Ambiente / Varie

Il suolo? Non è un bancomat!

FAI, INU, Legambiente, LIPU, Slow Food Italia e WWF scrivono a governo e parlamentari chiedendo di "vincolare" i proventi legati agli interventi edilizi alla realizzazione effettiva di opere di urbanizzazione. Dai primi anni Duemila, infatti, gli oneri vengono utilizzati anche per ripianare la parte corrente dei bilanci municipali. Paolo Pileri nel libro "Che cosa c’è sotto" la definisce "un’onta"

Contro il consumo di suolo, e per chiudere in bellezza il 2015, cioè l’”Anno internazionale dei suoli” delle Nazioni Unite, il governo italiano ha ancora a disposizione la legge di Stabilità 2016, per dare un chiaro segnale: basta reintrodurre il vincolo di destinazione dei proventi derivanti dagli oneri di urbanizzazione per migliorare la qualità delle nostre città e per evitare che i Comuni siano tentati di favorire l’espansione edilizia pur di fare cassa.

Nel giorno in cui scadono i termini per presentare gli emendamenti alla legge di Stabilità in commissione a Montecitorio, questa  è la richiesta contenuta in una Lettera aperta inviata oggi ai capigruppo e ai membri della V Commissione Bilancio della Camera e ai ministeri interessati (Ambiente, Beni Culturali, Agricoltura, Trasporti e Infrastrutture) da FAI, INU, Legambiente, LIPU, Slow Food Italia e WWF.
Non si tratterebbe di un atto rivoluzionario, ma di dare immediata attuazione –come ricordava Michele Munafò, ricercatore dell’ISPRA, in questa intervista con Altreconomia– a quanto previsto nel disegno di legge (ddl) governativo sul “contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato”, che ancora stenta nel suo percorso parlamentare.

Le associazioni si fanno interpreti di un vasto movimento di opinione, di cui fa parte il Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio, "Salviamo il paesaggio", e ricordano nella Lettera aperta che nell’articolo 10 del ddl sul consumo del suolo è contenuta una norma di assoluto buon senso sulla destinazione dei proventi dagli oneri di urbanizzazione nella quale si contempla che “i proventi dei titoli abilitativi edilizi […] sono destinati esclusivamente e senza vincoli temporali alla realizzazione e alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria…”.

La lettera ricorda che con la riforma del Codice dell’edilizia nel 2001 si permise un uso “disinvolto” degli introiti derivanti dagli oneri di urbanizzazione per coprire fabbisogni di cassa delle amministrazioni, autorizzando i comuni a utilizzare il territorio non come risorsa della comunità da amministrare con consapevolezza ma come patrimonio disponibile per espansioni urbanistiche generatrici di entrate fiscali.
“Si tratta -spiegano le associazioni- di un espediente contabile di corto respiro che ha consentito il consolidarsi di una discutibilissima prassi che ha permesso di attingere, senza alcun limite, a una risorsa ambientale scarsa e non rinnovabile, semplicemente per far fronte a fabbisogni di cassa”.

Il professor Paolo Pileri del Politecnico di Milano nel suo libro per Altreconomia edizioni “Che cosa c’è sotto” parla di “onta degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente”. Dai primi anni Duemila, scrive Pileri, “ogni terreno, ogni campo e ogni prato sono diventati, agli occhi degli amministratori, un ‘bancomat’ con cui finanziarsi vizi e virtù: dalla cancelleria alla riparazione del tetto della scuola materna, dalla benzina per l’auto blu allo stipendio del vigile urbano, dalla festa di paese con tanto di comizio del sindaco che si ricandida, al fondo per il sostegno alla scuola delle famiglie che non ce la fanno”.

È anche per questo che sarebbe necessario riaffermare nel nostro ordinamento un principio di responsabilità e sostenibilità contabile e amministrativa. È anche con questo strumento che si  potranno contenere, secondo le associazioni, le dinamiche che da decenni causano una perdita irreversibile di superfici agricole sacrificate a espansioni urbane e infrastrutturali. L’ISPRA certifica le cifre preoccupanti della perdita di superfici agricole, nonché la velocità con cui, ogni giorno, 70 ettari circa di suolo del nostro Paese scompaiono sotto cemento e asfalto.

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