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Altre Economie / Opinioni

I 150 anni della bicicletta

La “pedalata”, come l’Italia, è nata nel 1861. Due libri, che nascono da due blog, “celebrano” la resistenza e l’eroismo del ciclista urbano

Tratto da Altreconomia 132 — Novembre 2011

Non sarò mai un inventore. Non creerò mai nulla di importante e di rivoluzionario, ne sono certo. E il motivo è che mi mancano 2 cose fondamentali per diventare un inventore di successo: la creatività e, cosa evidentemente ancora più importante, un fratello. Le grandi invenzioni della storia sono tutte uscite dalle mente di una coppia di fratelli. I fratelli Lumiere hanno inventato il cinema, i fratelli Mongolfier prima e i fratelli Wright dopo hanno inventato il volo e i fratelli Michaux hanno inventato la bicicletta. O meglio, hanno inventato il meccanismo che permette di trasformare la spinta sul pedale in moto rettilineo, insomma hanno inventato la pedalata, cioè la bicicletta moderna.
E la cosa che per tutto il 2011 c’è sfuggita è che la bicicletta è stata inventata nel 1861, cioè compie anch’essa 150 anni, coetanea dell’Italia. La bici ha nel suo Dna, in comune con la nostra nazione, i concetti di fatica, sforzo e spensierato girovagare (spesso senza meta). Eppure quest’anno nessuno si è ricordato di fare gli auguri alla bicicletta, nessuna manifestazione ufficiale e nessun sorvolo delle Frecce tricolori per festeggiarne i 150 anni. Lo ha fatto invece un bravo blogger americano, che per anni ha scritto di bici in forma anonima con lo pseudonimo di Bike Snob NYC (bikesnobnyc.blogspot.com). Oggi Bike Snob è il titolo di un libro, uscito per edizioni Elliot. nel quale Bike Snob NYC ripercorre la storia della bicicletta e soprattutto racconta in modo ironico, ma puntuale, la dura esistenza di un ciclista metropolitano alle prese con il traffico, i pedoni (che scopro essere a volte più indisciplinati degli automobilisti verso i ciclisti) e la manutenzione ordinaria dell’amato mezzo di trasporto. Il libro contiene anche un manuale pratico di riparazione della bici, che però amici estremisti del pedale mi dicono non essere così preciso.
Opera analoga, ma ben più casalinga, è quella di Luca Conti che per Ediciclo ha pubblicato il Manuale di resistenza del ciclista urbano. Il libro ha lo stesso punto di partenza, un blog. Luca cura infatti il rotazioni (lucaconti.blogspot.com) e come l’omologo newyorkese racconta la quotidiana lotta del ciclista nell’universo d’asfalto della città. 
Ciò che però emerge dalla lettura italiana è che, manco a dirlo, nel nostro paese la bicicletta è un mezzo di locomozione di serie C, quasi un intralcio o una bizzarria di qualche cittadino che si vuole spostare in un modo un po’ snob.
È strano leggere questi libri, rendersi conto di come usare una bicicletta in città sia una sorta di sport estremo e poi aprire il giornale e scoprire che quando ai primi di ottobre si è formato in nuovo governo danese, ben sei ministri si sono presentati al giuramento davanti alla Regina in bicicletta. Forse, anche aumentando la distribuzione di libri sulle bici, da noi non accadrà affatto.

Ed ora, per la prima volta fatemi fare della pubblicità. L’occasione è sostenere un documentario del quale, ne sono certo, sentiremo parlare a lungo e darà tante soddisfazioni all’Italia.
Si tratta del progetto God Save the Green, documentario in 7 parti di due registi bolognesi Michele Mellara e Alessandro Rossi che -in un viaggio tra le periferie di Nairobi, Tokyo, Torino, Casablanca e  Berlino- racconta sette storie di uomini e donne che, dopo aver abbandonato il lavoro di agricoltori nelle campagne per spostarsi in città, riconquistano il senso di comunità attraverso l’orticultura e la possibilità di crearsi autonomamente cibi sani, anche vivendo nelle crepe delle metropoli.
Ciò che distingue il documentario da altri lavori simili è la qualità tecnica sorprendente (alcuni spezzoni sono stati proiettati a Bologna nel corso del Festival “Terra di tutti” ai primi di ottobre), basta vedere il trailer sul sito della casa di produzione www.mammutfilm.it per accorgersi dell’enorme valore aggiunto del film. Il progetto si sostiene anche con manifestazioni di sensibilizzazione all’orticultura e all’acquisto di prodotti alimentari a km zero (a Bologna e nel Nord Italia), per questo seguitelo e aiutatelo a crescere, sono certo che non ce ne pentiremo. —

* ricercatore e autore televisivo. Per segnalazioni, scrivete a ugo@altreconomia.it

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