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Diritti / Approfondimento

Il governo siriano “punisce” i rifugiati che ritornano. Ma i rimpatri non si fermano

Human rights watch denuncia le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali subite dai cittadini siriani che fanno rientro in Siria. Nonostante questo il Libano e la Giordania attuano politiche restrittive nei confronti dei rifugiati costringendoli a partire. Anche i Paesi europei sono coinvolti

I rifugiati siriani che sono rientrati volontariamente in Siria tra il 2017 e il 2021 dal Libano e dalla Giordania hanno subito “gravi violazioni dei diritti umani e persecuzioni per mano del governo siriano e delle milizie affiliate”. Il recente report di Human rights watch (Hrw) “‘Our Lives Are Like Death’: Syrian Refugee Returns from Lebanon and Jordan” riporta episodi di “torture, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate” a danno dei cittadini ritornati nel Paese: una violazione dei diritti fondamentali che riguarda da vicino anche alcuni governi europei che da mesi cercano di “etichettare” la Siria come luogo sicuro per poter attivare i rimpatri forzati dei siriani accolti in Europa. Nel marzo 2021 la Danimarca ha deciso infatti di togliere la protezione temporanea a tutti coloro che provenivano dalla zona di Damasco ritenendola una città ormai in pace.

Il documento di Hrw si basa sulle interviste di 65 persone, di cui 27 donne, realizzate tra il gennaio e il luglio 2021: di questi, 30 sono rifugiati siriani rientrati dalla Giordania e 24 dal Libano in un periodo compreso tra il 2017 e il 2021. Nove “voci” di famigliari delle persone ritornate arricchiscono lo studio. Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) nonostante i cittadini siriani abbiano richiesto asilo in 127 Paesi, Libano e Giordania -con rispettivamente 1,4 milioni e 500mila cittadini siriani- ospitano il più alto rapporto di rifugiati pro-capite di qualsiasi altro Paese al mondo. Una situazione che dall’inizio del conflitto in Siria nel 2011 è diventata sempre più complicata. Tanto che diverse persone sono tornate a “casa”. Si stima che tra il 2016 e il maggio 2021 più di 282mila rifugiati siriani abbiano fatto rientro nel Paese d’origine da Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia.

Nel marzo 2021 una ricerca dell’Unhcr condotta su questi territori ha ricostruito che quasi il 90% dei rifugiati siriani intervistati “non era in grado di soddisfare i propri bisogni di base nei Paesi ospitanti”. Difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie, impossibilità di ottenere una residenza legale, condizioni di alloggio inadeguate e difficoltà nell’accesso al lavoro. Motivazioni che hanno costretto le persone a fare rientro in Siria dove, ad attenderli, non c’era la “quiete” sperata e descritta dai media e dalle informazioni informali che provenivano dai famigliari ancora residenti nel Paese. Una narrazione edulcorata, anche a causa del controllo del governo sulle telecomunicazioni, che ricostruiva un quadro lontano dalla realtà.

Karim ad esempio è tornato dalla Giordania nell’aprile 2020 a causa delle scarse opportunità lavorative a Irbid, una città vicino al confine siriano. Nonostante il via libera al suo rientro dell’ufficio della sicurezza nazionale di Daraa, cento chilometri a Sud di Damasco, l’uomo è stato arrestato nella periferia della cittadina con l’accusa di aver inviato dei soldi dalla Giordania in Siria per “sostenere il terrorismo”. Nel tentativo di scoprire dove fosse suo fratello, Salam ha pagato 8mila dollari nel marzo 2021. Ha così scoperto la morte di Karim nel reparto 235 dell’intelligence militare a Damasco.

Sempre con l’accusa di finanziamento del terrorismo Abdul, 39 anni, è stato arrestato dopo un controllo in un posto di blocco nella periferia della capitale Damasco. Era tornato in Siria da poco più di un mese perché aveva sentito che la guerra nella sua città natale era conclusa: voleva rivedere la sua famiglia e proteggere nuovamente le sue terre. I soldati della quarta divisione lo hanno arrestato e portato in un centro di detenzione militare a Sweida, dove è stato torturato, privato di cibo e acqua adeguati e detenuto in celle sovraffollate e antigieniche. È stato rilasciato dopo quattro mesi.

Sono solo due dei numerosi episodi di violenza descritti nel report: Human rights watch ha documentato 21 casi di arresto e detenzione arbitraria, 13 casi di tortura, tre rapimenti, cinque esecuzioni extra-giudiziali, 17 sparizioni forzate e un caso di presunta violenza sessuale. Altri 28 intervistati che sono tornati a Daraa hanno raccontato di vivere “in un ambiente insicuro caratterizzato da arresti ai posti di blocco, rapimenti, omicidi […] e pervasiva illegalità”.

Per tornare “ufficialmente” in Siria, i rifugiati devono esibire infatti un passaporto valido, un documento di viaggio o di identità accettato dalle autorità di frontiera siriane. La maggior parte di coloro che hanno fatto rientro dal Libano ha utilizzato rotte di contrabbando. Dato che l’uscita legale dal territorio richiede uno status regolare, che manca all’80% dei rifugiati di età superiore ai 15 anni, il rientro in Siria non può che avvenire tramite vie non legali. Dalla Giordania, invece, le persone rientrano sul territorio tramite il valico formale di frontiera a Jaber-Naseeb, riaperto nell’ottobre 2018 dopo la “cattura” del governo siriano di Daraa e del confine meridionale. Le persone intervistate hanno dichiarato che per poter rientrare in Siria è necessario “passare” una serie di adempimento burocratici: la cosiddetta riconciliazione con il governo, il controllo dei nominativi negli elenchi dei ricercati e l’ottenimento di un nulla osta di sicurezza. Queste procedure sono altamente “politicizzate” e spesso non seguono procedure certe e interne all’ordinamento giudiziale. “Non esiste una procedura legale chiara per i rifugiati siriani per verificare il loro status di ‘ricercati’ all’interno della Siria o per ottenere un’autorizzazione di sicurezza affidabile. Il processo di riconciliazione […] è diventato un processo burocratico tramite cui il governo siriano raccoglie informazioni sui suoi cittadini come mezzo di intimidazione, repressione del dissenso e controllo. Nonostante le assicurazioni contrarie, nessuno di questi processi extra-legali protegge una persona che rientra in Siria dalla persecuzione” si legge nel report.

Nonostante i crescenti livelli di vulnerabilità in Libano e Giordania, legati a una grave crisi economica amplificata dal Covid-19, il numero di rientri spontanei in Siria non è aumentato significativamente. Coloro che decidono di tornare lo fanno sotto “forte pressione”. In Libano, le autorità hanno introdotto regolarmente nuovi decreti e regolamenti volti “a rendere difficile la vita dei rifugiati siriani e, infine a spingerli a partire”. Il report cita lo smantellamento dei rifugi di cemento in cui i rifugiati erano accolti, gli ostacoli per il rinnovo del permesso di soggiorno e il rimpatrio di coloro che sono entrati irregolarmente in Libano dopo l’aprile 2019. La Giordania invece anche se pubblicamente non ha mai dichiarato di voler promuovere rimpatri organizzati su larga scala, negli anni ha attuato politiche come “deportazioni sommarie e forti limitazioni dell’accesso a importante categorie di lavoro”. Inoltre, anche se non vi è un divieto formale, le guardie di frontiera hanno sottolineato agli intervistati da Hrw che non avrebbero potuto rientrare in Giordania per tre o cinque anni. “Questo nega ai cittadini che rientrano in Siria di chiedere nuovamente asilo nel caso siano vittime di nuove persecuzioni” sottolineano i ricercatori. Non solo. L’Unhcr sottolinea come il respingimento, ovvero il ritorno dei rifugiati in luoghi in cui la loro vita o la loro libertà sarebbero minacciate avviene “non solo quando un governo respinge o espelle direttamente un rifugiato ma anche quando la pressione indiretta è così intensa da portare le persone a credere di non aver altra scelta se non quella di tornare in un Paese in cui corrono gravi rischi”. Per questo motivo nel report viene chiesto alle autorità libanesi e giordane di rimuovere gli ostacoli che limitano l’accesso a una vita dignitosa ai rifugiati siriani.

Anche i Paesi europei sono coinvolti. Da un lato perché nonostante la drammatica situazione nei Paesi della regione limitrofe alla Siria, nel 2020 è stato finanziato solo il 52% dell’importo richiesto dalle agenzie delle Nazioni Unite per Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto per supportare l’accoglienza dei rifugiati. Il Libano ha ricevuto il 57%, la Giordania il 47% dei fondi necessari. Dall’altro, perché nonostante le violazioni descritte e le “devastanti condizioni economiche e umanitarie all’interno della Siria” alcuni Paesi continuano a promuovere una narrativa di possibili rientri post-bellici. Come raccontato anche su Altreconomia, la Danimarca ha creato un “pericoloso precedente” all’interno dell’Unione europea privando dello status di “protezione temporanea” coloro che provenivano da Damasco o dalle zone limitrofe. I rifugiati siriani sono stati così costretti a vivere in centri di rimpatrio o a tornare in Siria “volontariamente”. “Ci auguriamo -conclude Hrw- che la Danimarca abroghi la sua decisione e gli Stati membri europei non introducano leggi o decisioni simili”.

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