Esteri

Il paradosso umanitario – Ae 69

L’intervento umanitario è diventato una volta per tutte la giustificazione per le guerre: l’emblema della disfatta della società civile. Parola di David Rieff, da quindici anni inviato del New York Times Magazine nelle zone calde del pianeta. Ma non tutto…

Tratto da Altreconomia 69 — Febbraio 2006

L’intervento umanitario è diventato una volta per tutte la giustificazione per le guerre: l’emblema della disfatta della società civile. Parola di David Rieff, da quindici anni inviato del New York Times Magazine nelle zone calde del pianeta. Ma non tutto è da buttare. E in Occidente si può fare ancora molto

Nel tuo libro Un giaciglio per la notte sostieni che descrivere le crisi internazionali come “emergenze   umanitarie” è fuorviante. Perché?

Quando, da giornalista, racconti cosa succede in Congo Est o in Rwanda, ti rendi conto che molti tendono a rappresentare la situazione come un’emergenza umanitaria. Ma in Rwanda c’è stato un genocidio, non un’emergenza umanitaria!

Si trattava innanzitutto di una crisi politica e morale; e la chiave umanitaria era solo una delle possibili per raccontare il Rwanda. I miei amici di Medici senza frontiere Parigi dicono che, se capitasse oggi, anche Auschwitz sarebbe definita un’emergenza umanitaria… Questo è il problema: io cerco di non sembrare critico nei confronti delle ong; ma non possiamo dire che l’aspetto umanitario è primario quando non lo è. I gruppi che si occupano di umanitarismo hanno bisogno che i giornalisti raccontino quello che stanno realizzando; perciò sottolineano la condizione di necessità delle popolazioni da soccorrere. Questo è un affare tanto necessario per le ong quanto poco soddisfacente per noi giornalisti. Per noi dovrebbe essere più importante il discorso politico, non quello umanitario.

Il peso dato dai media all’aspetto umanitario delle crisi secondo te è eccessivo. Come mai tutta questa enfasi?

In Europa, l’umanitarismo laico è un movimento che nasce negli anni ’60, da un pensiero di sinistra. Dio era morto, aveva fallito: l’impegno umanitario rappresentava, perduta la fede, una forma di aiuto possibile, indipendente e dignitosa; non avrebbe cambiato il mondo ma lo avrebbe reso più vivibile. Negli anni ’80 e ’90 questo impegno ha attratto molte persone e ha avuto un grande seguito. Poi, un po’ alla volta, l’azione umanitaria è diventata una giustificazione importante per i governi. I valori fondamentali dell’Unione Europea, ad esempio, sono la democrazia, i diritti umani e l’azione umanitaria. I governanti hanno pensato che l’umanitarismo fosse troppo prezioso per essere lasciato alle organizzazioni non governative. Così il motivo umanitario è divenuto fondamentale nelle guerre. Oggi si combattono sempre di più guerre di conquista del territorio e di pulizia etnica, dove l’azione militare è condotta contro i civili.

L’amministrazione Bush, ad esempio, ha molto chiaro che il motivo umanitario è persuasivo nei confronti dell’opinione pubblica e può servire a giustificare la guerra, anche se non voglio pensare ad un teorema… Il processo è molto sviluppato: adesso si ha un mix di azione umanitaria e militare. Pensa, ad esempio, a quello che è successo in Iraq o in Sierra Leone. E non vedo alcuna possibilità che le cose cambieranno.

Ma se l’intervento umanitario può diventare una giustificazione ai conflitti, e se il meccanismo è così bene oliato, che senso ha oggi l’umanitarismo?

L’azione umanitaria, in un certo senso, è l’emblema della disfatta. Perché significa raccogliere i pezzi quando le cose sono ormai state distrutte. Quando parliamo di interventi

per aiutare le persone dopo un disastro, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un aiuto per la sopravvivenza. Dobbiamo essere molto realisti pensando a cosa può fare l’aiuto umanitario.

Però non vorrei essere frainteso: sono convinto che queste azioni siano sempre utili; io lavoro come consulente per grandi ong come Medici senza frontiere, International Rescue Comittee, Overseas Development Insitute. Non posso accettare la critica secondo cui la parte essenziale dell’intervento umanitario sia l’autocompiacimento dell’Occidente e che, per le organizzazioni umanitarie, salvare le vite sia marginale.

Non sono d’accordo. Le ong non sono lì per la gloria: provate voi a passare sei mesi all’anno in Niger coi bambini che muoiono. Bisogna avere uno sguardo cinico sull’azione dei governi; non su quella delle ong. Nella realtà convivono sia interessi che impulso umanitario, non bisogna dimenticarlo. All’inizio del libro Un giaciglio per la notte ho inserito un’epigrafe del filosofo Walter Benjamin: “Ogni attestazione di civiltà è anche un’attestazione di barbarie”.

Io penso in effetti che le organizzazioni umanitarie a volte giochino in modo spregiudicato con i media, ma alla fine l’importante è che i bambini siano vaccinati, e chi se ne frega delle telecamere! Però sia chiaro: pensare che l’emergenza umanitaria sia la chiave per leggere e affrontare i mali del mondo è come pensare di basare il servizio sanitario di una nazione sul pronto soccorso. Non basta.

Ma quali alternative esistono?

Se uno è interessato ad un cambiamento sociale, ci sono più possibilità di essere efficaci agendo qui in Italia che non nei Paesi in via di sviluppo. Per esempio, facendo valere il proprio peso politico nelle scelte del proprio Paese in modo tale che il governo si faccia valere alle riunioni del Fondo monetario internazionale, o a quelle per il protocollo di Kyoto. Il destino del mondo è nelle mani dei Paesi ricchi.

Si possono impostare anche da qui politiche che cambino le cose. Se cerchiamo soluzioni a lungo termine per le crisi del mondo, il problema è di macroeconomia e non di aiuti umanitari. Pensiamo all’Asia: sono state proprio le trasformazioni economiche a far sì che alcuni Paesi abbiamo voluto gestire le più recenti catastrofi naturali da soli; i cambiamenti economici li portano ad essere indipendenti e a rifiutare gli aiuti umanitari.

Chi fa giornalismo oggi è costretto  a semplificare l’informazione per andare incontro ad un pubblico sempre più distratto. È ancora possibile parlare in modo obiettivo e completo di crisi internazionali complicate?

Certo che è possibile. Ma quello che dici sul giornalismo è un po’ romantico: in realtà i problemi del giornalismo odierno sono gli stessi di quello del secolo scorso. L’idea che il problema sia questo è sbagliata. Non dobbiamo solo lamentarci di Berlusconi, Murdoch, Fox News… dobbiamo invece chiederci: è possibile per gli essere umani occuparsi di 20 crisi umanitarie contemporaneamente solo perché ne hanno notizia? Forse noi giornalisti siamo un po’ deformati da quello che facciamo. Noi esseri umani non siamo macchine di altruismo. C’è troppa informazione perché i lettori possano occuparsi di tutto.

Dopo il viaggio in Bosnia del 1992, hai incominciato a visitare come inviato tutte le zone di guerra del mondo. Prima ti occupavi in particolare  di immigrati da Cuba.

In realtà io mi sento un free-lance, un giornalista che si permette di cambiare soggetto con una certa libertà, come un attore cambia il suo copione, di film in film. Il mondo non è solo la guerra, il mondo è molto più grande. Però è vero che negli ultimi 15 anni ho lavorato in zone di conflitto e che anche gli studi precedenti, sui profughi cubani, erano sulla stessa linea. Il fatto è che il viaggio in Bosnia è stato uno spartiacque perché lì la situazione era unica al mondo: di solito penso che nella vita ci sia sempre del grigio, non la separazione netta tra bianco e nero.

Ad esempio, penso che in Iraq gli Usa non avrebbero dovuto intervenire e anche che Saddam fosse un dittatore da eliminare. Ma la Bosnia era come la Spagna del ’36. C’erano davvero i buoni e i cattivi ed era impossibile non coglierlo. In Bosnia ho visto la guerra: la guerra è una cosa pazzesca, chi vive nei Paesi senza guerra non si rende conto.

Cambia completamente il modo in cui vedi. E poi in Bosnia ho capito anche che questo lavoro da inviato di guerra potevo farlo senza essere completamente terrorizzato. Riuscivo a farlo nonostante tutto. E ho continuato.

David Rieff è nato a Boston, Usa, nel 1952. Saggista e giornalista free lance, collabora con numerose testate: dalla Bosnia all’Iraq è stato l’inviato di guerra del New York Times Magazine, ma scrive anche su Los Angeles Times, Washington Post, Le Monde, El Pais e, in Italia, Internazionale. Con il suo libro Un giaciglio per la notte ha aperto un dibattito sul mondo delle organizzazioni non governative.

Per la casa editrice Fusi Orari sta per uscire la raccolta di reportage Sulla punta del fucile”.

Un giaciglio per la notte. Il paradosso umanitario,

Carocci, 12,80 euro, 318 pp.


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