Economia

Il falco del Pentagono alla Banca mondiale – Ae 61

Numero 61, maggio 2005 L’ex vicesegretario Usa alla Difesa è il nuovo presidente della più grande istituzione multilaterale per lo sviluppo. In barba alla società civile, alle ong, e agli stessi dipendenti. Che hanno provato a resistere Abbiamo chiesto a Giovanna Prennushi,…

Tratto da Altreconomia 61 — Maggio 2005

Numero 61, maggio 2005
 
L’ex vicesegretario Usa alla Difesa è il nuovo presidente della più grande istituzione multilaterale per lo sviluppo. In barba alla società civile, alle ong, e agli stessi dipendenti. Che hanno provato a resistere
 
Abbiamo chiesto a Giovanna Prennushi, economista della Banca mondiale ed esperta di povertà, e a Luca Manes della Campagna per la riforma della Banca mondiale, di commentare la nomina di Paul Wolfowitz. Due punti di vista, uno interno alla Banca e l’altro esterno. Con un’idea in comune: Wolfowitz è pericoloso.
 
WASHINGTON – In molti abbiamo accolto la notizia con incredulità: Wolfowitz, il numero due del Dipartimento della Difesa americano, nominato da Bush presidente della Banca mondiale? L’architetto della guerra in Iraq? Un diplomatico con esperienza limitata nel campo dello sviluppo, e che per giunta aveva sbagliato nel valutare costi e tempi della campagna irachena? Un uomo così compromesso con l’amministrazione Bush?
Ci eravamo illusi. Circolavano i nomi più vari: da Colin Powell a Bono, passando per Bill Clinton.  Speravamo che dopo Seattle e tutte le di-
scussioni sulla governance globale, Bush avrebbe seguito un processo più trasparente e nominato una persona più imparziale, più esperta.  Macchè. Ha seguito la solita prassi non scritta che assegna agli americani la nomina del presidente della Banca mondiale e agli europei quella del capo del Fondo monetario. In barba a tutti gli altri, società civile, ong, asiatici, africani, latino-americani, e tutti quelli che pensano che la Banca e le altre agenzie internazionali non siano e non debbano essere un feudo dei Paesi ricchi. Passato il primo shock, ci siamo mobilitati. Dopotutto, i rappresentanti dei vari Paesi che formano il Board of Directors potevano opporsi alla nomina. In un giorno, 1200 dipendenti hanno risposto all’invito della Staff Association, una sorta di sindacato interno, a mandare commenti sulla nomina.  Solo l’8% erano a favore. Gli altri, contrari, per diverse ragioni: il timore di diventare, o essere considerati, un’agenzia del governo americano; di ritrovarsi guidati da chi pensa che la democrazia si possa esportare con la forza; di veder finire il dialogo con ong e società civile aperto negli anni della presidenza Wolfensohn. C’era chi commentava che il rischio attentati sarebbe aumentato notevolmente, specie nel Medio Oriente, chi notava che Wolfowitz non sembrava un buon amministratore, chi sosteneva che ci sarebbe voluto qualcuno che avesse conoscenze più profonde delle problematiche dello sviluppo. 
Tanti dipendenti e ricercatori hanno scritto o telefonato ai rappresentanti dei loro governi nel Board of Directors o addirittura ai loro ministri delle Finanze (che formalmente governano la Banca).  Una mia collega era così arrabbiata che si è sfogata con il rappresentante del suo Paese senza accorgersi che aveva proprio Wolfowitz di fianco.
Ma alla fine non è servito a niente. Wolfowitz è stato approvato dal Board senza un solo voto contrario. Non uno.  Non quello dei francesi, che si dice abbiano ottenuto l’appoggio Usa alla candidatura di Pascal Lamy alla guida del Wto. Ovviamente non quello italiano, che sembra ci siamo fatti promettere la guida dell’Unhcr per Emma Bonino. Nemmeno gli scandinavi. Nessuno. L’impero è l’impero.
Quanto cambierà la Banca con Wolfowitz? La Banca è cambiata per il meglio nei dieci anni della presidenza Wolfensohn, e certamente questo si deve in parte a lui.  Wolfensohn ha riaffermato che la missione della Banca è la lotta alla povertà, ha dato vita al programma per la riduzione del debito, sostenuto l’importanza di un approccio non solo economico alla lotta alla povertà e difeso il ruolo dei Paesi nel determinare le loro strategie di sviluppo. Nel fare questo, Wolfensohn ha dato appoggio a chi, nello staff, crede in questo approccio. Un esempio per tutti: l’importanza data all’empowerment -il dar voce ai più poveri.
La Banca sostiene oggi in molti Paesi progetti di community driven development che mettono le decisioni su spese e investimenti pubblici nelle mani delle comunità e progetti di empowerment che aiutano organizzazioni dei poveri e della società civile a partecipare alle decisioni locali e nazionali.
Rimangono, certo, tante contraddizioni nell’operare della Banca, ma molte sono il risultato del contesto in cui opera e delle pressioni dei governi che le forniscono i finanziamenti. In quest’ottica, paradossalmente, i prestiti ai Paesi a reddito medio, che rendono un interesse, permettono alla Banca di operare con più autonomia che non se dipendesse interamente dalla generosità labile e interessata dei Paesi ricchi, come accade a molte agenzie delle Nazioni Unite. Certo, il presidente conta, ma la Banca non è solo il suo presidente. Siamo anche, e soprattutto, noi che ci lavoriamo ogni giorno. Mi è venuta in mente la frase dell’ex procuratore di Milano, Saverio Borrelli: resistere, resistere, resistere. Se crediamo che la Banca debba stare dalla parte dei poveri, dobbiamo continuare a lavorare perché questo avvenga, all’interno di un’istituzione che fa molte cose giuste, come il sostegno all’educazione primaria e alla lotta all’Aids. E se a un certo punto ci renderemo conto che questo non è più possibile, allora dovremo andarcene.
Però una lezione dobbiamo trarla da questa storia, noi che crediamo che le istituzioni internazionali debbano, e possano, stare dalla parte della gente comune. I potenti del mondo difficilmente cedono il potere. Per la Banca mondiale è tardi, ma ci sono altre agenzie i cui vertici saranno rinnovati tra breve. Alex Wilks and David Stevens hanno fatto un buon lavoro sul sito www.worldbankpresident.org: raccolto indiscrezioni e curriculum. Ma si può fare di più. Lanciamo un processo alternativo, aperto, partecipativo per identificare i candidati più qualificati per guidare il Wto e l’Unhcr e altre agenzie.
Chiediamo programmi, idee, proposte. Servirà se non altro a dimostrare che un processo diverso è possibile. 
 
Chi è il Paul Wolfowitz
61 anni, newyorkese di origine polacca, laureato in matematica e scienze politiche. Ha insegnato a Yale e alla John Hopkins University.  La sua carriera pubblica inizia nel 1973. Prima di essere nominato nel 1986 ambasciatore in Indonesia, ha lavorato come esperto dell’Estremo Oriente al Dipartimento di Stato, dove si è occupato della transizione democratica delle Filippine. Tra il 1989 e il 1993 è stato al Pentagono come sottosegretario per la pianificazione. Poi il salto a vice ministro della Difesa: è stato tra gli ispiratori della guerra in Iraq. !!pagebreak!!
 
Il decimo presidente fa paura, e molta
La spinta politica
“Sono sicuro che come presidente della Banca mondiale Paul Wolfowitz ci stupirà positivamente”. No, non è una dichiarazione di George W. Bush, bensì del Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder.
Dopo qualche timida perplessità iniziale, la totalità dei governi europei ha infatti avallato la nomina di Wolfowitz senza alcuna opposizione. Se da una parte per Regno Unito e Italia la volontà dell’alleato statunitense non va praticamente mai discussa, è anche vero che questa volta pure Germania e Francia non avevano interesse a mettere il bastone tra le ruote a Bush, chi per un motivo -il seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Germania-, chi per un altro -la candidatura di Pascal Lamy a direttore generale del Wto, la Francia-.
Fatto sta che oggi tutti si chiedono che cosa succederà il 1°giugno, allorché Wolfowitz entrerà ufficialmente in carica.
Per iniziare a capire facciamo un passo indietro, tornando al maggio del 2000, quando gli Usa elaborarono in maniera bipartisan la loro posizione riguardo alla riforma necessaria per la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, descritta nel cosiddetto rapporto Meltzer.
Limitiamoci all’analisi relativa alla Banca mondiale: si parte del presupposto che nell’arco di pochi anni le economie emergenti, che hanno ormai facile accesso ai mercati finanziari privati, non avranno più bisogno dei prestiti lievemente agevolati della Banca. Finora, questo meccanismo ha permesso all’istituzione di fare profitti da utilizzare per la concessione di prestiti ai Paesi più poveri a condizioni molto agevolate. Il rapporto Meltzer chiede che la Banca diventi un’agenzia mondiale per lo sviluppo che doni invece di prestare e principalmente ai Paesi più poveri in Africa, al fine di assicurare i servizi essenziali. Allo stesso tempo la Banca darebbe assistenza tecnica per aiutare questi Paesi a ricevere capitali privati, chiedendo delle riforme istituzionali mirate ad assicurare “buon governo”.
Secondo questo approccio gli Stati Uniti ridurrebbero i loro finanziamenti come principali azionisti e si affiderebbero ad un accresciuto coinvolgimento del settore privato ed al dogma secondo cui gli investimenti diretti esteri nel lungo periodo promuovono una crescita economica.
Il rischio è che così si arrivi a un aumento del cosiddetto “aiuto legato”, ossia degli appalti pagati dalla Banca ad imprese del Nord; inoltre, così la Banca potrebbe tradire il suo mandato “tecnico” e procedere ad una valutazione politica dei Paesi per decidere a chi concedere gli aiuti.
In questo contesto Wolfowitz fa molta paura. L’ex sottosegretario alla Difesa Usa, oltre a favorire ancor di più i progetti per l’estrazione di combustibili fossili, probabilmente affronterà con decisionismo pragmatico le irrisolte questioni politiche, riducendo ai fondamentali l’approccio economico, ma subordinandolo a parametri di natura politica legati al “buon governo” o alla democrazia, che saranno di fatto interpretati in maniera soggettiva e spesso secondo le priorità geopolitiche americane, a partire dal Medio-Oriente.
Al riguardo va notato che da mesi il falco neo-con predica che la ricostruzione in Iraq non debba essere pagata con i soldi americani, ma che vadano trovate altre fonti, proprio quando la Banca già da alcuni anni è entrata nel business della ricostruzione post-conflict.
L’ascesa di Wolfowitz ha portato ad una inevitabile rivalutazione del lavoro svolto negli ultimi dieci anni dal presidente uscente Wolfensohn, definito da alcuni come il Gorbaciov che ha portato la perestrojka nella Banca mondiale.
In realtà, Wolfensohn, che è già alla caccia del Nobel per la pace nella sua nuova veste di super-mediatore tra Palestina ed Israele, ha fallito rispetto agli obiettivi sbandierati a partire dalla sua nomina nel 1995.
Oggi ci lascia una Banca che, nonostante sia più trasparente ed aperta alla società civile, in realtà non ha abbandonato i fondamentali del suo pensiero economico, centrato sulla crescita economica come movente principale dello sviluppo e sulla centralità del contributo del settore privato e degli investimenti diretti esteri.
Se si pensa alla cancellazione del debito, l’iniziativa Hipc lanciata nel 1996 è stata realizzata solo per metà ed il debito di molti dei Paesi più poveri a cui era rivolta è addirittura aumentato.
Le ricette del “Consenso di Washington”, incarnate dai famigerati piani di aggiustamento strutturale concepiti alla metà degli anni ‘80 per far fronte alle crisi del debito, continuano ad essere in vigore, con tutte le pesanti condizioni macroeconomiche e gli effetti ambientali e sociali ad essi collegate.
In questo contesto la definizione di strategie di lotta alla povertà a livello nazionale con il coinvolgimento della società civile, introdotta da Wolfensohn, si è spesso rivelata inefficace, poco democratica e soprattutto la Banca al momento della concessione dei prestiti non ha considerato seriamente i risultati.
Allo stesso tempo le consultazioni con la società civile per una riforma della Banca nei settori di intervento più controversi hanno tutte visto alla fine la Banca mondiale non accettarne le conclusioni.
L’“Iniziativa di revisione dei piani di aggiustamento strutturale” prima, quindi la “Commissione mondiale sulle dighe” e recentemente la “Revisione del settore estrattivo” hanno tutte prodotto raccomandazioni non recepite dal consiglio dei direttori della Banca, sotto la cattiva influenza del management.
Al punto che oggi ampi settori della società civile internazionale hanno iniziato a boicottare le consultazioni con i funzionari della Banca.
Infine, bisogna ricordare che da quando è cambiato il vento a Washington con l’elezione di Bush, Wolfensohn, amico personale di Clinton, è stato un cavaliere dimezzato, che di fatto ha avallato il ritorno della Banca al sostegno per i grandi progetti infrastrutturali -per ultimo la mega diga di Nam Theun 2 in Laos- e lavorato per l’abbassamento dei già limitati standard ambientali e sociali che la Banca aveva adottato dopo lunghe battaglie della società civile.
Un’accondiscenza che non è servita per ottenere dalla Casa Bianca un terzo mandato di presidente, dando quindi il via libera a Wolfowitz.
Luca Manes
Campagna per la riforma della Banca mondiale (
www.crbm.org)
 
Organigramma e poteri
La Banca mondiale è stata creata insieme al Fondo monetario internazionale durante la Conferenza di Bretton Woods nel 1944.
Entrambe le istituzioni sono formalmente agenzie specializzate delle Nazioni Unite.
Al vertice siede il Consiglio dei governatori (i ministri del Tesoro o delle Finanze) dei 184 Paesi membri che si riunisce una volta l’anno, cui è subordinato il Consiglio dei 24 Direttori esecutivi che ha la facoltà di approvare i prestiti. Il sistema delle votazioni si basa sul principio di “un dollaro (di capitale) = un voto”, con il G7 che di fatto controlla la maggioranza. Il ruolo del presidente della Banca mondiale equivale a quello di un amministratore delegato di una compagnia privata. Egli è responsabile della gestione quotidiana dell’istituzione ed effettua un controllo sull’operato della Banca in tutte le regioni del mondo. Detta la “linea”, si occupa di intrattenere i rapporti con i leader dei Paesi della Terra (per questo viaggia molto spesso e ha parecchi incontri ufficiali).
In qualità di presidente del Consiglio dei Direttori esecutivi (organismo che approva prestiti e donazioni e garanzie sui progetti) ha ovviamente la possibilità di influenzare le decisioni del Consiglio, cosa che accade puntualmente da 60 anni a questa parte. Dura in carica cinque anni.
Per convenzione tutti i presidenti della Banca sono stati americani e nominati dall’amministrazione statunitense.

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