Diritti / Intervista

Il “laboratorio” di Israele, dalla pandemia alle frontiere

Intervista al ricercatore Eyal Weizman che studia l’apparato di controllo -fisico e cibernetico- sui palestinesi. Questi meccanismi di apartheid hanno permesso a Tel Aviv di sviluppare una fiorente industria della cybersicurezza

Tratto da Altreconomia 244 — Gennaio 2022
Eyal Weizman, docente alla Goldsmithsm University di Londra. Ha fondato Forensic Architecture, un gruppo di ricerca multidisciplinare che indaga su casi di violenza di Stato e violazioni dei diritti umani in tutto il mondo. © World Economic Forum / Benedikt von Loebell

Eyal Weizman ha fatto della sua disciplina, l’architettura, uno strumento di indagine da detective. Si chiama “architettura forense”, un po’ come la medicina legale. Usa le tracce dell’ambiente costruito -le macerie di un edificio bombardato, i frammenti di proiettili e le loro traiettorie, fino alle nuvole di gas provocate da un’esplosione- per indagare crimini di guerra, violazioni dei diritti umani, aggressioni ambientali, e magari indicarne i responsabili. Weizman è israeliano, vive e insegna a Londra. Ha fondato il gruppo Forensic Architecture che coinvolge altri esperti, storici, giornalisti d’inchiesta, analisti di dati, e collabora spesso con attivisti per i diritti umani o l’Onu. Lui stesso lavora con l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Nel novembre 2021 Weizman ha discusso di “inferni in terra e forme del dominio” presso le Scuderie del Quirinale, a Roma. 

Spiega come sia stato possibile ricostruire un certo episodio dei bombardamenti su Gaza nel 2014 dall’esame di migliaia di foto messe in rete dagli abitanti palestinesi, dato che l’esercito israeliano aveva vietato l’ingresso a giornalisti e osservatori. Parla di tracce “gassose”: dopo aver ordinato le foto per data e ora, “ho compreso che dovevo guardare le nuvole” sollevate dall’esplosione, seguirne il disegno che si modifica sotto i nostri occhi. Cita il sopravvissuto a un bombardamento: “Sto respirando la mia casa”. Mattoni, cemento, legno e vetri divenuti gas. Il lavoro di Weizman era cominciato anni prima studiando come l’architettura può essere uno strumento di dominazione. Nel suo libro “Hollow Land. Israel’s architecture of occupation” (2007), pubblicato in Italia come “Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele” (Bruno Mondadori, 2009), Weizman descrive come la definizione e l’imposizione degli spazi architettonici serva a soggiogare, a volte anche umiliare, un popolo: dai percorsi delle fognature alle dimensioni dei tornelli ai checkpoints. 

Ripartiamo da qui. Quindici anni dopo, è cambiato qualcosa?
EW Oggi l’apparato di controllo è in gran parte digitalizzato. Il controllo fisico del territorio è fondato sugli insediamenti dei coloni, le strade che li connettono, i posti di blocco, il muro che serpeggia attraverso le zone abitate. Ma è diventato più sofisticato, come vediamo durante la pandemia. Penso a quello che l’esercito israeliano chiama “Palestinian face book”: la faccia di ogni palestinese viene fotografata più volte da telecamere piazzate ai checkpoints, lungo le strade, nei punti di controllo del traffico. Anche i soldati fotografano tutti di continuo. Poi tutto finisce in un gigantesco database in cui è ritratto quasi ogni singolo cittadino palestinese.

È un esempio di occupazione smart: diffidate sempre di questa parola. Ed è solo un piccolo aspetto di un sistema in cui ogni telefono cellulare è sorvegliato dal software-spia “Pegasus”. Tutte le comunicazioni wireless dei palestinesi sono intercettate e localizzate, un apparato di sensori di movimento, droni, satelliti controlla ogni movimento sul terreno. Israele, piccola nazione di dieci milioni di persone, oggi è il terzo esportatore mondiale di sistemi d’arma e di sorveglianza cibernetica, industria in cui eccelle. E il terreno di sperimentazione sono proprio i palestinesi. Israele ha a disposizione una popolazione di cui, senza problemi etici, può prendere e conservare ogni sorta di informazione personale e dati medici, cosa che non sarebbe permessa dalle leggi europee sulla protezione dei dati personali. Un incredibile laboratorio.

Un tratto del il muro di separazione che attraversa la città di Betlemme © Duccio Facchini

Perché lei dice che questo è collegato alla pandemia?
EW La pandemia stessa è stata un enorme esperimento sociale. Israele ha potuto avere tanto successo nel tracciamento dei contagi da Covid-19 grazie all’esperienza accumulata nella sorveglianza dei palestinesi. Prendete una persona sospettata di “attività contro lo Stato”, quindi un “nemico”, un “terrorista”: in Israele chiunque compia attività non gradite allo Stato può essere designato così. E la metafora del terrorista è il virus. Un “terrorista” incontra un’altra persona, che a sua volta incontra altri; parla al telefono, riceve e invia email a persone che a loro volta comunicano con altri. Tutti questi contatti vengono tracciati e formano un sistema di relazioni, una “rete terrorista”. Proprio come si traccia un virus. C’è un altro aspetto. Si parla molto della rapidità con cui Israele ha vaccinato tutta la popolazione. Meno del prezzo di questo successo: ha avuto in tempi brevi le dosi necessarie grazie a un accordo di condivisione di dati con Pfizer. Il Paese è diventato un laboratorio. E parte dell’esperimento, a mio parere, era studiare la pandemia in un contesto di apartheid. Perché Israele è uno Stato di apartheid. Un israeliano ebreo e un palestinese sono sottoposti a norme e leggi diverse: uno nel cosiddetto sistema legale democratico, l’altro in regime d’occupazione. Ebbene, solo i cittadini israeliani sono stati vaccinati. 

“Israele ha successo economico. Il mondo accetta questo stato di cose. Gli israeliani non pagano alcun costo per l’occupazione. Ne traggono solo vantaggi”

Ciò include i palestinesi-israeliani, ma non quelli soggetti a occupazione: eppure vivono a stretto contatto con i coloni, sono negli stessi quartieri a Hebron, a Ramallah. Colonizzatori e colonizzati sono prossimi. Se solo una parte della popolazione è vaccinata, può considerarsi protetta? Ci saranno ondate di ritorno del virus? Questo esperimento potrebbe anche dire alle nazioni occidentali se devono spendere risorse per vaccinare altre popolazioni o possono limitarsi a proteggere loro stesse. Per il momento, l’esperimento israeliano sembra funzionare. Dunque possiamo aspettarci che l’apartheid vaccinale continui. E questo rafforzerà i meccanismi di esclusione, se si permette solo ai vaccinati di accedere alla vita pubblica. Ora questo si potrebbe estendere a interi Paesi poco o per nulla vaccinati, magari gli Stati dell’Africa da cui l’Europa non gradisce ricevere persone. Anche qui, Israele è un laboratorio: come una società agiata, con le sue tecnologie digitali e i suoi stili di vita occidentali, sorveglia ed esclude una popolazione dominata. Ecco perché Israele è così importante per l’Europa. Non solo perché le società europee hanno un debito da espiare verso gli ebrei, per il criminale abbandono durante il nazismo e la Seconda guerra mondiale e per secoli ancor prima.

E questo è giustissimo, ma credo che non sia la sola ragione del sostegno dato a Israele. Penso che sia anche perché offre un laboratorio continuo sul controllo e le frontiere. L’Italia opera in modo letale sulla sua frontiera del Mediterraneo, dove migliaia di persone annegano o sono ributtate dall’altra parte come schiavi. Così in Grecia o in Polonia. Le frontiere sono diverse ma rispondono allo stesso principio, e le tecnologie di controllo passano da un posto all’altro. 

Dopo 12 anni di governo (tra il marzo 2009 e il giugno 2021) Benjamin Netanyahu ha rinunciato all’incarico di primo ministro di Israele. Dopo le elezioni del 23 marzo 2021 (le quarte in soli due anni) Netanyahu non è riuscito a formare un nuovo governo. Al suo posto si è insediato Naftali Bennett, leader del partito Nuova Destra © Duccio Facchini

Questo suscita qualche dibattito, in Israele?
EW La società israeliana è diversificata. Una minoranza combatte la colonizzazione, e credo sia una delle più importanti lotte anticoloniali dei nostri tempi. Ma in genere gli israeliani sono a proprio agio. L’occupazione funziona, Gaza è sotto controllo e se si agita viene colpita con una violenza schiacciante che rende costosa ogni protesta. Israele ha un’economia florida. Il mondo accetta questo stato di cose. Gli israeliani non pagano alcun costo per l’occupazione. Ne traggono solo vantaggi: non ultimo, il successo economico dell’industria della cybersicurezza.

A proposito di “nemici”: di recente il governo israeliano ha messo al bando sei organizzazioni palestinesi.
EW Molti si sono illusi che il governo insediato mesi fa rappresentasse una svolta perché metteva fine alla leadership di Benjamin Netanyahu. Ma è questo governo che ha dichiarato “terroriste” sei organizzazioni della società civile palestinese. Assurdo, molti di loro sono amici e partner con cui lavoriamo per indagare le violazioni dei diritti nei Territori palestinesi. L’esecutivo vuole consolidare un regime coloniale che non ammette neppure la difesa dei diritti umani fondamentali. Mettetevi al posto di un giovane palestinese dei Territori occupati: ogni via politica gli è bloccata. L’emancipazione economica pure. Le battaglie nonviolente sono criminalizzate: come accaduto al movimento Bds, che promuove “boicottaggio, disinvestimento, sanzioni” delle attività israeliane nei Territori occupati. Che cosa vi aspettate che faccia un palestinese, se i difensori dei diritti umani sono “terroristi”, gli attivisti della società civile sono “antisemiti”, la resistenza armata è illegittima? Che cosa è “legittimo”: il perpetuarsi dell’occupazione, l’apartheid, le uccisioni, il furto continuo di acqua e terra? 

Come si spiega una risposta così dura da parte israeliana?
EW Già, bisogna chiedersi perché il potente Stato di Israele sia così spaventato dagli attivisti per i diritti umani. Perché vada nel panico per gli appelli al boicottaggio economico o culturale: il risultato pratico è trascurabile, a fronte del volume di commercio tra Israele e i Paesi europei, Italia inclusa. L’unica spiegazione che riesco a darmi è che Israele reagisce così perché questo attivismo mostra una capacità di protagonismo da parte dei palestinesi. E ci dà speranza. Siamo sparute minoranze della società civile, però Israele si sente minacciata. Esporre le violazioni del regime di occupazione, discutere sulla base dei fatti, interpellare la Corte penale internazionale, fare un lavoro culturale: tutto questo va a segno. 

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