Cultura e scienza / Intervista

Federica Seneghini. Le calciatrici che scartarono i fascisti

Il romanzo della giornalista del Corriere della Sera ripercorre la storia del Gruppo femminile calcistico milanese, la prima squadra femminile di pallone in Italia. Uno spazio di libertà

Tratto da Altreconomia 229 — Settembre 2020
La prima partita pubblica del calcio femminile in Italia -giocata proprio dalla Gfc- risale all’11 giugno 1933. Il giorno seguente il giornalista sportivo Carlo Brighenti dedicò un articolo su Il Calcio Illustrato © Archivio Francesco Bacigalupo

È l’estate del 1932 quando un gruppo di giovani ragazze inizia a tirare calci a un pallone nei giardini di Porta Venezia a Milano. Sono amiche, si conoscono tutte, e provano a giocare scostando al lato del ginocchio le lunghe gonne che indossano. Non hanno le scarpe adatte e non possono mettersi in maniche corte. Né è consentito loro urlare o essere troppo visibili perché per il regime fascista lo sport praticato dalle donne deve essere moderato. È da questo episodio che si muove “Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il duce” (Solferino libri, 2020), romanzo che racconta la storia del Gruppo femminile calcistico milanese (Gfc), la prima squadra femminile di calcio in Italia. L’autrice è Federica Seneghini, giornalista del Corriere della Sera (e socia di Altreconomia), che ha ripercorso la vicenda della squadra attraverso un approfondito lavoro sulle fonti dell’epoca, immaginandone ambizioni, desideri, difficoltà. Il regime le lasciò giocare solo per pochi mesi, prima di costringerle a praticare altri sport considerati utili a vincere medaglie alle Olimpiadi di Berlino del 1936. “Il regime aveva annunciato che i Mondiali si sarebbero tenuti in Italia e aveva costruito nuovi stadi. Nel Paese il calcio era uno degli sport più apprezzati ma l’entusiasmo terminava quando a praticarlo erano le donne”, spiega Seneghini. “Una delle critiche principali mossa contro di loro era legata all’immagine della donna come madre diffusa dall’ideologia fascista: le donne dovevano procreare e lo sforzo fisico comportato dal calcio non doveva rischiare di mettere a rischio la loro futura e necessaria maternità”.

Le calciatrici del Gruppo femminile calcistico milanese riescono a resistere alle pressioni ostili del regime e della stampa. Come ci sono riuscite?
FS Decidono di imporsi regole precise con l’obiettivo di sottolineare che il calcio femminile non voleva scontrarsi con i dettami del regime né entrare in competizione con quello praticato dagli uomini. Al contrario. Usano una palla di gomma, più piccola e leggera rispetto a quella dei colleghi. Fanno partite dai tempi più brevi, 20 minuti l’una, e mettono in porta due maschi, due ragazzi che giocano nella primavera Ambrosiana-Inter. Per parlare della loro squadra e rivendicare il diritto a giocare, le calciatrici scrivono ai quotidiani nazionali e con furbizia concludono le loro lettere dichiarandosi “fascistissime e sportivissime”. Evidenziano che il calcio serve a rafforzare il corpo ma anche lo spirito. Questi stratagemmi, anche se per un breve periodo, consentono loro di continuare a giocare. E stare in campo per una partita era il loro desiderio più profondo, uno spazio di libertà. Non era certo più facile per le altre sportive italiane: Vittorina Vivenza, che era arrivata in finale alle Olimpiadi del 1928 nella staffetta, pochi anni prima era stata denunciata al vescovo di Aosta perché andava ad allenarsi in calzoncini.

“Nel Paese il calcio era uno degli sport più apprezzati ma l’entusiasmo terminava quando  a praticarlo erano le donne”

Sono molti gli articoli sul Gfc che compaiono sulla stampa nazionale. In che modo i quotidiani si sono occupati della squadra?
FS I giornali satirici non hanno risparmiato le loro vignette. E dalle pagine della Gazzetta dello Sport fino a quelle de Il Littoriale, il giornale di riferimento del Comitato Nazionale Olimpico Italiano, i giornalisti, tutti uomini, tendono a ironizzare e a sottolineare che il calcio giocato da donne era una stranezza e non era adatto al loro corpo. È curioso, invece, che in un primo momento uno dei più importanti medici del regime, Nicola Pende, che contribuirà alla stesura del “Manifesto della razza”, aveva affermato proprio il contrario. Una delle poche eccezioni nella narrazione è stata rappresentata da un articolo comparso su Il Calcio Illustrato, pubblicato il 12 giugno 1933, il giorno dopo la prima partita pubblica del Gfc che è anche la prima partita pubblica del calcio femminile nella storia italiana. Il pezzo, firmato dal giornalista sportivo Carlo Brighenti, non era un articolo di costume ma di sport.

Fino a quel momento non era mai successo. Alcuni commenti non sembrano poi critiche molto diverse da quelle che abbiamo continuato a sentire sulle calciatrici. In Italia il tono del discorso è cambiato solo dopo i Mondiali di Calcio del 2019, quando finalmente sui principali quotidiani nazionali si è iniziato a parlare delle azzurre riportando le cronache delle partite e le schede delle giocatrici.

Poi che cosa succede?
FS Il Gfc avrebbe dovuto giocare la prima partita intercittadina, un’amichevole con una squadra di calciatrici nata ad Alessandria. Le ragazze vengono fermate. Poi il 22 novembre 1934 arriva il definitivo stop del regime, che elenca gli sport adatti alle donne e il calcio non è tra questi. Le calciatrici più forti del Gfc sono indirizzate verso le discipline femminili più amate dal regime, come il fioretto e l’atletica leggera. Il regime aveva bisogno di vincere medaglie nelle competizioni internazionali e per ottenerle il calcio non serviva. Rosetta Boccalini, la protagonista del romanzo, passa al basket e vincerà tre titoli con l’Ambrosiana. Durante la Resistenza, Giovanna Barcellona, sorella di Rosetta, diventerà una delle fondatrici del giornale clandestino Noi donne e dei Gruppi di difesa delle donne. Nel dopoguerra sarà eletta due volte consigliera al Comune di Milano con il Pci.

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