Ambiente / Attualità

I difensori della biosfera premiati a San Francisco

La trentesima edizione del Goldman Environmental Prize ha premiato sei attivisti ambientali da tutti i continenti. “Esseri umani ordinari, ma straordinari”, che con il loro impegno ci ricordano che tutti noi abbiamo un ruolo nella tutela del Pianeta che abitiamo. Per mettere il futuro della Terra prima dei grandi interessi economici che vorrebbero predarla

I vincitori del Goldman Environmental Prize 2019

Quattro donne e due uomini, difensori della biosfera, sono i vincitori del Goldman Environmental Prize 2019, il più importante premio mondiale dedicato agli attivisti ambientali. La 30esima edizione del premio -fondato nel 1989 dai filantropi Rhoda e Richard Goldman- si è svolta a San Francisco e ha premiato “sei esseri umani ordinari, ma straordinari, che ci ricordano che tutti noi abbiamo un ruolo nella tutela della Terra” -come ha detto Susie Gelman, presidente della Goldman Environmental Foundation-, che si aggiungono alle 194 persone di 89 nazioni che in questi trent’anni hanno ricevuto il premio.

Non ha potuto partecipare alla cerimonia -aperta da un discorso di Al Gore- Alberto Curamil, indigeno Mapuche di 45 anni incarcerato nel 2018 per la sua presunta partecipazione ad attività criminali: secondo diverse fonti, l’arresto sarebbe invece legato al suo costante impegno ambientale per tutelare il fiume sacro Cautín, nel Cile centrale. Alberto -portavoce dell’“Alianza Territorial Mapuche”- ha organizzato la popolazione dell’Araucania per fermare la costruzione di due progetti idroelettrici sul fiume -l’“Alto Cautín” e il “Doña Alicia”- che sarebbero stati distruttivi per quell’ecosistema, deviando ogni giorno centinaia di milioni di litri d’acqua con un conseguente aggravamento della siccità nella Regione. Grazie a questa mobilitazione dei cittadini, alla fine del 2016 i progetti sono stati annullati alla fine del 2016.
La privatizzazione delle risorse idriche cilene è una delle tragiche eredità dei 30 anni di dittatura di Augusto Pinochet. Il Codice nazionale dell’acqua, adottato nel 1981, ha infatti eliminato l’acqua come bene comune e consegnato la proprietà di questa risorsa ai migliori offerenti. Un impatto particolarmente sentito dai Mapuche, che dipendono dai fiumi per il loro sostentamento e considerano sacre queste acque.

Alberto Curamil © Goldman Environmental Foundation

Linda Garcia, 51 anni, impegnata sul piano sociale e ambientale e a favore dei più deboli, nel 2018 ha organizzato i residenti della Fruit Valley per fermare la costruzione del più grande terminal di esportazione di petrolio del Nord America, il “Tesoro Savage”, a Vancouver (Washington). Il suo attivismo ha salvaguardato i residenti dal grave inquinamento atmosferico e protetto l’ecosistema della Gola del Columbia (un canyon conosciuto con il nome di “Columbia River Gorge National Scenic Area”), bloccando un flusso di 11 milioni di galloni di petrolio greggio al giorno dal North Dakota  a Washington. Secondo le stime, sarebbero serviti cinque treni al giorno, ciascuno della lunghezza di un miglio e mezzo, per trasportare il petrolio fino al porto di Vancouver, trasformando la Regione in un corridoio di combustibili fossili per i successivi cinquant’anni.
Inoltre, in questi anni si sono verificati diversi incidenti petroliferi. Nel 2013, un treno petrolifero di 14 vagoni è deragliato a Lac-Megantic, in Quebec, innescando un’esplosione che ha ucciso 47 persone; nel giugno 2016, un treno dell’Union Pacific che trasportava tre milioni di galloni di petrolio ha deragliato vicino a Mosier, nell’Oregon, nella Gola del Columbia.

Linda Garcia © Goldman Environmental Foundation

La quarantottenne Jacqueline Evans ha condotto una campagna per proteggere la straordinaria biodiversità marina delle Isole Cook, un arcipelago di 15 piccole isole su una superficie di 763mila miglia quadrate nell’Oceano Pacifico meridionale. L’impegno di Jacqueline -alla guida della “Te Ipukarea Society”, la prima ong ambientalista del Paese- ha portato, nel luglio 2017, alla promulgazione di una nuova legislazione -la “Marae Moana”-, per gestire e conservare in modo sostenibile le 763mila miglia quadrate del territorio oceanico del Paese. La legge ha anche definito le aree marine protette in un raggio di 50 miglia nautiche dalle isole, proteggendo 125mila miglia quadrate di oceano dalla pesca commerciale su larga scala e dall’estrazione mineraria dei fondali marini. Un passo importante per la tutela degli stili di vita tradizionali polinesiani, fondati sulla pesca di sussistenza e su profondi legami culturali ed economici con l’oceano e con la fauna marina.

Jacqueline Evans © Goldman Environmental Foundation

Bayarjarjargal Agvaantseren ha contribuito a creare, nel 2016, la riserva naturale Tost Tosonbumba: con 1,8 milioni di acri nel deserto freddo del Gobi meridionale, è la prima area protetta a livello federale in Mongolia, collocata in un habitat fragile dove vive il leopardo delle nevi, una specie classificata vulnerabile dall’“Unione internazionale per la conservazione della natura” (iucn.it). Al mondo, restano tra i 4 e 7mila esemplari del leopardo delle nevi: un migliaio di questi vive nelle altitudini della Mongolia, la seconda popolazione più grande del mondo, minacciata dal bracconaggio e dall’industria mineraria. Il deserto del Gobi del Sud, infatti, è un importante centro minerario e i suoi vasti giacimenti di carbone, uranio, rame, oro, petrolio e gas hanno attirato nel tempo l’interesse delle aziende russe, mongole e cinesi.
Per raccogliere il sostegno alla creazione della riserva naturale di Tosonbumba, Bayarjarjargal -49 anni, insegnante e guida turistica, fondatrice della “Snow Leopard Conservation Foundation” nel 2007 e direttrice della Mongolia per l“’International Snow Leopard Trust”- ha collaborato con la stampa ambientalista per costruire una campagna di sensibilizzazione del pubblico. Una volta riconosciuta la riserva naturale, ha continuato a fare pressione sulle autorità governative per annullare le 37 licenze minerarie all’interno della riserva naturale. Nel giugno 2018 tutte le operazioni minerarie sono state dichiarate illegali.

Bayarjargal Agvaantseren – © Goldman Environmental Foundation

La biologa Ana Colovic Lesoska -39 anni, fondatrice del centro Eko-Svest per il monitoraggio e l’informazione ambientale- ha condotto una campagna per tagliare i finanziamenti internazionali a due grandi centrali idroelettriche (Boškov Most e Lukovo Pole) previste nel Parco nazionale di Mavrovo -il più antico e grande della Macedonia settentrionale-, proteggendo l’habitat della lince balcanica, ormai in via d’estinzione con soli 35 individui rimasti. In vista dell’ingresso nell’Unione Europea, infatti, molti paesi balcanici devono aumentare le proprie fonti di energia rinnovabile e sfruttano l’idroelettrico come alternativa “verde” al carbone. Solo nei Balcani, sono in via di realizzazione circa 2.700 nuovi progetti, molti dei quali all’interno di parchi nazionali e aree naturali protette.
In Macedonia sono previste oltre 400 nuove dighe e a Mavrovo dagli anni Ottanta si parla della costruzione di 22 nuove centrali idroelettriche, ma grazie alla campagna “Save Mavrovo” -costruita a partire dalla mancata valutazione dell’impatto di queste opere sulla biodiversità dell’area-, alla partecipazione popolare e agli strumenti legali internazionali -con un reclamo alla Convenzione di Berna sulla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa-, il sostegno finanziario a questi progetti idroelettrici è stato tagliato, salvando il parco e la lince balcanica.

Ana Colovic Lesoska © Goldman Environmental Foundation

L’avvocato e attivista cinquantatreenne di Green Advocates, Alfred Brownell -costretto a vivere in esilio temporaneo negli Stati Uniti, dov’è ricercatore alla School of Law della Northeastern University di Boston- ha fermato il disboscamento delle foreste tropicali liberiane -uno dei più importanti hotspot di biodiversità del mondo- da parte dei costruttori delle piantagioni di palma da olio.
La foresta pluviale dell’Alta Guinea, che va dalla Sierra Leone alla Nigeria, ha un ruolo essenziale nell’assorbimento del carbonio ed è popolata da numerose specie in via di estinzione (scimpanzé, ippopotami pigmei e pangolini degli alberi) e dalla più grande popolazione di elefanti dell’Africa occidentale. Ma è fortemente minacciata dalla spinta aggressiva del Governo per lo sviluppo economico attraverso grandi concessioni alle compagnie minerarie, di legname e di palma da olio. Durante il suo lungo regno, infatti, l’ex presidente Ellen Johnson Sirleaf ha consegnato il 30% del territorio liberiano a investitori esteri e rivendicato le terre inesplorate -tradizionalmente conservate dalle popolazioni indigene come terre pubbliche-, rendendo così le foreste vulnerabili alla distruzione da parte di massicci progetti agro-industriali e minerari.

Alfred Brownell © Goldman Environmental Foundation

Alfred ha avuto un ruolo centrale nel fermare il progetto della Golden Veroleum Liberia (GVL), che nel 2010 aveva firmato un accordo con il Governo per un contratto di locazione di 65 anni su 543.600 acri di foresta, per estrarre l’olio di palma. La GVL ha distrutto terreni agricoli e inquinato le fonti d’acqua locali, mettendo a rischio l’accesso all’acqua potabile e quando i residenti si sono espressi contro la distruzione della foresta, l’azienda ha ricevuto il sostegno delle autorità liberiane. Alfred ha messo in rete le associazioni locali della Liberia nell’“Alliance for Rural Democracy” e fatto leva sulla “Roundtable on Sustainable Palm Oil”, che certifica l’olio di palma “sostenibile”, per bloccare le concessioni della GVL e salvare la foresta dal disboscamento, restituendone la gestione alla popolazione locale. Il suo desiderio è poter tornare un giorno in Liberia.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia