Economia / Opinioni

Il Governo sospeso e le anomalie di una strategia economica statica

Il Documento di programmazione, varato dall’insolito governo “tecnico” di Paolo Gentiloni, si è limitato a mettere al pulito i numeri e a indicare problemi di rilievo, ma senza un esecutivo politicamente legittimato non è possibile immaginare soluzioni. L’analisi di Alessandro Volpi

© ANSA/ALESSANDRO DI MEO
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Il governo “tecnico” in carica è, suo malgrado, alle prese con il Documento di programmazione economica e finanziaria a cui ha dato un’impronta decisamente e inevitabilmente “statica”, limitandosi a fotografare l’esistente in attesa che le decisioni strategiche siano prese dal futuro esecutivo, frutto dei recenti risultati elettorali. Si tratta dunque di un documento anomalo, contraddistinto da caratteri per molti versi paradossali perché tutto rivolto al passato nonostante l’Europa chieda all’Italia di formulare le sue politiche per il futuro rese ancora più urgenti dal momento di particolare difficoltà.

Dopo una breve boccata d’ossigeno, già quest’anno la crescita stimata del Pil si è fermata all’1,5% rispetto a previsioni più rosee e il rallentamento sarà più grave nei prossimi due anni, quando la produzione di reddito nazionale si schioderà a mala pena dall’1%, registrando una pessima distribuzione della ricchezza soprattutto se non sarà scongiurato l’aumento dell’Iva. Serviranno pertanto manovre correttive che non potranno più disporre della finora largamente utilizzata flessibilità europea. Da due anni l’Italia evita gli aumenti dell’Iva, richiesti dall’Europa in caso di mancato rispetto dei parametri, recuperando oltre il 70% degli spazi di bilancio necessari per scongiurare tali aumenti dalle deroghe concesse dalla stessa Europa per le circostanze “eccezionali” in cui versa la nostra economia; una condizione particolare però che non sembra più prorogabile.

Ormai non è più possibile infatti appellarsi allo scostamento tra crescita reale e crescita potenziale dell’economia, che ha rappresentato uno dei requisiti della flessibilità sui nostri conti pubblici, perché i dati della sia pur debolissima ripresa hanno di fatto cancellato questo scostamento. Non è più praticabile neppure il richiamo al numero “straordinario” di sbarchi di migranti sia perché non possono più essere considerati un’emergenza sia perché si sono sostanzialmente ridotti, nonostante la spesa prevista dallo stesso Documento di programmazione del governo registri un incremento dai 4,3 miliardi del 2017 ai 4,6 del 2018. Si è esaurita anche la cosiddetta “clausola degli investimenti” che, per quanto non abbia prodotto benefici effetti vista la riduzione di questa voce del 5,6% annuo, non potrà più essere ripetuta, costituendo una voce “una tantum”. Ma se la flessibilità si esaurisce risultano indispensabili, allora, come accennato misure vere e non meramente contabili; un’esigenza resa ancora più stringente dal rapido mutamento del clima economico internazionale. Nel corso delle ultime settimane il rendimento dei titoli del Tesoro americano a dieci anni ha superato il 3%, spinto in alto dalle attese di una ripresa dell’inflazione e dalle conseguenti restrizioni dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve. Con tassi simili, tali titoli diventano assai più allettanti per i mercati e quindi rappresenteranno un elemento di forte concorrenza per i titoli denominati in euro, a cominciare dai più “deboli”, come quelli italiani.
A questo primo dato se ne aggiunge un altro costituito dal rallentamento dell’economia tedesca, molto dipendente dalle esportazioni e quindi assai sensibile alle attuali guerre doganali tra le grandi potenze mondiali; un rallentamento solo in parte compensabile dalla improvvisa e inattesa caduta dell’euro rispetto al dollaro che, se può rendere le merci europee più competitive, può generare però effetti negativi proprio sui costi del finanziamento dei debiti pubblici. Con una potenziale frenata tedesca e con un euro più fragile, è chiaro che i già ricordati margini di flessibilità si contrarranno ulteriormente con rischi pesanti per l’Italia che non deve lasciarsi ingannare dall’attuale andamento degli spread sui titoli di Stato, tenuto molto basso dalle politiche monetarie espansive della Bce e dall’ormai palese natura “nazionale” del debito italiano, posseduto per oltre 2/3 da investitori italiani. Sarebbe sufficiente una tutt’altro che improbabile ripresa dell’inflazione, trainata dal rialzo dei prezzi dell’energia già in atto, per indurre persino Mario Draghi a rivedere le sue strategie di liquidità facile. Così, uno degli scenari del prossimo futuro potrebbe essere quello di un pericoloso irrigidimento dei vincoli europei, con una lievitazione del costo del debito italiano in termini di interessi, che renderebbe assai ostico affrontare i due temi centrali per una vera ripresa dell’economia, individuabili in una migliore distribuzione della ricchezza e nell’abbattimento del cuneo fiscale, oggi pari al 47,7% del costo del lavoro. Il Documento di programmazione, varato dall’insolito governo “tecnico” di Paolo Gentiloni, si è limitato a mettere al pulito i numeri e a indicare proprio questi problemi, ma senza un governo politicamente legittimato non è possibile immaginare soluzioni.

Università di Pisa

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