Diritti

Grandi opere senza democrazia

Ci sono molti segnali che destano allarme sulle trasformazioni in corso nelle principali democrazie europee. Nelle ultime settimane la “direttiva rimpatri” dell’Unione europea ha segnato un punto di svolta sul concetto di cittadinanza, sul principio di universalità dei diritti, sui…

Ci sono molti segnali che destano allarme sulle trasformazioni in corso nelle principali democrazie europee. Nelle ultime settimane la “direttiva rimpatri” dell’Unione europea ha segnato un punto di svolta sul concetto di cittadinanza, sul principio di universalità dei diritti, sui rapporti con i paesi extra europei e anche con i “nuovi” paesi entrati nell’Unione.
L’allarme lanciato da molti giuristi, dalle principali organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei diritti umani e da alcuni paesi extra europei (in particolare sudamericani) hanno fatto capire – a chi abbia avuto l’umiltà di ascoltare – che l’Europa si è incamminata lungo un percorso assai scivoloso. L’agevolazione delle espulsioni, la dilazione dei tempi di detenzione nei campi per migranti in assenza di reati, la subordinazione dell’accesso alla residenza al possesso di requisiti di censo sono tutti elementi che confliggono con il principio d’uguaglianza e con alcuni diritti garantiti finora dalle convenzione internazionali.

Dalla Gran Bretagna arriva un’altra notizia assai allarmante. Il parlamento sta per approvare una legge che punta a limitare il diritto all’espressione del dissenso con particolare attenzione al tema delle “opere pubbliche”. Come riporta un articolo uscito sulla Stampa, il governo laburista intende affidare a un comitato tecnico il compito di compiere le scelte sulle localizzazioni ed eliminare la facoltà di ricorso e opposizione, da parte delle comunità locali, attualmente riconosciuto da un’apposita normativa.

Come fa notare l’articolista – peraltro schiacciato sulla tesi, tutt’altro che assodata, secondo la quale le opere in questione sarebbero il toccasana per il sistema economico britannico e anche per un pianeta alle prese con inquinamento crescente, risorse energetiche limitate, cambiamenti climatici in corso – l’idea di Gordon Brown è di rinunciare a un po’ di democrazia per arrivare prima, grazie a questa scorciatoia, ai risltati che si prefigge.

Appunto, siamo di fronte a una riduzione della democrazia, al punto che diventa sempre più difficile parlare di democrazia senza aggiungere un aggettivo: limitata? Autoritaria? Dimezzata? Sotto tutela?

Attorno alle grandi opere si gioca una partita importantissima: i potentati economici e politici cercando di far passare l’opposizione a certi interventi – che siano la Tav in Val di Susa, gli inceneritori in Campania, la base militare Usa in Veneto – come dei ribellismi attuati da estremisti ingenui, isterici e inconsapevoli. Non è così. Attorno alle grandi opere si gioca una partita strategica per il “modello di sviluppo” oggi dominante. E’ un modello che va cambiato e lo dicono per primi gli scienziati premiati col Nobel per i loro studi sui cambiamenti climatici.

Questo sistema inquinante, che divora la natura e distrugge l’ambiente, è insostenibile. Le grandi opere, non sempre ma quasi sempre, sono la punta più avanzata degli oltranzisti che non intendono cambiare nulla, forti di una fede nel mito della crescita che sfiora il fanatismo. La tentazione di mettere il bavaglio agli oppositori, dopo averli denigrati come sciocchi e manipolati estremisti, è fortissima nei poteri costituiti, in Gran Bretagna come in Italia e nel resto del mondo più industrializzato.

I benpensanti in genere sanno pochissimo di Tav, Dal Molin, inceneritori e si affidano al mantra recitato da industriali, politici e grandi media. Non leggono libri come la ricerca di Donatella della Porta e Gianni Piazza dedicato alle “Ragioni del no”, nel quale si mostra l’alto livello di conoscenze e di competenze dei movimenti No Tav e No Ponte, preferiscono ripetere le frasi fatte e gli anatemi che si ascoltano in tv. Ignorano, per dire, che la zona di Acerra registra una delle più alte percentuali di malformazioni e tumori d’Europa, non hanno mai fatto un salto in Val di Susa per dare un’occhiata a una vallata già martoriata da un evidente eccesso di opere pubbliche, non leggono gli studi che dimostrano l’inutilità (se non per chi beneficerebbe dei soldi pubblici da investire) della tratta ad alta velocità, trascurano i problemi di sicurezza e di lesione della sovranità nazionale posti dal raddoppio della base militare statunitense a Vicenza, e così via.

La nuova legge di Gordon Brown mette a nudo quel che c’è dietro il braccio di ferro attorno alle grandi opere: il futuro delle nostre democrazie.

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