Altre Economie / Varie

Gli anelli deboli

Le filiere di banane, cacao, caffè e canna da zucchero, i prodotti definiti “coloniali”, restano nel 2015 l’esempio più chiaro delle asimmetrie lungo la catena del valore

Tratto da Altreconomia 167 — Gennaio 2015

Prendete 2,5 miliardi di persone e chiamatele “produttori agricoli”. Dopodiché posizionatene 7 miliardi nella categoria di “consumatori”. Unite le due squadre attraverso un condotto, un canale fatto di intermediazione, confezionamento, commercializzazione e rivendita. Chiamatelo “filiera” e concedetene il controllo a poche decine di soggetti multinazionali, che magari indossano contemporaneamente le casacche di “trader”, “brand” o punto vendita. Avrete ottenuto un quadro realistico della filiera agricola mondiale, che -come testimonia il rapporto “Who’s got the power? Tackling imbalances in agricultural supply chains” prodotto dal Bureau d’Analyse Sociétale pour une Information Citoyenne, commissionato tra gli altri dal Fair Trade Advocacy Office (vedi box) e presentato a metà novembre- è ovunque in catene.

Il condotto è stretto sin dall’origine e la globalizzazione, come dimostrano i dati contenuti nel report, non ha fatto che peggiorarne la situazione. Un esempio: nel 1980 le imprese multinazionali che si contendevano il 90% del mercato dell’agrochimica -e cioè gli input forniti ai produttori per mantenere “produttivo” il terreno- erano venti. Nel 2002 quegli stessi protagonisti della filiera si erano ridotti a sette: Syngenta, Aventis, Monsanto, BASF, Dow, Bayer e DuPont. Concorrenza, molteplicità e pluralismo sono un (presunto) marchio di fabbrica anche in materia di “traders” -i punti di contatto tra gli agricoltori e i consumatori-: 9 transazioni su 10 del mercato cerealicolo mondiale interessano oggi quattro “corporation”. Archer Daniels Midland (ADM) -che spazia dalla soia al mais fino alla produzione di biodiesel o al mangime animale-, Bunge -olio di semi, fertilizzanti, soia, biodiesel-, Cargill -frumento, cacao, riso, zucchero, Ogm e servizi finanziari-, e Louis Dreyfus -olio di palma, cotone, olio e semi di girasole-. La materia prima lavorata risale lungo l’imbuto fino a raggiungere i grandi marchi, chiamati per natura alla commercializzazione del prodotto originario attraverso i supermercati o le grandi centrali di rivendita. I dieci più influenti sono Nestlé, Kraft-Mondelez, Unilever, PepsiCo, Mars, Danone, Kellogg’s, General Mills, Associated British Food e The Coca-Cola Company. La confederazione internazionale di Ong Oxfam ha ricostruito il dedalo di partecipazioni dei colossi nella pagina web della campagna “Behind the brands” (www.behindthebrands.org). Sommati, i ricavi annuali di questi marchi sfiorano, secondo l’osservatorio Euromonitor, i 450 miliardi di dollari, pari al 15% del monte mondiale complessivo. Chiude lo stretto condotto il settore della rivendita. Negli Stati Uniti, nel 2005, le prime cinque catene gestivano il 28,7% dei punti vendita. Concentrazione che andata peggiorando nel giro di vent’anni, visto che nel 1992 la percentuale era “solo” del 19%. Nel Regno Unito (dati Action Aid del 2008) quattro gruppi controllavano il 75% dei supermercati. La concentrazione degli scaffali è un fenomeno europeo fotografato anche dall’Ocse, e produce direttamente l’indebolimento progressivo dei piccoli produttori agricoli, incapaci di competere su vasta scala, posti in competizione con produzioni estere a prezzi stracciati e dissanguati dalle certificazioni di qualità imposte dalla grande distribuzione.

Nella prefazione del rapporto, Olivier De Schutter, co-presidente del Panel internazionale degli esperti sulla sostenibilità alimentare e già “Special Rapporteur” delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, l’ha definito un autentico “impero del cibo”, governato da imprese multinazionali e transnazionali. Che si sono reciprocamente aiutate a serrare le fila e -come spiega De Schutter- “rendere la filiera ancor più concentrata del passato”.

Di questa filiera gli autori di “Who’s got the power? Tackling imbalances in agricultural supply chains”  hanno mostrato le quattro manifestazioni ricorrenti. Il primo e più antico è quello dell’integrazione verticale. Di stampo coloniale, il modello prevede la sostanziale onnipresenza dell’impresa in tutte le diverse fasi di produzione. Si prenda ad esempio il caso della banana. “Data la sua deperibilità -scrivono gli autori del report del Fair Trade Advocacy Office- il mercato è stato da sempre dominato da compagnie verticalmente integrate che controllano produzione, confezionamento, trasporto e il commercio”. Nel primo trentennio del 1900 il mercato statunitense era governato dalla United Fruit Company (UFC). Nel Regno Unito, invece, agiva in regime di quasi monopolio la Fyffes. Tra il 1980 e il 1990 le imprese cui faceva riferimento l’80% del mercato erano solo cinque: Dole, Chiquita, Del Monte, Fyffes e Noboa. Un quadro capace addirittura di peggiorare, visto che nel marzo 2014 la prima impresa multinazionale al mondo del settore, Chiquita, e la quarta, Fyffes si sono unite. La filiera in cui operano le poche aziende citate vedono alla base della piramide oltre 500mila produttori in tutto il mondo. Chi tratta oggi il prodotto, invece, sono nuovamente cinque soggetti: Dole, Del Monte, Chiquita-Fyffes e Bonita. Chi si occupa della maturazione poco prima della rivendita sono sempre cinque marchi: Chiquita-Fyffes, Dole, Del Monte e Dratt’s Bananas. Ai produttori -il caso analizzato nel rapporto è quello della Repubblica Domenicana- spetta poco più del 10% del valore mentre ai dieci soggetti elencati poc’anzi -che si riducono, date le diverse fusioni, a cinque grandi gruppi multinazionali- va qualcosa come il 55% del valore. Il resto va dritto ai rivenditori.

Il secondo modello è quello del produttore agricolo reso prigioniero dalle condizioni imposte dal compratore. Caso di scuola è quello della coltivazione di canna da zucchero, fonte dell’83% dello zucchero “lavorato” ad oggi sul mercato. Dalle Filippine allo Swaziland (vedi Ae 166), dal Brasile al Pakistan, i piccoli produttori -che sono 2 miliardi a livello mondiale- conferiscono il proprio prodotto agli zuccherifici, l’unico canale di vendita diretta. I “traders” del settore -che si assicurano il 25% dell’intero mercato e il 5% del valore della filiera- sono cinque: Cargill, Louis Dreyfus, Bunge, ED&F MAN e Czarnikow. Il gradino superiore, rappresentato da chi il prodotto lo raffina, conta sei soggetti capaci di controllare il 60% dell’intero mercato e il 25% del valore legato ad ogni singola partita. Copersucar -che è fuso con Cargill-, Cosan, Mitr Prol, Tereos, Sudzucker -che è fuso con ED&F MAN- e ABSugar -che è fuso con Czarnikow-. Il margine si concentra ancora una volta in testa al condotto: ai rivenditori spetta il 35% del valore prodotto mentre ai produttori, numericamente impareggiabili ma sfavoriti nell’“impero” alimentare, poco più del 15%.

Ai casi problematici di banana e canna da zucchero, fa seguito il terzo modello, quello del caffè. Secondo l’International Coffee Organisation (ICO), i produttori di caffè nel mondo sono oltre 25 milioni e i consumatori mezzo miliardo. A questa vastità, però, corrisponde un’esigua schiera di “tostatori” e commercianti. Tra i primi, cinque marchi controllano il 45% del mercato: Nestlé, Kraft-Mondelez, Sara Lee, Procter & Gamble e Tchibo. Tra i secondi, invece, tre gruppi detengono il 50% del settore: Neumann Gruppe, ECOM e Volcafè, da poco acquisito da ED&F MAN.

Chiude il cerchio dei modelli quello tanto complesso e recente quanto concentrato ad ogni livello: la filiera del cacao, che vede alla propria base oltre 5 milioni e mezzo di piccoli produttori concentrati pressoché nell’Africa occidentale -Costa d’Avorio e Ghana su tutti-, ed altri 14 milioni direttamente dipendenti per la propria sopravvivenza dalla sua coltivazione. Secondo le Nazioni Unite, nel periodo 1987-1995 i margini spettanti al primo anello della catena erano più elevati rispetto al decennio successivo, 1996-2005. La costante perdita di reddito degli agricoltori è dovuta a relazioni commerciali sbilanciate a vantaggio dei “traders”, dei macinatori di cacao, dei produttori internazionali di cioccolato e dei grandi marchi manifatturieri. I primi interlocutori dei produttori di cacao nel mondo, i “traders” appunto, sono due. Cargill, fusosi da poco con ADM, e Olam. Da soli controllano il 35% del mercato e si assicurano il 5% del valore della filiera.
Un passo avanti s’incontrano i macinatori e i produttori di cioccolato: in tre controllano metà del mercato. Barry Callebaut, Cargill-ADM e Blommer chocolate company. Ma chi si aggiudica il 40% del valore prodotto, nonché il 50% dell’intero mercato, sono i quattro grandi marchi Nestlé, Mars, Mondelez international e Ferrero.

Le conseguenze dell’agricoltura in catene si riflettono sulle vite dei produttori e sulle loro famiglie. Tornando al caffè, il paragone è immediato. Con il reddito maturato nel 2002, un piccolo produttore non sarebbe stato in grado di acquistare che un quarto dell’identica merce acquisita quarant’anni prima. Ciò significa abbandono progressivo delle imprese a conduzione familiare, migrazioni forzate, crollo dei sistemi socio-sanitari dei Paesi soggetti al potere dei “compratori”, ricorso al lavoro sottopagato, magari minorile -com’è il caso dell’Africa occidentale, e in particolare dei 10mila bambini ivoriani citati nel report a proposito della filiera del cacao, o delle Filippine in materia di coltivazione della canna da zucchero-, insicurezza alimentare crescente. E, infine, danni talvolta irreparabili all’ambiente. “Le aree coltivate -scrivono gli autori del rapporto- rappresentano circa il 25% della superficie terrestre, l’agricoltura e la produzione di cibo pesano per il 70% dei consumi idrici mondiali e per il 30% delle emissioni di CO2”. Tutto a ciò a fronte di uno spreco alimentare che ha raggiunto in Europa e Stati Uniti tra i 95 e i 115 chilogrammi annui procapite. Un’alternativa all’agricoltura in catene c’è ed è rappresentata dal commercio equo e solidale fondato sul capitale delle relazioni tra chi produce e chi consuma, sottratto alla logica dell’intermediazione interessata e della concorrenza forsennata. Gli autori del Fair Trade Advocacy Office le dedicano il capitolo finale del rapporto, che è rivolto all’Unione europea, ai governi dei Paesi del cosiddetto Sud del mondo e ai consumatori -noi, voi-. “Niente è inevitabile -sostiene De Schutter concludendo la prefazione al rapporto-. Le dinamiche competitive sono fondamentali per evitare l’abuso di posizioni dominanti ma devono essere limitate a questo scopo. E non possono sostituirsi all’equità” . —

Un ufficio per 2,5 milioni di produttori
Il Fair Trade Advocacy Office (FTAO, www.fairtrade-advocacy.org) è la voce del movimento del commercio equo e solidale, e opera dal 2004 promovendo azioni di lobby per migliorare le condizioni di vita dei produttori marginalizzati e dei lavoratori del Sud del mondo. Il FTAO è frutto di un’iniziativa congiunta di Fairtrade International, European Fair Trade Association e della World Fair Trade Organization-Europe. FTAO rappresenta 2,5 milioni di produttori del commercio equo e lavoratori provenienti da oltre 70 Paesi, 24 marchi, oltre 500 importatori, 4mila botteghe del mondo e più di 100mila volontari.
Nel dicembre 2010 le reti coinvolte hanno assegnato al FTAO la natura di fondazione giuridicamente indipendente, con il preciso mandato di promuovere le politiche comunitarie a sostegno del commercio equo e solidale. Il rapporto analizzato in queste pagine ha esattamente questo obiettivo: sottoporre all’attenzione dell’Unione europea la “questione” delle filiere agricole in catene.
FTAO ha sede a Bruxelles.
 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia