Altre Economie

Genova, è tempo di commissione – Ae 74

Sono passati 5 anni dai fatti del G8 di Genova: nel programma elettorale dell’Unione c’è, scritto nero su bianco, l’impegno di istituire una commissione d’inchiesta. Una promessa da mantenere, “per il bene del Paese” “Per il bene dell’Italia”, pagina 77: è…

Tratto da Altreconomia 74 — Luglio/Agosto 2006

Sono passati 5 anni dai fatti del G8 di Genova: nel programma elettorale dell’Unione c’è, scritto nero su bianco, l’impegno di istituire una commissione d’inchiesta. Una promessa da mantenere, “per il bene del Paese”

“Per il bene dell’Italia”, pagina 77: è il programma di governo dell’Unione e il passaggio merita una citazione integrale, nonostante l’incerta sintassi. “La politica del centrodestra al riguardo (si sta parlando delle strategie per la sicurezza, ndr) si è mostrata del tutto indifferente: a vuoti annunci si sono affiancate misure che contrastano con il rispetto della legalità, l’inerzia rispetto alla criminalità economica, un abbassamento della guardia nel contrasto alla criminalità organizzata, l’utilizzo delle forze di polizia per operazioni repressive del tutto ingiustificate; basti pensare ai fatti di Genova, per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari) e sui quali l’Unione propone, nella prossima legislatura, l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta”.

Sono passati cinque anni dai fatti del G8, dalla riunione degli “otto grandi” convocata a Genova e accolta da un controvertice durato una settimana, cominciato con iniziative e manifestazioni pacifiche, precipitato venerdì 20 luglio in violenze di piazza che portarono all’uccisione di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere.

Il giorno successivo un corteo di 300 mila persone attraversò la città blindata e fu attaccato in più punti dalle forze dell’ordine. E quando tutto pareva finito, nella notte la polizia eseguì una sanguinosa perquisizione alla scuola Diaz, conclusa con un pestaggio generalizzato e l’arresto -rivelatosi illegale- dei 93 occupanti. L’epilogo fu una lunga serie di denunce di abusi e maltrattamenti inflitti a decine di persone, fermate durante le manifestazioni e detenute nella caserma-carcere di Bolzaneto. Il fatti del G8 furono  un autentico choc per tutto il Paese.

La frase contenuta nel progetto di governo, lungo 281 pagine, riporta le lancette della storia politica contemporanea alle tesissime giornate a cavallo fra luglio e agosto 2001. A quel tempo divampava la polemica politica per la brutale repressione avvenuta nelle strade, nelle scuole e nelle caserme di Genova. Il governo da poco insediato difendeva senza esitazioni l’operato delle forze di polizia, sostenendo la tesi di una città “messa a ferro e fuoco” da migliaia di attivisti violenti mischiati alla massa dei manifestanti. Il centrosinistra, in quei giorni convulsi, chiese per la prima volta l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta. La maggioranza rimase però chiusa nel suo bunker e vacillò soltanto quando ministri, leader politici e mezzi d’informazione tedeschi, inglesi, austriaci fecero sentire le loro voci, per protestare contro il maltrattamento subìto da loro concittadini (nella sola scuola Diaz, venivano dall’estero oltre i tre quarti delle 93 vittime).

Fu solo un attimo. Ci fu appena il tempo di ottenere, dopo un breve braccio di ferro, un comitato parlamentare d’indagine, privo dei poteri propri di una commissione, che sono equiparati a quelli della magistratura. I lavori del comitato si conclusero con un ovvio nulla di fatto. La maggioranza approvò una relazione sostanzialmente assolutoria per le forze dell’ordine.

Cinque anni dopo è cambiato tutto. Anzi, non tutto, perché i massimi dirigenti delle forze di polizia sono ancora gli stessi. I partiti che hanno redatto il programma di governo “Per il bene dell’Italia” sono però maggioranza in parlamento e Gigi Malabarba, senatore di Rifondazione comunista, all’inizio di giugno ha depositato un progetto di legge per istituire la commissione d’inchiesta, con procedura d’urgenza, in modo da arrivare al voto nella prima metà di luglio. Malabarba ha però ritirato tutto pochi giorni dopo, non appena ha capito che il Senato avrebbe bocciato la proposta: a Palazzo Madama i numeri sono risicati e soprattutto una fetta del centrosinistra non sembra disposta a votare a favore della commissione, nonostante l’impegno preso con gli elettori. Si sceglierà una procedura diversa, con un disegno di legge bicamerale, partendo dalla Camera, dove la maggioranza è più ampia. I tempi si allungheranno ancora e non ci sarà comunque nulla di garantito: il sì del Senato sarà tutto da conquistare, con un’opera di persuasione in parlamento e nella società.

Non è un mistero che la commissione d’inchiesta su Genova sia scomoda per molte forze politiche, anche per alcune di quelle al governo, legate da storici rapporti di fiducia e stima reciproca con il vertice della polizia di Stato, fortemente compromesso con i processi avviati a Genova. Il percorso è dunque molto accidentato. Il centrodestra, da parte sua, accusa la maggioranza di voler intentare un processo alla polizia, sovrapponendosi alla magistratura.

E c’è chi sottolinea che ormai è passato troppo tempo dai fatti. È vero, cinque anni di ritardo sono molti, moltissimi, ma non sono troppi. Non è mai tardi per recuperare quei beni di tutti -la verità,

la giustizia, lo Stato di diritto, la credibilità delle istituzioni- che dal 2001 in poi sono stati sepolti sotto una montagna di bugie, corporativismi, protezioni indebite. In questi anni a Genova è finito sotto processo il gotha della polizia italiana, ma non è stato possibile affermare un principio in apparenza semplice: la prevalenza dei diritti umani e della Costituzione sugli interessi di chi si trova ai vertici delle forze dell’ordine.

Gli alti dirigenti alla sbarra per reati gravi e infamanti sono tutti al loro posto.  Alcuni sono stati addirittura promossi.

In una democrazia che funziona, tutti i funzionari imputati avrebbero da tempo fatto un passo indietro, per senso dello Stato e rispetto dei cittadini, perché non è tollerabile essere dirigenti di polizia e al tempo stesso imputati per fatti che hanno infangato l’onore dei nostri apparati di sicurezza. I ministri, in questa democrazia “normale”, sarebbero stati in prima linea a pretendere trasparenza e accertamento rapido delle responsabilità operative, senza nascondersi dietro il paravento della magistratura, che deve solo accertare le singole responsabilità penali.

Nell’Italia immorale di questo inizio secolo nessuno avverte l’opportunità delle dimissioni e sembra normale che la polizia di Stato opti per una difesa corporativa dei propri uomini. Sembra normale che i ministeri competenti rinuncino -com’è avvenuto per la Diaz e per Bolzaneto- a costituirsi come parti civili nei processi contro poliziotti, carabinieri, finanzieri, agenti penitenziari accusati di avere violato non solo le leggi ma anche i diritti civili e umani di centinaia di cittadini.

Quest’Italia ipocrita, governata con logiche oligarchiche, si opporrà alla nascita della commissione d’inchiesta. Ma per fare davvero “il bene dell’Italia” è necessario smascherare e denunciare in tutti i suoi risvolti quella miscela di militarismo, servilismo e pretesa d’impunità che portò all’uccisione di un ragazzo e alla sospensione dello stato di diritto. La nuova maggioranza avrebbe il dovere morale di attuare il suo programma e fermare la deriva autoritaria cominciata nel 2001.

I processi dimenticati dai media sui siti dei comitati

Non è facile seguire con costanza i processi in corso a Genova sul G8 del 2001. Nessuno dei grandi mezzi d’informazione ne segue le udienze, solo su un paio di quotidiani (Manifesto e Liberazione) compaiono, ma non regolarmente, delle sintetiche cronache delle udienze. Una copertura capillare è invece assicurata dai quotidiani locali (Secolo XIX, Repubblica-Lavoro, Corriere Mercantile). Una rassegna stampa completa di tutto quanto si pubblica (anche localmente) è disponibile sul sito del Comitato verità e giustizia per Genova (www.veritagiustizia.it). Una fonte diretta d’informazioni è sul sito di Supporto legale (www.supportolegale.org), un organismo di sostegno agli avvocati impegnati nella difesa di attivisti sotto inchiesta in tutta Italia. A Genova Supporto legale ha seguito tutte le udienze, offrendo trascrizioni e brevi sintesi.

L’irruzione alla scuola Diaz

La notte del 21 luglio 2001 la polizia fece irruzione alla scuola Diaz –composta da due istituti, Pertini e Pascoli, uno dirimpetto all’altro– per compiere una perquisizione, in realtà autorizzata solo per la Pertini. In questo istituto, dov’era stato allestito un dormitorio, furono pestati e arrestati tutti i 93 occupanti. Nella Pascoli fu eseguita –ufficialmente “per errore”- una perquisizione abusiva.

I 93 arrestati, accusati fra l’altro di associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio, sono stati prosciolti nel 2004. I magistrati hanno ricostruito i fatti, appurando che non vi fu la resistenza indicata nelle relazioni ufficiali e che gli arresti furono illegittimi, motivati dalla presenza nella scuola di due molotov, in realtà portate lì dalla stessa polizia.

Nel maggio 2005 è cominciato il processo contro 29 agenti.

Gli alti dirigenti che presero parte al blitz –fra i quali l’attuale questore di Bari Francesco Gratteri, e il capo del Servizio centrale operativo, Gilberto Caldarozzi, recentemente promosso “per meriti straordinari” dopo aver guidato la cattura di Bernardo Provenzano– sono accusati di falso, calunnia e abuso d’ufficio. Alcuni capisquadra devono rispondere di concorso in lesioni.

Nel novembre scorso sono cominciate le audizioni delle parti lese.

Gli imputati non hanno mai partecipato alle udienze. Alcuni dei reati contestati si prescrivono sette anni e mezzo dopo i fatti.

Nel lager “provvisorio” di Bolzaneto

Fra il 20 e il 22 luglio 2001 nella caserma di polizia di Bolzaneto, alle porte di Genova, transitarono oltre 250 persone. La caserma era utilizzata come carcere provvisorio per le persone fermate durante le manifestazioni. Molte di queste, nei giorni e mesi successivi, denunciarono di aver subito una lunga serie di abusi e maltrattamenti. La magistratura ha rinviato a giudizio 45 persone (dodici carabinieri, quattordici  agenti di polizia, sedici agenti penitenziari e cinque fra medici e infermieri): sono accusate, a vario titolo, di abuso d’ufficio, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario, omissione di referto. La richiesta di rinvio a giudizio elenca innumerevoli abusi fisici e verbali subiti dai detenuti: schiaffi, calci, pugni e sputi; insulti e minacce (anche di stupro); privazione di cibo e acqua; obbligo di mantenere per ore la posizione eretta davanti a un muro; perquisizioni corporali eseguite con modalità volutamente degradanti e così via.

Il processo è iniziato nell’ottobre 2005. Decine di parti lese hanno già testimoniato, raccontando i maltrattamenti subiti. Alcuni degli imputati sono stati personalmente riconosciuti.

La maggior parte dei reati contestati agli imputati si prescrivono dopo sette anni e mezzo dai fatti.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia