tanto e quando c’è stata la possibilità di aderire a questo progetto ho accettato volentieri -spiega Vallari-. Credo in questo tipo di iniziative e sono felice di poter aiutare questi ragazzi a costruirsi un futuro”.

Cheick, 25 anni, ha vissuto per quasi quattro anni a Rosarno: “Ho lavorato in un vivaio per circa un anno, ho fatto la raccolta delle arance, dei kiwi e delle olive. Ma so anche eseguire lavori di potatura”. Le modalità con cui era costretto a lavorare non gli piacevano: “Spesso ti pagano con le mani”, spiega mimando il gesto di chi porge del denaro. Per lui il pagamento in nero, in contanti, magari per una cifra inferiore a quella prevista dai contratti nazionali, è stata in molte occasioni la norma. “Iniziavamo a lavorare alle 7 di mattina e si finiva alle 17.30, tutti i giorni. Ci pagavano a settimana: 200 euro”, sottolinea il ragazzo, che ha iniziato i tre mesi di prova presso il pastificio di Iris.

L’obiettivo è quello di avviare al lavoro almeno 20 braccianti entro un anno dall’inizio del progetto. Occorre quindi individuare altre realtà imprenditoriali disposte a partecipare all’iniziativa -compito a cui si sta dedicando Altreconomia- anche in vista di un possibile sviluppo del progetto. “Spartacus”, infatti, vuole essere un banco di prova per sperimentare un modello da replicare su scala più ampia “per dare una risposta adeguata a questo bisogno”, conclude Tonino Perna. “Questo progetto non si può ridurre semplicemente all’offerta di un posto di lavoro adeguatamente retribuito e di un alloggio dignitoso -conclude Maurizio Gritta-. Quelle che vogliamo costruire sono buone prassi di economia solidale e di inclusione. Vogliamo dare vita a una comunità”. Una prospettiva che i quattro giovani senegalesi hanno già compreso e abbracciato. Forse inconsciamente: “Ci siamo conosciuti perché a Rosarno giocavamo a calcio nella stessa squadra. Qui c’è una squadra di calcio?”.

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