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Ambiente / Reportage

Gas e petrolio minacciano le comunità mapuche in Argentina

Un impianto dell'azienda Tecpetrol nell'area Fortin de Piedra, valle del fiume Neuquén, Sauzal Bonito © Martin Alvarez

Vaca Muerta, nel Sud dell’Argentina, è meta ambita dalle compagnie fossili. Al boom di tecniche invasive si è accompagnato il degrado di terra, acqua e aria. Le acque del fiume Neuquén sono contaminate a danno della popolazione

Tratto da Altreconomia 227 — Giugno 2020

Vaca Muerta, come le chimere, si muove tra sogno e realtà. È un territorio grande come il Belgio nel bacino del fiume Neuquén, nel Sud dell’Argentina. Il gas e il petrolio, imprigionati nelle rocce a migliaia di metri sotto terra, lo rendono uno dei più grandi giacimenti al mondo tra quelli dove si usa il fracking, una tecnica di estrazione ad alto impatto ambientale che consiste nel fratturare la pietra con sabbia, sostanze chimiche e milioni di litri di acqua a pressione. Dopo il crollo del prezzo del petrolio e la pandemia del Coronavirus, oggi il destino di Vaca Muerta è appeso a un filo ma fino ad ora c’è stato un generale consenso di tutto l’arco politico attorno all’importanza strategica di questo polo estrattivo. Il boom del fracking a Vaca Muerta è cominciato nel 2011: l’accordo tra l’impresa petrolifera transnazionale Chevron e quella nazionale YPF per lo sfruttamento degli idrocarburi ha scritto la prima pagina di una storia che ha visto poi moltiplicarsi le aziende coinvolte e i pozzi costruiti. Sono 20 le imprese che operano oggi nella zona, di cui la metà straniere. Per la maggioranza degli argentini Vaca Muerta rappresenta la salvezza dell’economia -indebitata e con gravi deficit fiscali-, un’importante fonte di occupazione diretta e indiretta e un modo per attrarre investimenti da Europa, Canada e Stati Uniti. Dal canto loro, i settori più critici e le organizzazioni ambientaliste denunciano da anni la contaminazione di terra, aria e acqua che produce l’attività estrattiva. Le malattie e le conseguenze che vi sono associate sembrano aumentare nelle città petrolifere così come la disuguaglianza, la violenza di genere e la violazione dei diritti umani fondamentali.

20 sono le imprese, di cui metà straniere, che lavorano nella zona di Vaca Muerta

Norma Romero lavora da 25 anni all’ospedale Cutral Có y Plaza Huincul, una delle prime cittadine di Vaca Muerta che sono state assorbite dall’economia del petrolio. Ci racconta che l’aumento delle malattie e delle allergie è palpabile tra i ricoverati. Nel 2017 le statistiche del ministero della Salute mostravano che nella regione di Vaca Muerta la principale causa di morte era il cancro, il tasso più alto di tutto il Paese. Sono comuni anche le malattie ossee, cutanee, delle vie respiratorie, le allergie, gli aborti spontanei e i disturbi gastrointestinali. Norma spiega che le cause sono l’inquinamento dell’aria, della terra e soprattutto dell’acqua. “Non si trovano dati ufficiali sulle malattie nella zona petrolifera ma la popolazione ne è cosciente”, conclude.

Ad Añelo, a una manciata di chilometri dal bacino idrico di Mari Menuco, da dove viene pompata l’acqua che raggiunge i rubinetti della regione di Vaca Muerta, da anni avvengono proteste e manifestazioni per denunciare la situazione. Leopoldo Araneda è uno degli abitanti di Añelo. Apre la porta di casa sua, si muove con difficoltà, le sue gambe mostrano alcune ferite. “Ho iniziato a occuparmi del problema dell’acqua perché mia moglie era costretta a letto e io non riuscivo a camminare. Ci hanno fatto i primi test e nel nostro sangue c’erano metalli pesanti: piombo, mercurio, cadmio, cesio, arsenico. Il piombo resta sospeso nell’acqua, il corpo scambia questa micro particella per calcio e la assorbe. Riesci a immaginare di avere del piombo invece che calcio nelle articolazioni?”.

Già nel 2003 l’Asociación de Superficiarios de la Patagonia (Assupa) aveva avviato una causa contro YPF per danno ambientale. Ricardo Apis, direttore di Assupa, spiega che con il fracking la situazione non ha fatto che peggiorare: “L’acqua usata per la fratturazione idraulica dovrebbe essere adeguatamente trattata per poterla immettere nuovamente nel letto del fiume, ma nella maggior parte dei casi non viene fatto”. Già all’epoca, tuttavia il laboratorio di Tossicologia e chimica legale aveva verificato l’alto livello di metalli disciolti nell’acqua, derivato dall’estrazione di idrocarburi. Assupa aveva dunque vinto la causa ma oggi, quasi 20 anni dopo, non c’è ancora una sentenza definitiva.

La comunità mapuche Fruta Trayén vive sull’altopiano, circondata dai pozzi. Martín Mardones mostra la fattoria dove ha trascorso lunghi anni della sua vita. Come molte famiglie mapuche, anche la sua si è sempre dedicata all’allevamento di animali, in particolare mucche, pecore e capre. Con il boom del fracking i loro territori sono stati invasi dalle compagnie petrolifere che hanno iniziato a estrarre petrolio e gas nelle loro terre ancestrali, aggirando le leggi argentine che riconoscono il diritto comunitario per le popolazioni indigene. In Neuquén vivono 64 comunità che fanno parte di un unico grande popolo, abitante storico del Wallmapu, il territorio che ora è la parte meridionale dell’Argentina e del Cile. Prima che entrambi i Paesi lo decimassero attraverso campagne militari alla fine del XIX secolo, il popolo mapuche ha vissuto per secoli di caccia e orticoltura in quelle terre. “Senti il ​​muggito? Sono le madri. Ho dovuto svezzare i vitelli perché le mucche stavano morendo”, spiega Martín. Ha 62 anni, è nato a pochi chilometri da qui, a Los Algarrobos. Racconta che negli anni Ottanta arrivarono nuovi imprenditori nella zona, con titoli di proprietà della terra, e iniziarono ad asfaltare le strade.

Mabel, della comunità mapuche Campo Maripe, di fronte a una delle torri di fracking dell’impresa Pluspetrol, nel territorio ancestrale Loma la Campana © Andrea A. Gálvez

La famiglia di Martín dovette trasferirsi sull’altopiano, perdendo l’accesso al fiume. “Sono dovuto venire qui perché hanno costruito le strade ai lati della fattoria e gli animali non potevano più alimentarsi”. Un altro dei problemi è la mancanza d’acqua. “Mentre a noi non basta nemmeno per il piccolo allevamento, ogni nuovo pozzo pompa dal fiume Neuquén 30 milioni di litri d’acqua, senza pagare nulla. Questa è la grande beffa”, denuncia. Oggi ci sono già 50 pozzi nella zona che circonda la fattoria di Martín. Molti mapuche che vivono nella zona di Vaca Muerta hanno dovuto cercare lavoro nel settore petrolifero, anche se si tratta di un’attività contraria alla loro cosmovisione ancestrale. È il caso di Diego, l’attuale longko, l’autorità politica della comunità di Fruta Trayén. “Ho lavorato come autista di un camion che trasportava sabbia per la fratturazione idraulica, era un lavoro pesante e soffocante, ma non ci sono molte alternative qui, gli animali stanno morendo e con loro la nostra economia, la nostra forma di vivere”.

30 sono i milioni di litri d’acqua pompati dai pozzi dal fiume Neuquén

Per molti, lavorare nel settore del petrolio è sinonimo di benessere. A Vaca Muerta vi accedono gli uomini mentre la maggior parte delle donne è impiegata in attività meno remunerative come le pulizie, i lavori domestici, l’insegnamento o il lavoro nei campi. Con l’arrivo dei pozzi di fracking, per loro la situazione è peggiorata. “Nella cultura petrolifera c’è una sorta di adorazione per la mascolinità che provvede al sostentamento e i corpi femminili corrispondono a un modello preciso”, afferma Rut, dell’organizzazione femminista La Revuelta. Secondo Belén Alvaro, ricercatrice e docente dell’università di Neuquén, da quando sono emersi i problemi associati all’inquinamento, le donne hanno dovuto restare a casa per prendersi cura degli ammalati perdendo, in molti casi, il proprio stipendio. “Il fracking ha ridotto il potere di queste donne di decidere sulla propria vita, sono state ridotte alla sfera domestica perché questi compiti sono considerati femminili”, continua.

Inoltre, l’aumento della violenza sessista e maschilista sembra essere un comune denominatore nelle zone petrolifere. Nel 2018 le province di Neuquén e Río Negro, dove si trova il giacimento di Vaca Muerta, hanno avuto il maggior tasso di femminicidi di tutta l’Argentina. Diverse organizzazioni femministe segnalano il legame tra l’aumento della violenza sessista e l’estrattivismo: chiedono che la provincia dichiari l’emergenza di genere e stanzi fondi per la protezione, in particolare per le donne delle città più vicine a Vaca Muerta dove osservano che è più alta la vulnerabilità. Secondo il rapporto del governo nazionale del 2018, negli ultimi 12 anni Vaca Muerta è stata anche una delle destinazioni preferite per la tratta di persone destinata allo sfruttamento sessuale. Dai dati emerge la relazione tra la crescita accelerata della popolazione maschile lontana dalle famiglie di origine, con alti redditi e condizioni di lavoro difficili, e il consumo della prostituzione che hanno trasformato il cuore di Vaca Muerta in uno dei luoghi più attraenti in Argentina per le organizzazioni criminali.

Anche se lo scenario di diseguaglianza, discriminazione e violenza è evidente quando si parla di Vaca Muerta, oggi i pronostici sono ambivalenti. L’attuale governo di Alberto Fernández continua sulla linea che pretende di pagare il debito con il Fondo monetario internazionale grazie al petrolio e al gas della valle del Neuquén. Resta nell’aria una domanda: a che prezzo?

Traduzione a cura di Susanna De Guio

© riproduzione riservata

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