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Opinioni

Gli spazi del sacro, in Val di Susa

Il patrimonio culturale religioso della valle è al centro di un progetto di inclusione rivolto agli oltre 8mila stranieri residenti, un dialogo tra comunità. Il primo articolo di Tomaso Montanari per Altreconomia. Lo storico dell’arte dell’Università di Napoli, tra i promotori di "Emergenza cultura" (7 maggio, a Roma), è editorialista della nostra rivista

Tratto da Altreconomia 180 — Marzo 2016

Un volto che ci somiglia. Ritratto dell’Italia è il titolo del libro, del 1960, in cui Carlo Levi commenta 120 fotografie scattate nel nostro Paese dall’ungherese Jànos Reismann. Le immagini del paesaggio e del patrimonio artistico della nazione (usiamo le parole della nostra Costituzione) sono di una bellezza senza tempo, ma il volto ritratto dal libro è ancora quello di una “miseria antica, passata di generazione in generazione, come una condizione umana immobile, una servitù, una malattia”. Non un volto di rassegnazione, tuttavia: “Alcuni di questi luoghi -scrive l’autore di Cristo si è fermato a Eboli– dove si mostra la tragedia della vita, sono diventati illustri come bandiere di rinnovamento. Così, le grotte di Matera; e il Cortile Casino di Palermo, dove uomini come Danilo Dolci operano a suscitare dall’interno, in modo autonomo, la vita e la coscienza, a scoprire e a far scoprire il valore creativo del lavoro”. Oggi, un’intera vita dopo quel libro di quasi sessant’anni fa, guardare al paesaggio e al patrimonio dell’Italia vuol dire ancora vedere un volto che ci somiglia. A una condizione, però: “se gli occhi guardano con amore (se amore guarda) -scrive Levi-, essi vedono”. Guardare con amore l’Italia del 2016 può sembrare un compito troppo duro: tanto è sfigurato il suo volto. Ma oltre le cicatrici inferte da una politica ridotta a storytelling del nulla, oltre l’irresponsabilità sociale di un mercato onnipotente, oltre la mediocrità del conformismo dei giornali, si trova un’altra Italia. E, se si guarda con amore, la si può vedere. 

Voglio iniziare dalla Val di Susa, in Piemonte. Perché tra le violenze inflitte a questa terra dal grumo di interessi che si chiama Tav c’è anche l’immagine falsa di una guerra permanente. Lì, dal chiostro semplice e forte dell’Abbazia di Novalesa -fondata il 30 gennaio del 726- è partito un progetto piccolo, quanto rivoluzionario: “Gli spazi del sacro. Il patrimonio culturale religioso-luogo di dialogo tra le comunità di Valle”. Gli ideatori -tra i quali ci sono il Centro culturale diocesano e la Rete dei Comuni Solidali, oltre a varie scuole- partono dalla constatazione che in valle i residenti stranieri sono 8.661, circa l’8,5% della popolazione: albanesi e romeni trasferitisi per il lavoro legato ai cantieri e al turismo invernale, e immigrati maghrebini. L’idea è semplice: usare la conoscenza dei monumenti sacri del passato non come un’arma identitaria da brandire contro chi arriva da noi, ma come strumento di integrazione: “La considerazione alla base del progetto è che l’insieme di questi flussi migratori hanno contribuito alla diversificazione e alla vivacità delle comunità valsusine e oggi si riflettono sulle nuove generazioni con rinnovate prospettive di inclusione sociale e potenzialità nell’ambito culturale”. Se i nuovi valsusini venuti dal Maghreb o dalla Romania impareranno a parlare la lingua dell’Abbazia di Novalesa non abbracceranno la storia delle istituzioni occidentali o la religione cattolica, e nemmeno la storia dell’arte italiana, ma i valori inclusivi e tolleranti della Costituzione. Non si vincoleranno alle “radici” della identità italiana, ma accetteranno di fluire nelle acque -felicemente impure, mescolate, contaminate- della tradizione italiana: un volto diverso, che continuerà a somigliarci.

Tomaso Montanari è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli. Il suo ultimo libro è “Privati del patrimonio” (Einaudi, 2015)

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