Esteri

Il Brasile “dopo” Lula

Il Paese più importante dell’America latina domenica al voto per scegliere un nuovo presidente


Emir Sader, uno dei più autorevoli intellettuali brasiliani di sinistra, ha scritto che il bilancio dei governi Lula è “ibrido e contradditorio”. In realtà l’esplosione economica e geopolitica del Paese e la personalità di Lula sono tali da rendere problematico un giudizio a meno di non avere solidi punti di riferimento. 
Quel che è certo, è che il 3 ottobre il Brasile vivrà una tornata elettorale di ampia portata. Si voterà per la successione a Lula alla presidenza del Paese, per il rinnovo dei governatori degli Stati e di una parte dei due rami del parlamento. Sono elezioni la cui importanza va ben al di là dei confini nazionali per la posizione sempre più rilevante che il Brasile ha assunto sia sullo scenario sudamericano come in quello globale, come si può vedere dai dati riportati nel riquadro. I sondaggi parlano chiaro: Dilma Roussef, la candidata della coalizione di governo indicata da Lula, dovrebbe vincere alla grande, sospinta dalla popolarità di Lula, battendo il candidato dell’opposizione di centro-destra José Serra del Partito della Social Democrazia Brasiliana (PSDB), sostenuto dall’ex presidente Cardoso, la cui politica è quella di un riavvicinamento agli Stati uniti e del pugno duro verso i movimenti sociali, in primis i Sem Terra. 

Le luci abbaglianti
Il Brasile, con 200 milioni di abitanti e una superficie di 8 milioni di chilometri quadrati, è attualmente la nona potenza industriale mondiale con previsione di divenire in pochi anni la quinta. Assieme alla Russia è l’unica fra le grandi potenze ad essere energeticamente autosufficiente. Dal punto di vista delle riserve petrolifere occupa la settima posizione ma le prospezioni in corso ne pronosticano il passaggio al quinto posto mentre è al sesto posto per riserve di uranio. È il Paese con la maggiore biodiversità sul suo territorio, e sappiamo quanto questa risorsa giochi oggi nello sviluppo delle biotecnologie farmaceutiche e alimentari. Attualmente ha tre banche (Itaú, Bradesco e Banco do Brasil) fra le prime dieci del mondo (non ne aveva nessuna nel 2000). L’impresa mineraria Vale do Rio Doce occupa il secondo posto al mondo per volume di attività e il primo nel settore dei minerali di ferro. Petrobras, l’impresa petrolifera in parte controllata dallo Stato, è la quinta multinazionale per cifra di affari mentre Embraer è il terzo costruttore di aerei. Il governo Lula, soprattutto attraverso il poderoso Bndes, la banca statale per il sostegno allo sviluppo economico, “ha promosso una politica consistente nella partecipazione attiva dello Stato nella creazione di ‘global players’ in differenti settori dell’attività economica”. 

Un risultato elettorale scontato, quindi? Sembrerebbe di sì, ma l’evento offre l’occasione per una riflessione su un Paese che ho amato e in cui ho sperato. Avendovi soggiornato ripetutamente per ragioni professionali nel corso di vari anni, sia nel periodo finale della dittatura militare che nella difficile transizione alla democrazia, e successivamente nell’epoca di Cardoso prima e nella prima parte di quella di Lula poi, ho conosciuto assai bene da dentro in suoi diversi aspetti, dal mondo dei tecnocrati dell’industria a quello dei semplici cittadini o dei movimenti sociali.

Il Presidente "operaio": un bilancio sommario 

La storia personale di Lula (vedi box a fondo pagina) è sicuramente ragguardevole. Uomo caparbio, grande negoziatore, personaggio per molti versi carismatico, sotto la sua presidenza il Brasile ha scalato vari traguardi, ma le sue scelte non sono state in linea con la sua storia precedente. Secondo alcuni osservatori Lula presidente ha perseguito una "politica interclassista, sulla quale siedono comodamente alcune frazioni della borghesia, mentre nell’immaginario popolare è visto come il presidente dei poveri". 
Secondo Juan Luis Berterreche [2] data l’importanza geopolitica e economica del Brasile, il governo Lula ha realizzato e continua a realizzare il ruolo centrale nel ristabilimento della governabilità borghese. È anche stato il principale responsabile nel contenere l’ampio e duro scontro frontale col neoliberismo sopportato dalle forze popolari latinoamericane negli anni precedenti. Tutto il prestigio e l’autorità accumulate da Lula e dal Partito dei lavoratori (Pt) durante la lotta contro la dittature e nelle lotte salariali furono impiegate per una ristabilizzazione del capitalismo in crisi non solo in Brasile ma in tutto il continente.

L’economia [3] 

In un articolo su Rebelión, Luismi Uharte ha tracciato un calibrato bilancio del “lulismo”. Innanzi tutto, parlando della sua politica economica, ha posto un interrogativo, facendo un richiamo alle storiche politiche degli anni Sessanta e Settanta [4]: è neoliberista o neosviluppista? Uharte conclude col trovarvi una miscela di entrambe queste prospettive, precisando però che in nessun caso si può parlare di un governo “nazional-popolare” come era stato il vecchio “desarrollismo”.
Secondo Henrique Novaes, economista all’università di Campinas, citato da Uharte, Lula ha manifestato questo dualismo con le scelte neoliberiste sulla Banca Centrale -dove in continuità col suo predecessore Cardoso ha nominato presidente Henrique Meirelles, già a capo dello statunitense Banco di Boston- e con la prosecuzione del pagamento del debito estero, malgrado una petizione popolare avesse raccolto alcuni milioni di firme per l’apertura di un audit sulle modalità con cui era stato contratto (soprattutto nell’epoca dei governi militari).
Per contro rientrano nell’ottica neo-sviluppista il forte aiuto statale alle imprese private più dinamiche, per portarle a competere su un piano di parità a livello internazionale, e l’aumento del salario minimo (da 207,5 a 232,5 dollari al mese) a favore di 42 milioni di lavoratori, con il fine anche di potenziare il consumo. In sintesi, il governo ha dato un forte spazio all’iniziativa privata in un contesto di forte dirigismo statale. Colpita dalla crisi economica mondiale del 2008, l’economia ha recuperato già nel 2009 grazie a forti investimenti finanziati dallo Stato e l’anno in corso dovrebbe chiudersi con circa 1,5 milioni di nuovi posti di lavoro formali.
Economia e ambiente 

Questo è un capitolo particolarmente dolente. I due megapiani di sviluppo, PAC 1 (2007) e PAC 2 (2010-2014), con investimenti di 370 e di 878 miliardi di dollari, con i loro innumerevoli progetti infrastrutturali (24.71 per il PAC 1; fra le molte altre realizzazioni, ben 50 centrali idroelettriche previste in 4 anni nel PAC 2, la maggior parte delle quali in Amazzonia) stravolgono i territori e la vita delle popolazioni in essi esistenti, aggiungendosi o integrandosi con i famosi assi strutturali del Progetto IIRSA (Integrazione delle infrastrutture della regione sudamericana). 
La finanza

Il Brasile è il Paese latinoamericano con il più alto debito pubblico, contratto principalmente all’epoca della dittatura militare (1964-1985): attualmente supera il 40% del prodotto interno lordo (Pil), anche se dal 2000 è in progressivo calo.
La bilancia commerciale (saldo fra esportazioni e importazioni) ha avuto nel giugno 2010 un saldo positivo di 2.277 milioni di dollari ma nonostante questo risultato brillante la bilancia dei pagamenti (saldo fra entrata e uscita dei capitali) è risultata negativa per 5.180 milioni di dollari, il peggior risultato dal 1947, e circa 8 volte rispetto al giugno di un anno fa. E nell’ultimo semestre i il passivo ha raggiunto la cifra di 40.867 milioni di dollari. Ciò è dovuto in buona parte alla rimessa di profitti alle case madri delle filiali di multinazionali operanti nel Paese e al pagamento di royalties e di servizi. La cosa non preoccupa a breve termine, avendo il Brasile al momento riserve del valore di 250 milioni di dollari, ma rappresenta un salasso continuo ed ingente della ricchezza prodotta nel Paese. Da notare che rispetto all’inizio dei governi Lula il tasso di interesse bancario, altissimo all’epoca Cardoso per la necessità di attrarre capitali esteri, è sceso dal 25% all’8 ,75% nel luglio 2009.

La politica sociale
La politica sociale di Lula potrebbe essere qualificata di neoliberismo umanitario (ricordate il capitalismo compassionevole di Bush?). L’imponente piano “Bolsa Familia” di concessione di un sussidio familiare a oltre 40 milioni di poveri, soprattutto nel Nord-est, cioè un quinto della popolazione globale del Paese, di valore variabile fra 7 a 45 euro mensili, ha consentito di tirare fuori dalla povertà estrema circa 20 milioni di persone e ha creato contemporaneamente un grosso serbatoio elettorale. Questa misura, lodevole da un punto di vista umanitario, politicamente è criticabile appunto per il carattere totalmente assistenziale, perché non è accompagnata da alcuna misura di cambiamento strutturale tale da consentire il riscatto economico personale, per cui un futuro governo meno sensibile socialmente potrebbe togliere il sussidio e far riprecipitare i suoi beneficiati nella situazione di povertà estrema. In parole povere non ci si è discostati dalla politica predicata da Banca mondiale e da Fondo monetario internazionale: contenere la povertà per evitare sussulti sociali incontrollabili, ma privilegiare il Pil e quindi le imprese.
A creare forti contrasti sociali è stata la cosiddetta “controriforma” della sicurezza sociale, battaglia condotta dallo stesso Lula e che ha portato a una scissione sia nel Pt, con la nascita nel 2004 del Psol (Partido Socialismo e Liberdade), alla sua sinistra, sia nella Cut, con la nascita del sindacato Conlutas. Se una riforma era stata necessaria, quella adottata, a giudizio di molti, è stata più pesante del necessario e ha penalizzato in particolare il comparto dei dipendenti pubblici. 

Le ombre
Il Brasile vive alcune contraddizioni profonde. Ottava economia del pianeta con ambizioni alla quinta posizione, occupa il settantacinquesimo posto nell’Indice di sviluppo umano, più in basso di Albania e Panama, e il quarantatreesimo nell’indice di povertà.
L’Indice Gini, misura della disuguaglianza di reddito [5], ha un valore superiore al 55%, vari punti peggio di Perú, Messico e Panama. Mentre è in forte espansione l’agro-industria, cioè la mono-coltivazione senza rotazione e quindi con crescente impiego di fertilizzanti chimici, è in regresso la riforma agraria nonostante la lotta dei Sem Terra, come pure la demarcazione dei territori indigeni. La stessa promozione dell’agroindustria si ripercuote duramente sull’ambiente, oltre che per il detto uso smodato di agrochimici, anche per il disboscamento legato all’ampliamento delle coltivazioni. Mentre la Costituzione del 1988 ha rappresentato un deciso passo avanti formale nel riconoscimento dei diritti di cittadinanza, i militari godono tuttora dell’immunità per i crimini perpetrati durante la loro dittatura, mentre il paese è agli ultimi posti nel continente per il perseguimento giudiziario delle violazioni dei diritti umani. Sul piano dei diritti sessuali l’aborto è consentito in casi ristrettissimi per cui si calcola che si pratichino circa un milione di aborti l’anno con una alta percentuale di decessi. 

La politica estera: Brasile potenza "globale"
Questo della politica estera è stato il campo in cui il Brasile ha raccolto più ampi consensi anche a sinistra, ancorché presenti aspetti da un lato positivi e dall’altro discutibili. 
Il recupero della sovranità nazionale, con la presa di distanza dagli Stati Uniti d’America, risponde a un vecchio sogno brasiliano di affermarsi come "potenza regionale" e ha consentito anche ad altri Paesi sudamericani di essere "protetti" dall’ingerenza statunitense. Talora con successo, come nel caso del Venezuela, influendo sul fallimento del colpo di stato (2002) e dello sciopero padronale a oltranza (dicembre 2002/gennaio 2003), così come nel fallimento del putsch padronale nell’oriente boliviano del 2008 o della ferma reazione all’incursione militare delle forze armate colombiane in Ecuador nel marzo 2008, e infine contro il colpo di stato in Honduras del 2009.
Abilissimo il ministro degli Esteri Celso Amorim a guidare la crescita delle prospettive geopolitiche del Paese, che ha avuto come fasi successive l’espansione in Africa, dapprima in quella portoghese e poi nella restante, poi in Asia grazie agli accordi economici con la Cina, e ultimamente col ruolo giocato assieme alla Turchia nello spazio mediorientale. Naturalmente questo ha portato a frizioni con il governo statunitense, irritato per questa intraprendenza (la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti nel primato degli scambi commerciali col Brasile). 
Il lato più equivoco è il processo in atto di una forma di sub-imperialismo regionale, ben diverso da un indiscutibile riconoscimento di potenza regionale, che comunque ha portato a tensioni con gli stati confinanti, in particolare con Bolivia [6] per l’ingiusto prezzo del gas in essere all’arrivo di Morales alla presidenza, e con il Paraguay per l’ancor più ingiusto prezzo della quota paraguaya di energia eccedente ceduta al Brasile. L’accusa è lanciata dallo studioso brasiliano Ruy Mauro Marini, che vive in Messico ove insegna, al cui sito rinviamo per un eventuale approfondimento [7]. Naturalmente il ruolo di attore economico e politico a livello internazionale, e soprattutto la necessità di difendere le grandi risorse naturali del paese, appetite dalla potenza del Nord, ha posto il problema di una strategia militare adeguata alle nuove circostanze (vedi box). 

Lula, la società e i movimenti sociali 

Come in molti Paesi latinoamericani, i movimenti sociali brasiliani hanno dovuto affrontare il problema del rapporto da instaurare con un governo "amico". La risposta data durante il primo mandato di Lula, quella di una certa attesa non ostile, o forse anche favorevole in alcuni casi, ha certamente indebolito i movimenti sociali, in parte cooptati e in parte o delusi o disorientati dall’abilità negoziatrice e carismatica del Presidente.
In un articolo su Barómetro Internacional due militanti di sinistra, Bruno Lima Rocha e Rafael Cavalcanti, affermano, lamentando la continua contrattazione politica di “frammenti di potere” in assenza di contenuti che “il popolo brasiliano esce indebolito dall’era Lula. Nelle dispute per la concezione del potere usciamo più deboli, a causa dell’assenza di strategia e di protagonismo politico al di là della rappresentanza di tipo borghese”. 
I Sem Terra, dopo un inizio speranzoso, hanno dovuto prendere atto che le speranze per una riforma agraria più vigorosa erano disattese e hanno tentato, finora con successo limitato, di tessere nuovamente le fila di un coordinamento ampio dei movimenti sociali. I Sem Terra hanno inoltre dovuto compiere una difficile riconversione della loro lotta dall’obbiettivo di recupero del latifondo, sempre attuale ma non più centrale, a quello della lotta all’agricoltura industrializzata e chimicamente alimentata, il cosiddetto agrobusiness. 
Da parte loro gli ambientalisti hanno avuto le loro delusioni di fronte alle crescenti devastazioni delle monocoltivazioni e della concomitante continua erosione degli spazi forestali. Così, come ricordato sopra, la ministra dell’Ambiente nel primo gabinetto Lula, Marina Silva, decise prima per le dimissioni e poi per l’uscita dal partito, partecipando alla fondazione del PSOL e ora presentandosi candidata di questo partito e dei verdi alla competizione elettorale. 
Il dilemma adesso è: chi votare? Certamente, osservano molti leader fra cui J. P. Stedile dei Sem Terra, Lula ci ha delusi ma almeno non ci ha repressi. Del resto i Sem Terra, pur definendo le attese politiche, hanno sempre lasciato i propri aderenti liberi di decide come orientare il proprio voto. Lo stato d’animo degli aderenti ai movimenti è ben espresso dal testo di Frei Betto che riportiamo in allegato e che riteniamo sia un eccellente documento politico sui problemi irrisolti dal doppio mandato del “presidente operaio” col quale inizialmente aveva collaborato in posizione di responsabile del piano “Fome Zero”. 
Da parte loro il PT e la CUT sono passati dall’opposizione al collateralismo al governo fornendo molti quadri all’apparato statale, quindi indebolendosi e burocratizzandosi. Il PT, in particolare, partito di maggioranza relativa, ma largamente minoritario in assoluto (80 deputati su 513), ha visto i suoi dirigenti più quotati coinvolti in una serie di scandali, del resto abituali nella politica brasiliana, che hanno indotto molti militanti a emigrare verso altre formazioni, indebolendosi ancor più, tanto che oggi il PT è più un partito di quadri che di militanti come era nato e cresciuto.
Gli ottimisti pensano che se sulle ali del prestigio di Lula il PT uscirà sensibilmente rafforzato elettoralmente, avrà la forza per riprendere il vecchio cammino. Le scandalose alleanze elettorali concordate o rinnovate, una per tutte quella con la famiglia Sarney, il cui capo storico, José Sarney da Costa, ras terriero dello Stato del Maranhao, già capo dello Stato al termine della dittatura militare e attuale presidente del senato, lasciano fondati dubbi. 
Lungi dall’aver esaurito il quadro mi fermo qui. Una sola osservazione conclusiva. Alla fine degli anni ’90, nel clima di speranza e di lotta dell’epoca, i movimenti sociali, in pieno dinamismo, avevano elaborato, col concorso di valenti intellettuali, il progetto “Opçao Brasileira”, condensato in un libro che mi appassionò e che formò oggetto di un grande seminario di studi. La tesi era: se c’è oggi un Paese in grado di elaborare un “progetto Paese” alternativo al progetto neoliberista, questo è il Brasile, con le sue vaste risorse naturali, il suo sviluppo industriale, la qualità e combattività dei suoi militanti e dei suoi dirigenti. L’elezione di Lula avrebbe dovuto segnare l’inizio di questo processo. Così non è stato, e proprio grazie a queste grandi risorse esistenti Lula ha potuto sviluppare con successo il suo progetto, che può piacere, come di fatto piace, sia a persone di sinistra intrise di “sviluppismo” e di “umanitarismo”, sia agli ambienti economico-finanziari neoliberisti. Un programma “ibrido e contraddittorio” che mi pare assai lontano dalla giustizia sociale, dall’emancipazione popolare e da una sana politica ambientale. 


* presidente della Fondazione "Neno Zanchetta"

***
Luiz Inácio Lula da Silva, il “presidente operaio”
È nato nel 1945 da una famiglia povera e analfabeta a Caetés, nel nordestino Stato brasiliano di Pernambuco. Nel 1956 la famiglia -padre, madre e otto figli- si trasferì a San Paolo. Lasciata la scuola in quarta elementare, a 12 anni era lustrascarpe e a 14 operaio. Più tardi, ripresi gli studi, conseguì un diploma di scuola superiore. A 19 anni cominciò la sua attività sindacale, venendo anche imprigionato per un mese sotto la dittatura militare.
Nel 1978 fu eletto presidente del Sindicato dos Metalurgicos di São Bernardo do Campo e Diadema, l’area più industrializzate del Paese. Nel 1980 fece parte del gruppo di intellettuali e di militanti, fra i quali Chico Mendes, che fondò il Partido dos Trabalhadores (PT), un partito di sinistra con idee progressiste, e nel 1983 partecipò alla creazione dell’associazione sindacale Central Única dos Trabalhadores (Cut). Dopo vari incarichi elettivi istituzionali, fu candidato, senza successo, anche a causa di clamorosi brogli, a tre tornate elettorali, fino a prevalere nelle elezioni del 2002 e essere rieletto nel 2006, in accoppiata al vicepresidente  José Alencar, proveniente dal partito liberale brasiliano, e attualmente appartenente al Partito Repubblicano Brasiliano. Le sue posizioni, di sinistra all’epoca della fondazione del PT e del CUT, sono via via divenute più moderate fino ad approdare ad una posizione definibile come liberal-democratica. Per la sua storia è stato definito, assai impropriamente, il “presidente operaio”. Meglio sarebbe “ex operaio”. Impossibilitato costituzionalmente a presentarsi una terza volta, ha indicato Dilma Roussef quale candidata della sua coalizione. Lula si avvia alla fine del secondo mandato consecutivo con un indice straordinario di popolarità (fra il 75 e l’80%) e con un grande consenso negli ambienti finanziari internazionali. Tanto che alcuni dei suoi sostenitori avrebbero voluto presentare una modifica legislativa per consentire la terza rielezione, cosa che, a onor suo, Lula non ha appoggiato, pur non escludendo di ripresentarsi nel 2014. 



Dilma Vana Roussef 

Nata a Belo Horizonte nel 1947, è oggi iscritta al PT dopo una vita politica movimentata. Figlia di immigrati bulgari, da giovane militò in movimenti di resistenza armata al regime militare e fu imprigionata dal 1970 al 1972. Ministra della Casa civile, cioè capo di gabinetto di Lula, dopo essere stata ministra delle Miniere e dell’Energia, era poco nota al grande pubblico e ha perciò iniziato la campagna elettorale in svantaggio, rimontando poco a poco, grazie all’appoggio di Lula, fino ad accumulare un robusto vantaggio nei sondaggi: 53% contro il 24,81% di José Serra e il 12,40% di Marina Silva (Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima) del Partito verde, già collega di Chico Mendes e già ministra dell’Ambiente nel governo Lula, dimessasi nel 2008 per protesta contro le politiche ambientali di questi. Sui suoi possibili orientamenti politici, i pareri non sono concordi. Alcuni la posizionano e destra e altri a sinistra rispetto a Lula. È descritta come una figura di non particolare carisma ma di forte carattere.



Una nuova strategia militare
L’accresciuta indipendenza dagli Stati uniti e il ruolo di attore assunto nel subcontinente e fuori ha creato tensioni con l’antico alleato/padrone il quale sta ridisegnando la propria presenza militare (vecchie e nuove basi militari, riarmo della IV flotta etc).
Secondo Raul Zibechi gli Stati Uniti stanno “accerchiando” il Brasile, come del resto il Venezuela, con le proprie basi in Colombia, Panama, Perù, Honduras, Paraguay e ora in Costarica. In entrambi i casi l’obbiettivo è costituito dalle grandi riserve energetiche, minerarie, biologiche in particolare dell’Amazzonia. Da qui il nuovo “Documento strategico di difesa” adottato dal governo brasiliano nel dicembre 2008 i cui principali punti sono: 
creazione di un complesso industrial-militare autonomo (accordi con Francia, Cina, Russia per scambi tecnologici); ristrutturazione delle strategie militari e aumento degli effettivi dell’esercito da 210.000 a 259.000; potenziamento dei sistemi di difesa dell’Amazzonia, ove sono stati dislocati circa 45.000 uomini e accresciuti i centri di controllo frontaliero e interno; aumento del budget delle forze armate (+45% dal 2004 a oggi). 
In particolare la strategia di “guerra in foresta” fa puntare sulla autonomia di brigate di 3mila uomini ciascuna e sul combattimento sul terreno anziché con sofisticati armamenti tecnologici. Significativi gli scambi di informazioni con l’esercito vietnamita esperto di questo tipo di conflitti. 
La marina da parte sua ha previsto un piano ventennale con acquisto di un sommergibile nucleare e 4 tradizionali più 30 navi scorta e aerei d’attacco e pattugliamento con aumento da 60 a 80mila effettivi, mentre l’aviazione sta acquistando 36 cacciabombardieri di quinta generazione della francese Dassault e di 36 caccia Rafales, pure francesi. 
È però da segnalare la firma, il 12 aprile scorso, nella sede del Pentagono, di un accordo Brasile/Stati Uniti d’America in materia di difesa, confermando che il Paese gioca abilmente su molti scacchieri le proprie ambizioni. 


Note



[2] Brasil: La China latinoamericana, http://antoniomoscato.altervista.org/. J.L.Berterreche è un saggista e ricercatore militante uruguayano che vive in Brasile e collabora a varie riviste. Ha fatto parte del gruppo di verifica del debito (audit) nominato dal presidente Correa in Ecuador. 

[3] Per un approfondimento un buon articolo è Economia brasileña 2009: Situación y perspectivas di P.H. Vivas Agüero http://www.eumed.net/cursecon/ecolat/br
[4] Il desarrollismo o sviluppismo è una teoria economica che sostiene che il deterioramento dei termini di scambio nel commercio internazionale basato sullo schema "centro industriale-periferie agricole", riproduce il sottosviluppo e amplia il fossato fra paesi sviluppati. Ciò è da contrastare con politiche nazionali di industrializzazione tali da ridurre drasticamente le importazioni, specie di macchinari di produzione. Ironia della sorte vuole che uno dei teorizzatori del desarrollismo fu Fernando Henrique Cardoso che una volta eletto presidente Presidente (1995 -2002) si è distinto per le sue politiche neoliberiste. 

[5] Dal sito del Monte dei Paschi- Indice di Gini: "È una misura sintetica del grado di disuguaglianza, usato in particolare per l’analisi della distribuzione del reddito: è pari a zero nel caso di una perfetta equità della distribuzione dei redditi (quando tutte le famiglie ricevono il medesimo reddito) e cresce all’aumentare della disomogeneità. Inoltre, questo indicatore può essere ‘normalizzato’, facendo coincidere col valore 1 la massima disomogeneità e con 0 la perfetta equità".
[6] Sulla ambigua relazione con la Bolivia che coinvolge lo stesso presidente Morales torneremo in un prossimo mininotiziario. 


[7] http://www.marini-escritos.unam.mx/este_sitio.htm

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia