Fare a meno della pubblicità – Ae 81

Una campagna per regolamentare la pubblicità delle acque minerali: la proposta l’abbiamo lanciata sul numero di febbraio di Altreconomia e adesso anche sul web, con la pagina www.altreconomia.it/acqua. Gli italiani siamo i primi consumatori al mondo di acqua in bottiglia,…

Tratto da Altreconomia 81 — Marzo 2007

Una campagna per regolamentare la pubblicità delle acque minerali: la proposta l’abbiamo lanciata sul numero di febbraio di Altreconomia e adesso anche sul web, con la pagina www.altreconomia.it/acqua. Gli italiani siamo i primi consumatori al mondo di acqua in bottiglia, con 188 litri all’anno pro capite. È un consumo indotto: nel 2005 le aziende del settore hanno investito 379 milioni di euro per acquistare spazi pubblicitari (al lordo degli sconti applicati dalle concessionarie). Così la “minerale” finisce col fare concorrenza sleale all’acqua degli acquedotti, che è buona, controllata, comoda (arriva a casa) e poco costosa. Centinaia di lettori hanno firmato il manifesto “Mettiamola fuori legge” (riportiamo sotto alcuni commenti), ma chiediamo a tutti di farlo.
Voi potete “dar gambe” alla nostra proposta, che camminerà solo se è spinta dal basso. E allora diffondete l’idea via mail, parlatene nelle riunioni e nelle assemblee pubbliche.

Il nostro primo passo sarà parlare con le società pubbliche di gestione del servizio idrico, per convincerle a lanciare una grande campagna di comunicazione sulla qualità dell’acqua potabile (la sentenza sul “caso Avs”, nel box sotto, è un primo passo). Possono sfruttare la pubblicità comparativa con le maggiori acque minerali in commercio (che è ammessa dalla legge). Ce lo suggerisce il giornalista Giuseppe Altamore, autore del libro Acqua S.p.A., che abbiamo intervistato a febbraio.





Fare a meno della pubblicità

È provato. La pubblicità si fa aggressiva quando la gente non vuole saperne. La prova? Esiste pubblicità per il pane? Non ce n’è bisogno, lo mangiamo da millenni e continueremo a farlo finché ci sarà del grano disponibile. Fa parte della nostra cultura.

Beviamo anche acqua: non da millenni, ma da milioni di anni. Da quando l’uomo è comparso sulla terra. Prima di sorgente, poi di pozzo, infine del rubinetto: nessuno ci ha mai spronati a farlo. Invece, oggi, subiamo un bombardamento da 380 milioni di euro all’anno per essere costretti a bere acqua in bottiglia. Altrimenti nessuno la berrebbe. In assenza di condizionamento quale persona di buon senso opterebbe per una scelta tanto insicura, dispendiosa e inquinante? Nessuna società di buon senso accetterebbe di fare viaggiare tutti i giorni centinaia di camion da un capo all’altro d’Italia per fare bere ai trentini l’acqua di Caserta e ai casertani l’acqua di Trento. Alla faccia degli allarmi sul clima e della necessità di ridurre le emissioni di CO2 del 60%.

Se vietassimo la pubblicità dell’acqua in bottiglia contribuiremmo agli obiettivi di Kyoto molto di più della lenzuolata di provvedimenti farsa messi a punto da Bersani e Pecoraro Scanio, veri pannicelli caldi.

Ma renderemmo giustizia anche all’intelligenza umana e all’opinione pubblica che quotidianamente è presa per il bavero da spot pubblicitari che tentano di inebriarci inneggiando all’acqua “zero grassi” o “che fa pisciare”.

In un mondo serio, la pubblicità non dovrebbe esistere, perché i consumi non vanno spinti, ma frenati in nome della sostenibilità e dell’equità.

La gente non ha bisogno di messaggi ingannevoli, ma di informazioni serie sulla qualità dei prodotti, la sicurezza, la storia ambientale e sociale.

Dunque: non spot privati al servizio delle imprese, ma un servizio pubblico di informazione sui prodotti al servizio della gente.

Purtroppo non viviamo in un mondo serio, che si pone come obiettivo primario la salvaguardia dei beni comuni per garantire a tutti il diritto alla vita.

Questo mondo è asservito alle imprese che per il profitto della giornata distruggono il mondo, la gente, la pace. Non so se ce la faremo a invertire il senso di marcia prima di giungere alla catastrofe, ma dobbiamo provarci.

Anche a costo di essere derisi come forse succederà quando ci presenteremo per chiedere il divieto della pubblicità sull’acqua in bottiglia.

Se non altro forse riuscirà a fare riflettere qualcuno e questo sarebbe già un grande risultato.



Francesco Gesualdi







Sant’anna su con lo spot

Oltre 500 milioni di bottiglie di acqua Sant’Anna vendute e 120 milioni di euro di fatturato 2006 per l’azienda cuneese Fonti di Vinadio. Più 20% sul 2005.  

La crescita in volume e valore (superiore a quella di mercato) si accompagna a una strategia pubblicitaria aggressiva (Fonti di Vinadio ha investito nella pubblicità comparativa, confrontando Sant’Anna con le altre marche più vendute) e a un concorso associato al cartone animato “Happy Feet” (a fianco). Fonti di Vinadio

è al 7° posto nella classifica italiana degli imbottigliatori. Lo scorso anno protestò con la regione Piemonte, che aveva approvato un “canone d’imbottigliamento” di 0,0007 euro per litro: c’era il rischio -diceva- di mettere in ginocchio un’industria.

L’acqua Sant’Anna, però, è imbottigliata in 8 linee automatiche con una capacità produttiva di 5,5 milioni di litri al giorno. Il tutto con solo 70 dipendenti.



L’antitrust dice che si può

“Se fosse in bottiglia, ti piacerebbe di più?”. Nel corso del 2006 l’Alto vicentino servizi (Avs), l’azienda che gestisce l’acquedotto di 38 Comuni in provincia

di Vicenza, ha lanciato una campagna stampa per promuovere l’acqua di rubinetto. Il messaggio è stato segnalato all’Antitrust dai produttori di filtri per la depurazione. Secondo la denuncia si trattava di pubblicità ingannevole: sia l’immagine scelta (a lato) sia il messaggio pubblicitario (diffuso tra i 101.000 utenti dell’azienda) potevano indurre i consumatori “ad

attribuire all’acqua erogata da Avs caratteristiche proprie di un’acqua minerale”. A fine gennaio l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato ha però rigettato la denuncia, dando ragione ad Avs. L’azienda pubblica vicentina ogni anno finanzia una quarantina di percorsi di educazione allo sviluppo sull’uso adeguato della risorsa idrica (realizzati dalla cooperativa Unicomondo, socia di Altreconomia).



Venezia calmiera i prezzi?

Il comune di Venezia (nella foto il sindaco Massimo Cacciari) ha approvato il progetto di fusione tra Vesta, Acm e Asp, le tre società che gestiscono il servizio idrico integrato nell’Ambito territoriale ottimale (Ato) “Laguna di Venezia”.

La maggioranza ha votato anche un ordine del giorno di Rifondazione comunista che impegna il sindaco a impostare il piano industriale di Veritas (la nuova società) prevedendo la possibilità di distribuire l’acqua in bottiglia, per “calmierare i prezzi”. Venezia vuol giocare sullo stesso terreno di San Benedetto, la seconda azienda italiana del settore (che imbottiglia in Veneto, principalmente). Sarebbe più efficace una campagna per disincentivare il consumo di acqua in bottiglia e per garantire la modernità delle reti. L’esperienza di Avs insegna che è possibile promuovere il consumo dell’acqua di rubinetto, a partire dalle strutture pubbliche (come gli ospedali e le scuole).



Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia