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Il libro nero del Cpr di Torino. Dove le persone camminano sull’orlo di un burrone

Moussa Balde non è morto in un luogo qualunque, il 23 maggio scorso, all’interno del “Brunelleschi”, il Centro permanente per il rimpatrio di Torino. Lo spiega l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione in un documentato report di denuncia sulla condizione dei reclusi

“Moussa Balde non è morto in un luogo qualunque. Ad attenderlo e accompagnarlo alla fine della sua vita c’era il buio di una cella di isolamento, che ha nascosto a tutti i suoi ultimi passi. Nella surreale lingua del Cpr di Torino, le 12 gabbie pollaio per l’isolamento dei trattenuti diventano un ‘ospedaletto’ a disposizione degli ‘ospiti’ per tutelarne la dignità e la riservatezza. […] La porta della cella immette in un cortile di qualche metro quadro, recintato dalle inferriate e chiuso da una tettoia. La visuale del cielo è solo parziale. Qui, nel centro Brunelleschi, si cammina sull’orlo di un burrone”. 

L’orlo del burrone non è solamente quello superato, negli ultimi istanti della sua vita, da Moussa Balde, 23 anni, morto il 23 maggio 2021 all’interno del “Brunelleschi”, il Centro permanente per il rimpatrio (Cpr) di Torino. Per chi resta, quell’orlo rappresenta la sospensione dello Stato di diritto che accetta silenziosamente l’esistenza di “non luoghi” descritti dettagliatamente -nel limite di ciò che è possibile conoscere- nel documento “Il libro nero del Cpr di Torino”, pubblicato dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) il 4 giugno 2021. 

Un racconto “clandestino”, quello del libro nero, perché all’interno del Brunelleschi “le autorità rifiutano di fornire le utenze telefoniche installate nelle aree, vietano le copie dei fascicoli sanitari dei trattenuti ed evitano accuratamente di tenere un registro degli eventi critici o di istituire una procedura di reclamo, garanzie minime di tutela e trasparenza”. Per molti stranieri, senza più un telefono e con scarse possibilità di comunicare all’esterno, l’ingresso nei cpr significa così “la scomparsa dal mondo”. Nel buio e nel silenzio, a Torino, non è morto solo Moussa Balde: l’8 luglio 2019 era toccato a Hossain Faisal, cittadino bengalese, deceduto dopo cinque mesi di isolamento nella “gabbia pollaio” numero dieci. 

Le testimonianze e le storie di chi è sopravvissuto sono drammatiche. Il documento descrive “quattro casi di ordinaria ferocia”. Esempi di vite sull’orlo, in balia della discrezionalità di una pubblica amministrazione che trattiene centinaia di persone in condizioni disumane. La descrizione della struttura del Brunelleschi e del suo funzionamento è eloquente: in moduli abitativi da circa 50 metri quadrati, bagni inclusi, vivono, mangiano e dormono sette persone. In uno spazio di vita inadeguato, i reclusi nel Cpr di Torino devono “attendere il passaggio di un agente […] per qualunque necessità, dall’accensione di una sigaretta a un intervento sanitario salvavita” e il regime imposto ai ristretti non prevede, inoltre, la possibilità di consumare il pranzo o la cena seduti a un tavolo. I reclusi si ritrovano così a “mangiare il cibo direttamente negli stanzoni, a terra o sul letto in cui dormono, in violazione delle norme igieniche di base”. Ai forti limiti strutturali si aggiunge una presenza del personale civile all’interno “rarefatta e assolutamente inadeguata”. Come riportato dal documento, nella struttura, la cui capienza è di 180 posti, sono presenti un solo infermiere per 24 ore e un medico per appena cinque ore al giorno. Le ore settimanali per l’assistenza sociale e il sostegno psicologico sono appena 24.

La manifestazione “Il Cpr di Torino è una ferita nello Stato di diritto” del 4 giugno 2021

Negli ultimi mesi prima della morte di Moussa Balde, si registrano decine di arti fratturati, oggetti ingoiati, tagli, labbra cucite, ustioni, scioperi della fame e tentativi di impiccagione. “E.M. è un richiedente asilo egiziano di 21 anni -si legge nel report-. Al termine dell’udienza di convalida del trattenimento, l’ispettore si avvicina e gli mette un braccio intorno al collo: ‘Prometti all’avvocato che d’ora in poi farai il bravo?’. Rimasto solo con il proprio difensore, il ragazzo solleva le maniche della felpa, rivelando una distesa di tagli, alcuni già cuciti, altri ancora aperti, su entrambe le braccia”. 

È solo una delle tante testimonianze di atti anticonservativi, che si verificano quotidianamente, riportati all’interno del libro nero. Gesti che vengono descritti come “infantili e immaturi” dal direttore sanitario della struttura. “Lo fanno così, tanto per… -si legge- Un altro che mi è capitato la settimana scorsa si è tolto 130 punti di sutura, ma io dico: avevi proprio tempo da perdere!”. 

Da un lato l’autolesionismo, dall’altro l’utilizzo sistematico degli psicofarmaci. Lo riconosce anche il responsabile dell’ambulatorio del Brunelleschi: “Al Cpr gli psicofarmaci si usano a litri, 20 gocce di Valium o di Rivotril, un farmaco antiepilettico, non si negano agli ‘ospiti’”. I reclusi vivono una condizione di noia perpetua, senza una prospettiva certa del termine di trattenimento e senza opportunità lavorative e formative che trasformano la quotidianità in un susseguirsi di giornate senza fine: “Devo per forza prendere la terapia -denuncia uno dei reclusi- perché altrimenti il tempo non passa mai”. 

Chi decide l’ingresso nel buco nero del diritto italiano? La scelta della convalida del trattenimento in questi “non luoghi” spetta ai giudici di pace, giudici che trattano reati minori e che solo in questa materia hanno la possibilità di disporre della libertà delle persone. Il tempo di durata della metà delle udienze di convalida e dell’80% delle udienze di proroga dei termini di trattenimento è di cinque minuti. In 300 secondi il giudice ricostruisce il caso, acquisisce le informazioni dallo straniero (spesso con un rallentamento dovuto alla traduzione dell’interprete), ascolta le richieste delle parti e assume una decisione. Decisione che quasi sempre non è niente più che una formalità: nel 2015 il tasso di accoglimento delle richieste di convalida della questura di Torino da parte dei locali giudici di pace è stato del 98%; negli anni successivi, secondo la stessa questura, il valore oscilla tra il 96% (2016, 2018 e 2019) e il 98% (2017). Le persone continuano a essere trattenute nonostante l’evidenza dell’assoluta inefficacia del trattenimento: dal 1 gennaio 2021 al 22 aprile 2021 i rimpatri dal Cpr di Torino sono stati appena 44 a fronte di ben 142 rilasci per raggiungimento del termine massimo di trattenimento. 

“Intanto lo teniamo dentro per tre mesi”, questa la spiegazione a mezza voce -riportata nel documento- di un ispettore all’interno di un corridoio giudiziario a seguito del trattenimento di un cittadino afghano nel 2016. Nonostante l’espulsione fosse una chimera, impossibile da eseguire perché il Paese d’origine è interessato da una guerra ventennale, veniva disposto il trattenimento nell’assoluta certezza che il giudice di pace ne avrebbe disposto convalida (e così fu). Un’immagine chiara di “una giustizia al servizio della pubblica amministrazione” confermata anche da un eloquente verbale di un’udienza di convalida riportata, a chiusura, nel report: “La difesa in via preliminare chiede che venga ammesso in aula il trattenuto in modo che possa esercitare il suo diritto di difesa. Il giudice di pace risponde che il trattenuto non è qua per difendersi ma in attesa di essere identificato”.

“I luoghi di isolamento e le cosiddette ‘celle di sicurezza’, nemmeno dichiarate al Garante nazionale dei diritti dei detenuti, devono essere messi fuori uso. E se il Cpr di Torino non può essere portato a uno stato di decenza e legalità, chiediamo con forza che ne venga disposta l’immediata chiusura”, conclude l’Asgi.

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