I luoghi e i soldi dell’arte – Ae 86

L’estate calda dell’arte: Biennale di Venezia e Documenta a Kassel, in Germania. Ma il mercato si fa a New York e a Londra, come per la Coca-Cola. E i nuovi ricchi contano, eccome Immagino che per un mercante d’arte sia…

Tratto da Altreconomia 86 — Agosto 2007

L’estate calda dell’arte: Biennale di Venezia e Documenta a Kassel, in Germania. Ma il mercato si fa a New York e a Londra, come per la Coca-Cola. E i nuovi ricchi contano, eccome


Immagino che per un mercante d’arte sia difficile pensare che dei giocatori di calcio, che hanno una vita sportiva abbastanza volatile e breve, per esempio Ronaldo o Quagliarella, vengano scambiati sul mercato per 7 o 15 milioni di euro. Allo stesso modo posso pensare che Adriano Galliani, manager del Milan, trovi incomprensibile investire 14 milioni di euro per un’opera di Hirst che assomiglia a uno scaffale di farmacista.

O forse no, magari i due s’intendono benissimo: in fondo è l’eterna legge della domanda e dell’offerta che determina il valore di un bene, o di un giocatore. Insomma, il mercato. Ci si può anche sbagliare talvolta,

ma in genere se un giocatore viene pagato tanto è perché è al vertice del valore sportivo. Vale anche per l’arte?



Questa estate 2007 è particolarmente calda per l’arte contemporanea: da un paio d’anni i prezzi delle opere comprate e vendute crescono vertiginosamente (+25 per cento lo scorso anno), sospinti da una serie di nuovi protagonisti che hanno preso posto stabile nelle casa d’asta di Sotheby’ e Christie’s a Londra e New York. Nell’ordine: russi, cinesi e indiani.

Quando si parla dei russi si aggiunge sempre “gli oligarchi”, per gli altri si fatica ancora di più a distinguerli. Tanto più che i collezionisti sono per lo più anonimi, operano attraverso intermediari e non sempre desiderano far sapere in giro quel che posseggono. In questo forse il calcio e il mercato dell’arte sono diversi. Ma non si cada nell’errore di considerare l’uno popolare e l’altro d’élite: in realtà nessuno di noi si potrebbe permettere un Ronaldo non meno di quanto sia un sogno inarrivabile uno Chagall appeso in camera da letto (se avessi uno Chagall credo che l’appenderei lì).

Gli esperti dicono che anche l’arte muove le masse: basti pensare ai successi di certe mostre, o alla crescente attrazione di quelle che si chiamano “città d’arte”. Folle, come per una stagione di calcio, anzi di più. È il caso per esempio della due maggiori rassegne dell’arte contemporanea, in corso proprio in questi mesi, la Biennale di Venezia (aperta fino al 21 novembre, nel primo mese di apertura ha fatto registrare un +18 per cento di visitatori rispetto all’edizione del 2005) e Documenta a Kassel (ogni cinque anni: resta aperta fino al 23 settembre), in Germania. In attesa che crescano le piazze cinesi, Shanghai in testa, dove proprio all’inizio di settembre si inaugura la prima edizione di ShContemporary, mostra-mercato dedicata all’arte contemporanea. I cinesi sono allo stesso tempo compratori ma anche produttori (seguendo esattamente il trend di tanti altri comparti economici): negli ultimi 5 anni i prezzi dell’arte contemporanea cinese sono aumentati del 440 per cento. Nel 2001 c’era un solo artista cinese tra i primi cento della classifica mondiale per volume di vendite. Oggi sono 25.

D’altra parte se in Italia ci sono circa 50 mila artisti dichiarati, in Cina si stima che possano essere un milione. Ma anche l’arte contemporanea indiana sta conoscendo le stesse performance.



Insomma, dopo la crisi degli anni Novanta, il mercato del lusso ha ripreso a girare a velocità sostenuta, sospinto, come scrive Marco Meneguzzo, da “una nuova classe sovranazionale nelle cui mani si sta concentrando la ricchezza del globo”. Come dire che in giro ci sono sempre più soldi, e sempre più concentrati. Ma come si forma il prezzo di un’opera d’arte contemporanea? E c’è ancora un legame tra prezzo di mercato e valore artistico? Lo abbiamo chiesto a Marco Meneguzzo, milanese, docente all’Accademia di Brera, critico d’arte e curatore di alcune delle più importanti mostre (l’ultima aprirà il 24 ottobre a Milano, dedicata a Bruno Munari nel centenario della nascita: 300 opere esposte alla Rotonda della Besana).

Lui comincia con una premessa.



“Alla base-base delle quotazioni alte c’è sempre un qualche valore dell’opera. Semmai resterebbe da chiedersi perché altre opere che hanno più o meno le stesse caratteristiche non arrivano agli stessi prezzi. Ma gli artisti che si chiamano fuori dal mercato non sono artisti, non si mettono in gioco, in lizza con gli altri linguaggi. Questa è la premessa. Poi, se vivi in Moldavia è più difficile che tu spunti quotazioni alte che se vivi a New York o a Londra. Esistono dei ‘luoghi del valore’ in cui è più facile scoprire, vedere, commerciare, diffondere; luoghi che sono anche grandi mercati finanziari, da sempre molto attenti e ricettivi. Se poi sei Alberto Burri puoi vivere anche a Città di Castello, ma prima ti fai conoscere e diventi Alberto Burri e poi decidi dove e come stare”.

Altre regole?

“Essere all’interno del sistema dell’arte anglosassone aiuta molto. Qui c’è non dico un’abitudine a mercificare, ma a dare un prezzo alle cose, senza eccessivi pudori; e poi qui si spende di più, anche perché le leggi aiutano e se investi in arte risparmi sulle tasse, e in molti casi puoi pagare le tasse con le opere d’arte. A New York ci sono alcune gallerie con 100 dipendenti che sono diventate delle vere e proprie industrie, sono poche ma ci sono, in Italia se arrivi a 5 dipendenti è davvero tanto. Ci sono corporation e banche che investono, oltre che i singoli collezionisti, e tutti questi attori possono arrivare a spendere grandi somme e, dopo averlo fatto, difendono il valore dei loro investimenti e quindi dei loro artisti. Il fondo pensioni delle ferrovie inglesi compra per esempio arte contemporanea inglese.

Per questo un artista anglosassone e in particolare un americano costerà sempre di più di un artista italiano.

Lì è il centro dell’impero”.

Ma i casi di giovani artisti superquotati? Hirst per esempio?

“È l’insieme di tutti questi fattori a portare in alto le quotazioni di un’opera; di Daniel Hirst in particolare si può dire che la sua opera è anche la sua strategia, lui si muove perfettamente dentro il sistema dell’arte attuale. Ma non è una novità assoluta: Tiziano trattava con Carlo V ed era ben conosciuto e pagato, Lorenzo Lotto che non valeva di meno è morto dimenticato e in povertà”.

Che influenza hanno i critici?

“Sul mercato forse non l’hanno mai avuta, tranne in Europa e in particolare in Italia”.

E i curatori delle grandi mostre?

“Sono ‘persone informate dei fatti’. Diciamo: meno critici e più informati. Come per gli artisti uno degli strumenti dell’autoaffermazione di oggi sta nell’essere obbediente al sistema dell’arte. I giovani imparano presto l’atteggiamento da tenere nei confronti di questo sistema”.

Si può individuare un momento di svolta?

“Il passaggio definitivo all’arte come merce si è realizzato negli anni Ottanta. Il modello è quello della Coca-Cola”.

Un’ultima domanda: come critico che cosa guarda in un’opera?

“Più che il risultato, o la forma, figurativa o astratta, m’interessa l’attitudine che l’artista ha nei confronti delle cose, della realtà”.



Giovane, caro e forse anche inutile

Si può anche ironizzare sul valore estetico di certe opere, ma le quotazioni e i volumi d’affari fanno paura. Il 21 giugno 2002 alla vendita di Sotheby’s a Londra, Damien Hirst ha raggiunto con “Spring lullabay” (nella foto) l’obiettivo che si era proposto: diventare il più caro giovane artista vivente. 6.136 pillole dai colori brillanti su uno scaffale di 3 metri che sono state comprate per 14,2 milioni di euro. Un altro pezzo della stessa serie era stato quotato qualche settimana prima 10,8 milioni di euro. Hirst aveva visto (o fatto) schizzare le proprie quotazioni verso l’alto con il teschio incrostato di diamanti valutato 73 milioni di euro. “Dimostra che non viviamo per sempre, ma ha anche un sentimento di vittoria sulla morte” aveva detto in quell’occasione. Della prima cosa eravamo convinti anche prima. Della seconda invece (il sentimento di vittoria sulla morte) non ci ha convinti neanche dopo.

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