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I binari della privatizzazione

Il consiglio dei ministri ha approvato nei giorni scorsi lo schema di decreto varato a novembre 2015: il Governo punta all’alienazione, nel 2017, del 40% delle azioni di Ferrovie. Il monopolista passa al privato

Tratto da Altreconomia 178 — Gennaio 2016

La relazione che illustra ai parlamentari l’atto con cui il governo dà il via alla parziale privatizzazione delle Ferrovie dello Stato Italiane, un’azienda pubblica che fattura quasi 8,4 miliardi di euro (nel 2014) e dà lavoro ad oltre 69mila persone (al 30 giugno 2015), è lunga appena due pagine. Le quattro Commissioni coinvolte -Bilancio e Trasporti della Camera, Bilancio e Lavori pubblici del Senato- hanno ricevuto a inizio dicembre lo “schema di decreto del Presidente del Consiglio” (un articolo, quattro commi), con il mandato di arrivare ad esprimere prima di Natale il proprio “parere”. Le due commissioni bilancio, impegnate nella discussione della legge di Stabilità, non hanno peraltro ancora iniziato ad esaminare il contenuto dell’operazione, che dovrebbe portare alla quotazione in Borsa del gruppo Fs, con l’alienazione da parte del ministero dell’Economia di una quota pari, al massimo, al 40 per cento delle azioni. Al 31 dicembre 2014 (ultimo dato disponibile) il capitale sociale del gruppo Fs era pari a 38,79 miliardi di euro, per un totale di 38.790.425.485 azioni dal valore di un euro: ciò significa che se la collocazione avvenisse a questa “quotazione”, lo Stato incasserebbe circa 15,5 miliardi di euro, pari a cinque volte i ricavi registrati nell’autunno del 2015 dalla privatizzazione di Poste Italiane spa.

C’è però, in Parlamento, chi non guarda solo all’aspetto economico della privatizzazione, ed esprime dubbi su “elementi di indeterminatezza presenti nel testo del decreto in particolare su come verrà gestita la rete, soprattutto su chi la gestirà” chiarisce ad Altreconomia il senatore del Partito democratico Lodovico Sonego. “Il governo ‘si riserva’ la facoltà di proporre lo scorporo societario di Rete ferroviaria italiana (Rfi) rispetto al gruppo Fs -aggiunge l’esponente della maggioranza, che si dice comunque favorevole all’avvio di un processo di privatizzazione-, ma secondo quanto affermato dal nuovo amministratore delegato della società in un’intervista con Affari&finanza, la rete pubblica potrebbe restare ‘in pancia’ a un’azienda privatizzata: questi aspetti andrebbero chiariti”.
Le parole puntuali di Renato Mazzoncini, chiamato da Matteo Renzi a gestire la privatizzazione delle Ferrovie dello Stato, dopo le dimissioni del vertice della società, a fine novembre, sono queste: “I binari devono restare di proprietà dello Stato mentre il gestore del servizio Rfi deve restare integrato nel gruppo Fs come in tutto le ferrovie del mondo”. Pare uno scioglilingua, ma non è così: l’ad accetta la privatizzazione, ma senza liberalizzare il servizio, perché Rfi dovrebbe garantire libero accesso all’infrastruttura anche ai concorrenti delle Fs. Il monopolista resta tale, ma dal pubblico passa al privato. —  

Le ferrovie in vetrina
L’antipasto della privatizzazione del gruppo Ferrovie dello Stato è già stato servito. Entro la primavera del 2016 verrà completata la cessione della società Grandi Stazioni Retail, che gestisce gli spazi commerciali e la pubblicità nelle 14 più importanti stazioni del Paese: Bari Centrale, Bologna Centrale, Firenze Santa Maria Novella, Genova Brignole, Genova Piazza Principe, Milano Centrale, Napoli Centrale e Piazza Garibaldi, Palermo Centrale, Roma Termini, Roma Tiburtina, Torino Porta Nuova, Venezia Mestre, Venezia S. Lucia e Verona Porta Nuova.
Le “grandi stazioni” del nostro Paese, attraverso le quali nel 2014 sono transitate oltre 750 milioni di persone (un terzo solo a Roma Termini e Milano Centrale), somiglieranno sempre più a grandi centri commerciali, anche perché è previsto -entro il 2020- un ulteriore sviluppo delle aree “a reddito”, che passeranno da 96mila a circa 230mila metri quadrati. Gs Retail -si legge nel prospetto informativo che accompagna la sollecitazione all’invio di manifestazioni d’interesse- diverrà “il più grande ‘centro commerciale’ multi-location in Italia”, con 1.500 negozi (contro i 465 di oggi).
Con gli spazi commerciali passerà ai privati anche la gestione dei servizi igienici e dei depositi bagagli, che -a differenza dei negozi- rappresentano servizi al viaggiatore, al pari delle biglietterie.
Dall’operazione il gruppo Ferrovie dello Stato, che controlla il 55% di GS Retail, dovrebbe ricavare poco più di mezzo miliardo di euro. 

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