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Il mio Stato differente – Ae 68

Coniugare mercato e solidarietà, competitività, sicurezza dei lavoratori e alti livelli di protezione sociale: è stato per decenni il “modello scandinavo”. Ora se ne torna a parlare in Italia, soprattutto per quel che riguarda il mercato del lavoro. Forse a…

Tratto da Altreconomia 68 — Gennaio 2006

Coniugare mercato e solidarietà, competitività, sicurezza dei lavoratori e alti livelli di protezione sociale: è stato per decenni il “modello scandinavo”. Ora se ne torna a parlare in Italia, soprattutto per quel che riguarda il mercato del lavoro. Forse a sproposito, come si spiega in questa intervista

Bruno Amoroso, docente di economia internazionale all’Università di Roskilde, vive da trent’anni in Danimarca e al tema dello “Stato sociale” e del benessere ha dedicato molti studi

Sui giornali italiani si torna a parlare di “modello scandinavo” o “danese”, o di flexicurity: libertà

per le aziende di licenziare ma alte indennità di disoccupazione e corsi di formazione ad hoc per riconquistare in breve un lavoro migliore del precedente. Funziona davvero così il “modello danese” del mercato del lavoro, un mix di flessibilità e sicurezza?


Bisogna distinguere: tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta c’è stato un “modello scandinavo-danese” che ha posto al centro la società ed i bisogni dei cittadini (“a ciascuno secondo le proprie capacità e a ciascuno secondo i propri bisogni”) e ha regolato l’economia funzionalmente a questo obiettivo.

Il “modello danese” del quale si parla oggi ha invece ben poco di danese. Oggi la parola solidarietà scompare e c’è invece la flexicurity che è di invenzione olandese, già da alcuni anni propagandata in Italia da “pentiti” della sinistra europea, che non è altro che la traduzione europea del modello neoliberista del “workfare” che ha scacciato quello di “welfare”. Dove “welfare” significa, nella tradizione europea, la scelta del benessere attraverso la solidarietà, e “workfare” la scelta della crescita economica mediante lo sfruttamento del lavoro (proprio e di altri). Nel welfare l’obiettivo del benessere riguarda tutti i cittadini (forti e deboli, uomini e donne, di tutte le culture e in armonia con la natura).

Nel workfare l’obiettivo è quello della crescita e della partecipazione alla spartizione del “bottino” solo per coloro che sono disposti a diventare “risorse” lavorative e vendersi sul “mercato del lavoro”.

Quali sono stati i capisaldi del welfare danese? In che cosa l’Italia è differente?

La forza del welfare danese è stata quella di aver saputo tradurre le scelte di una società solidale anche nell’organizzazione dell’economia. La Danimarca ha sapientemente evitato il modello fordista della grande fabbrica, ha dato grande peso al settore dei servizi pubblici e della pubblica amministrazione, ha valorizzato le proprie tradizioni agricole e della piccola impresa che sono stati da sempre i punti di forza della propria economia.

Il settore pubblico è da sempre efficiente, decentralizzato e solidaristico. La tassazione, tradizionalmente alta, mette nelle mani dello Stato più della metà del reddito nazionale prodotto. Perché funziona? Perché partecipazione e autogoverno sono ampi e diffusi. Ma anche perché i livelli di controllo sociale e amministrativo della funzione pubblica verso i cittadini e tra i cittadini sono altissimi, e per gli italiani intollerabili. Perché si tratta di Paesi con forti radici “comunitarie”, dove la forma Stato e la forma comunità coincidono.

Noi parliamo e scriviamo in genere di welfare, di Stato sociale. Ma esiste un solo modello o tanti modelli, anche profondamenti diversi?

Ovviamente esistono vari sistemi di welfare europeo, sviluppatisi nel corso di circa sessant’anni. Va ricordato tuttavia che welfare non è sinonimo di spese sociali, come molti continuano a credere. Le forme di welfare europeo corrispondono alle diverse forme di solidarietà createsi nel corso dei processi di industrializzazione nelle società europee. In un breve saggio pubblicato in Italia dalla rivista Assistenza Sociale (gennaio/febbraio 1994) indicavo le loro caratteristiche che consentono di parlare di un modello scandinavo, universalista nei suoi diritti e doveri, di un modello  europeo (Francia e Germania) ruotante sul “mercato del lavoro” e l’impresa capitalistica e con interventi sociali compensativi,  e di un modello sud-europeo ibrido tra istituzioni e scelte statali e della società civile (famiglia, ecc.). Ciascuno di questi modelli ha punti di forza e di debolezza.

Si può parlare di un “capitalismo nordico” e di un riformismo scandinavo?

Il riformismo scandinavo è stata una forte esperienza ma sempre trascurata. Eppure fu il primo ad individuare i pericoli mortali che l’internazionalizzazione nella forma della globalizzazione capitalistica avrebbe rappresentato. Pose negli anni Settanta il problema del controllo operaio e pubblico sui capitali e del cambio del modello di crescita e dei consumi. Sono noti, forse, i piani per la “democrazia economica” (che doveva seguire alla democrazia politica e alla democrazia sociale), meno note le proposte di lotta ai consumi con l’introduzione di divieto alla pubblicità, la sobrietà ecc..

Fu uno svedese a parlare alla fine degli anni Sessanta del bisogno di trasformare il welfare nazionale in welfare mondiale per uscire dalla logica di spartizione del bottino nella quale

lo stesso movimento operaio si era infilato in Europa.

Il “modello scandinavo” nasceva da un patto politico e sociale che metteva al centro obiettivi e valori di coesione sociale e solidarietà nazionale, rispetto ai quali tutte le funzioni dello Stato e della società (educazione, istruzione, lavoro, cultura, politica, amministrazione, ecc.) dovevano orientarsi.

Nel periodo più alto della sua realizzazione, dopo la ripresa economica postbellica e della industrializzazione del Paese, il sistema danese di modello scandinavo introdusse con una nuova riforma del sistema sociale esistente il principio “da ciascuno secondo le sue possibilità a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Un sistema non socialista, perché basato su un’economia di mercato ancora prevalentemente capitalista, ma che aveva idee chiare sulla possibile transizione.

Il modello scandinavo costa caro: un prelievo fiscale oltre il 51 per cento. Non c’è nulla da fare: più welfare uguale più tasse. Oppure no? E anche l’efficienza e la trasparenza dell’amministrazione pubblica c’entrano qualcosa?

È evidente che la tasse si pagano poiché c’è un sistema di trasparenza e di comportamenti etici condivisi. Così come la funzionalità dei servizi è garanzia che i circuiti della solidarietà sono virtuosi. Gli amministratori ed i politici in Danimarca devono essere “francescani” e trasparenti. Altrimenti è meglio che cambino mestiere, facendo magari gli imprenditori e andando a Bruxelles. È da li che vengono comportamenti che stanno producendo un dualismo che sta intaccando la fiducia nel sistema. Legare però “crescita” e ricchezza al welfare è sbagliato. La Danimarca è più ricca che negli anni Sessanta e Settanta eppure oggi si sostiene che non ci sono più i soldi per il welfare. Perché?  È un problema di scelte e di cultura.

Che cosa pensi, è utile alla sinistra italiana in questo momento rifarsi al “modello scandinavo”?

Tutte le esperienze sono importanti e utili purché vere e vitali. In questo la sinistra italiana ha sempre mostrato una vocazione necrofila. Solo i sistemi defunti l’attraggono. Quando sono in vita li si oltraggia. Così è stato per il modello scandinavo, del quale si vanno ora a leccare le spoglie fingendole vive. Un Paese come l’Italia dovrebbe oggi andare a studiare la Cina, il Vietnam, il Brasile ed il Venezuela. Non per cercare modelli o metodi, ma per capire su quali basi può elaborare una nuova proposta di sinistra che collochi l’Italia e gli italiani dentro un discorso di solidarietà internazionale. L’Italia, nella diversità delle sue regioni e delle sue comunità, ha le esperienze comunitarie necessarie per rigenerarsi, ma può e deve farlo abbandonando gli infedeli del mercato capitalistico e della finanza, uscendo dai meccanismi di “spartizione del bottino” sui quali si basa oggi gran parte del proprio benessere. Ci sono situazioni nella quali la sopravvivenza nella quotidianità, l’uscita dalla disperazione, sono possibile

solo affidandosi a riferimenti più grandi di noi e alle utopie. 

“La stanza rossa. Riflessioni scandinave di Federico Caffè”,

ed. Città Aperta, 2004,12,50 euro


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