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Ambiente

Forse non ci siamo capiti

Il disastro che si è consumato a Copenhagen poche settimane fa avrà conseguenze drammatiche sul futuro di milioni di persone nel pianeta. Toni eccessivi? No. Semplicemente, la realtà.

Tratto da Altreconomia 112 — Gennaio 2010

Mentre la maggioranza degli italiani era ai posti di telecomando per lo spettacolo del martirio del potente di turno, nella città danese si scriveva la Storia.

Non molti se ne sono resi conto dalle nostre parti, ma il capitolo che ne è uscito non ha purtroppo un lieto fine. Capi di Stato e delegati di tutto il mondo hanno infatti riconosciuto solennemente che il caos climatico avrà impatti disastrosi sulle popolazioni più vulnerabili. Ovvero: il livello del mare si innalzerà e sommergerà interi territori, e potrebbe non essere più garantita la produzione di cibo a sufficienza per l’umanità. Non ipotesi, quindi, ma scenari. È la realtà.

Per questo il vertice di Copenhagen costituiva un appuntamento epocale: quello in cui la comunità delle Nazioni si impegnava a trovare un intendimento comune per la salvaguardia di uomini, donne e bambini. E invece.
Invece nessun obiettivo di riduzione delle emissioni -quando sappiamo che dovremmo tagliarle almeno dell’80% entro pochi decenni-, nessun vincolo o sanzione. Solo un vago accordo, il rinvio delle decisioni a sei mesi, forse un anno, e la promessa di aiuti per i Paesi del Sud del mondo. Risultato: non abbiamo evitato l’ingestibile, tantomeno sapremo gestire l’inevitabile. E adesso dovremo solo misurarci con la nostra resilienza, ovvero la capacità di adattarci agli sconquassi che subireremo con l’innalzamento della temperatura.
I più poveri, come sempre, pagheranno il prezzo maggiore.

Sappiamo bene perché è fallito il vertice di Copenhagen. Ancora una volta hanno prevalso interessi economici privati, nazionali, lobbystici. Ancora una volta si è cercato di affidare al libero mercato la soluzione di problemi che il libero mercato non potrà far altro che perpetrare. Il libero mercato farà del cambiamento la prossima bolla speculativa (3mila miliardi di dollari, ne abbiamo parlato sul numero 102): le nostre sorti decise nelle stanze finanziarie della City di Londra e non nelle aule di istituzioni elette democraticamente.

Quel che colpisce di più, tuttavia, è la totale incapacità dei leader mondiali -tutti, nessuno escluso- di prendere in mano le redini del nostro destino, di fronteggiare le grandi responsabilità che sono loro affidate, di vivere eventi di portata storica.

Forse non hanno capito che non stavano negoziando numeri, a Copenhagen, ma vite umane.
Lo hanno capito di sicuro invece tutti i ragazzi e le ragazze che a Copenhagen hanno manifestato fuori dai palazzi istituzionali. Ragazze e ragazzi caricati dalla polizia, arrestati, spesso umiliati, in un clima repressivo inedito per una città del Nord Europa.

Fallimento del vertice e repressione non sono altro che facce della medesima medaglia, o forse del medesimo poliedro. Quello di un mondo dove, nonostante tutto, governa ancora l’ingiustizia.

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