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Idee eretiche

Ogni vera alternativa si costruisce grazie ai buoni esempi. Che diventano una piccola ma attendibile fonte vivente di speranza, di apprendimento, di creatività. I cattivi esempi invece hanno il potere di ritardare il futuro Senza esempi non si vive bene….

Ogni vera alternativa si costruisce grazie ai buoni esempi. Che diventano una piccola ma attendibile fonte vivente di speranza, di apprendimento, di creatività. I cattivi esempi invece hanno il potere di ritardare il futuro


Senza esempi non si vive bene. L’esempio positivo permette di imparare e di ricordare ciò che davvero vale, visto che c’è qualcuno che gli fa spazio nella realtà. Il cattivo esempio, per contro, diseduca, chiude il futuro. In particolare nella vita pubblica, economica e sociale, i cattivi esempi non solo hanno una risonanza più ampia, ma servono soprattutto a dare la sua aria di immutabilità a un sistema di convivenza iniquo e disumano. Ogni vera alternativa a uno stato di cose inaccettabile si costruisce grazie ai buoni esempi, sia per il loro effetto diretto, sia perché ispirano molti altri mostrando che si può fare altrimenti. Chi dà il cattivo esempio è doppiamente responsabile: per i problemi che non aiuta oggi a risolvere e perché allontana, così facendo, anche le possibilità positive per il futuro. E allora il futuro ritarda. Il futuro vero, quello dove vivere non sia una maledizione.

Tutta la stucchevole retorica dell’“Italia che cambia” o della “società che cambia” nasconde il fatto che, in effetti, le strutture dell’ingiustizia restano immutate. Per i poveri, gli esclusi, i “minori” di ogni tipo e, in buona misura, per la moltitudine di quanti non godono di particolari privilegi, spesso l’unico cambiamento sta nel fatto che la vita è resa loro ancora più difficile da nuove tecniche di sfruttamento e di oppressione. Si potrebbe dire che le cose cambiano, semmai, quando fame e miseria saranno drasticamente ridotte, quando la politica della nonviolenza sarà ritenuta normale ed efficace. Oppure quando le categorie-chiave dell’economia saranno mutate in radice: dal profitto al dono, dalla proprietà all’affidamento responsabile, dall’accumulazione alla condivisione, dalla competizione alla cooperazione, dalla flessibilità alla dignità, dal sacrificio alla liberazione, dall’esclusione all’ospitalità reciproca. Si deve immaginare una simile riconversione con tutta la gradualità, il realismo, i compromessi e la prudenza possibili, ma chiunque cerchi seriamente di fare anche solo qualche passo in tale direzione di rinnovamento dà senz’altro il buon esempio. Diventa una piccola eppure attendibile fonte vivente di speranza, di apprendimento, di creatività per tanti. Per questo occorre evitare di scoraggiarsi per i pochi risultati che si ottengono a fronte della vastità dei problemi da affrontare.

Il buon esempio porta alla luce una logica e quella può divenire cultura condivisa, ethos che aggrega, passione per il bene comune, energia diffusa. Dinanzi ai cattivi esempi dobbiamo rispedire la loro logica al mittente e mostrare quanto essa sia futile e pericolosa. Mi viene in mente, in proposito, il pessimo esempio di quegli economisti che esaltano il nostro come il migliore dei mondi possibili e con qualche statistica opportunamente calibrata vogliono dimostrare che la società attuale ha molto più benessere che in passato. Così, con qualche cifra, spazzano via il dolore di milioni di esseri umani, la giustizia, l’etica, il futuro vero. Mi vengono in mente anche quegli alti prelati che si sgolano a condannare chiunque sia irregolare ai loro occhi e danno

del “terrorista” a chi non riesce a prenderli sul serio. Mi viene infine in mente il cattivo esempio di quei professionisti della politica e di quei partiti che si scaldano su schieramenti, bandiere, aggettivi qualificativi della loro identità, ricerca di visibilità, tattiche e strategie dove essi stessi sono al centro di tutto, ma poi hanno occhi e non vedono, orecchie e non ascoltano, mani e non aiutano. Di costoro bisogna anzitutto rifiutare la logica, attestando con le azioni e con gli stili di vita che il mondo è, può essere del tutto diverso da quello concepito nei loro deliri.

Chi s’impegna a costruire buoni esempi di un’altra economia, di un’altra politica, di un’altra educazione, di un’altra quotidianità, sino al punto di provarci gusto, nonostante la fatica che ciò comporta, arriva, della condizione umana, a cogliere l’essenziale. Giunge così a vedere che “non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi” (Luigi Pintor, Servabo. Memoria di fine secolo, Bollati Boringhieri, p. 85).

È un esempio. Ed è molto di più.

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