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Ecuador, le radici di una crisi – Ae 62

Numero 62, giugno 2005Il colonnello Gutierrez, eletto presidente nel 2002 con l’appoggio dei  movimenti indios, è fuggito accusato di corruzione. Viaggio tra le comunità che l’hanno sostenuto, tra illusioni e uno sviluppo possibile  Tena – Da Quito a Tena, una delle…

Tratto da Altreconomia 62 — Giugno 2005

Numero 62, giugno 2005
Il colonnello Gutierrez, eletto presidente nel 2002 con l’appoggio
dei  movimenti indios, è fuggito accusato di corruzione. Viaggio tra le comunità che l’hanno sostenuto, tra illusioni e uno sviluppo possibile
 
 
Tena – Da Quito a Tena, una delle capitali della regione dell’Oriente amazzonico ecuadoriano, ci vogliono circa sette ore di viaggio tra terme, vulcani di cinquemila e rotti metri, distese di alberi e di oleodotti più o meno interrati, e strade asfaltate che si interrompono improvvisamente in sterrati improbabili, per poi ricominciare molti chilometri dopo, in un cantiere aperto che ricorda più l’Italia del pentapartito che un paradiso naturale.
Tena. Diciottomila abitanti, è stata la capitale delle rivolte degli indios contro la dominazione spagnola a partire dal 1560. Una delle più famose scoppiò nel 1578 capeggiata dal leggendario capo Jumandy: fu una disfatta, ma il suo nome è iscritto negli annali della ribellione indigena, anche se molte pagine dopo il nome di Simon Bolivar. Circa 400 anni dopo, alla fine del novembre 2002, un altro leader dell’autodeterminazione indigena irrompe sulla scena: è il colonnello Lucio Gutierrez, appoggiato da diversi movimenti di nativi tra cui il Pachakutik e la Conaie, nato a Quito ma cresciuto, guarda un po’, a Tena.
Un ecuadoriano fortemente legato alle tradizioni della sua terra, da cui il rigore morale e la rettitudine: “Il principale (obiettivo) è la lotta contro la corruzione per la quale proponiamo […] il rafforzamento delle istituzioni democratiche ecuadoriane, per ottenere una vera istituzionalizzazione e una democrazia autentica in Ecuador.” Questo raccontava Gutierrez il 23 novembre 2002 alla stampa, a poche ore dalla sua (scontata) elezione a presidente dell’Ecuador. Un programma ben applicato, se si pensa che proprio il colonnello ora dimora a Brasilia, scacciato dal suo stesso popolo al grido di “ladrone e dittatore”, mentre il suo posto è stato preso dal vicepresidente Alfredo Palacio.
Juan ci aspetta sulla porta del lodge dove pranzeremo: il saluto è un sorriso appena abbozzato, l’atteggiamento è quello riservato di chi accoglie, ma con cautela. Juan sarà la nostra guida per tre giorni di foresta amazzonica. È di etnia quichua, ha ventinove anni, è padre di famiglia e studia gestione ambientale all’università di Tena.
Ma non ci racconterà solamente dell’albero del cacao o degli immensi ragni che abitano il sottobosco del polmone verde del mondo. Ci introdurrà nel piccolo mondo delle comunità dell’Oriente ecuadoriano, quel mondo che in Gutierrez ha sperato e, nonostante tutto, continua a sperare.
“Quando ho sentito che i ‘quiteños’ (i cittadini di Quito, forza propulsiva della protesta) lo chiamavano dittatore, ho detto ‘forza Lucio, dimostra loro che sei veramente un dittatore, fatti valere’”. Juan, telegraficamente, ci riporta in confusione.
Tena, diciottomila abitanti. Circa cinquantamila in tutta la provincia: il governo di Lucio Gutierrez aveva stanziato decine di milioni di dollari per la costruzione di un aeroporto internazionale “grande quanto quello di Quito e di Guayaquil”.
In una zona dove è carente pure l’acqua potabile, il progetto sembrerebbe, diciamo, un po’ eccentrico. Ma fa leva sull’orgoglio locale, di una zona da sempre messa ai margini della società perché indigena e per alcuni addirittura medioevale, benché sia la zona più ricca in natura e risorse di tutto l’Ecuador. Chiedere all’Eni e a PetroBrasil per conferma. E l’aeroporto non è che un tassello di un mosaico di centinaia di milioni di dollari caduti a pioggia per opere infrastrutturali. “Lucio construye”: sono i pannelli di sei metri per tre che ad ogni crocicchio ricordano chi bisogna ringraziare per tutto questo ben di Dio. Una pars construens infrastrutturale necessaria per nascondere l’immensa pars destruens istituzionale, che parla di parenti inseriti in posti di potere, di una Corte di Giustizia decapitata per continuare a gestire il potere in forma clientelare, dell’appoggio al Plan Colombia e alle ricette del Fondo monetario internazionale. E di salari minimi che toccano appena i 150 dollari, ma che spesso si abbassano a 70 dollari negli impieghi più precari.
Ci vogliono altri cinquanta chilometri e otto cartelli di Lucio per arrivare sulle rive del rio Napo, uno dei tanti affluenti del Rio delle Amazzoni e una delle strade d’acqua più battute dalla zona. È proprio il Napo la barriera d’acqua che separa il nostro lodge dal piccolo appezzamento di terra dei genitori di Juan, una famiglia tradizionale di piccoli contadini.
E proprio loro potrebbero essere, non ce ne vogliano, il punto di contatto tra gli unici due affluenti davvero in grado di nutrire e sostenere questo scorcio di pianeta: l’economia locale e l’ecoturismo.
Con il suo lavoro Juan porta centinaia di persone ogni anno sul limitare della selva, facendone  oltrepassare loro la soglia a condizione che ne penetrino le connessioni tra biodiversità e sviluppo.
Sarà lui a raccontarci di piante come il “sangue di drago” (Croton draconoides), con proprietà cicatrizzanti e, pare, antitumorali, o di altre utilizzate come riserva d’acqua o di zuccheri.
Il signor Garces Cerda è il padre di Juan. Quasi sessant’anni, vive sulle rive del Napo da quand’è nato e lavora i suoi tre ettari di terra assieme alla moglie e a qualche collaboratore. La produzione è varia, dal cacao alle banane per passare alla yucca, il tutto per riuscire ad avere il giusto per campare ed il giusto per vendere. Con una mezza giornata di lavoro ed una decina di persone si riesce a raccogliere più di un sacco di yucca (che sono circa 150 libbre), che viene comprato dagli intermediari a circa 7 dollari e rivenduto al mercato di Tena a 10 dollari. In realtà il fiume Napo non porta solamente limo, ma anche oro: “una volta -ci racconta Maria, la madre di Juan- quasi 14 anni fa, ci capitò il colpo di fortuna di raccogliere in poche prese più di 6 grammi d’oro, che ci fruttarono 60 mila sucres quando lo stipendio mensile di un maestro era di 50 mila. Ma capita raramente, oggi per raccoglierne per pochi grammi non bastano centinaia di prese”.
Meglio la yucca o al limite, sebbene il lavoro sia maggiore, il cacao che viene acquistato dai coyotes a 50 centesimi di dollari alla libbra (circa mezzo chilo).
È strano pensare che l’invisibile linea che divide l’instabilità dei mercati e l’apparente staticità della foresta passi proprio da qui, dal perimetrato orticello del signor Cerda, eppure un’esperienza così potrebbe essere messa in crisi da dinamiche borsistiche speculative e con questa l’equilibrio costruito con l’ambiente circostante. Il colonnello Gutierrez aveva promesso di difendere questi volti e queste terre quando salì al potere. Così come aveva promesso di “morire con onore, piuttosto che fuggire da codardo” durante le sommosse popolari dello scorso aprile. Non ha fatto né una cosa né l’altra. Semplicemente è scappato. Lasciando dietro di sé una scia di disincanto ed un mare di cartelloni a ricordare il presidente che nacque amazzonico, ma fuggì bugiardo.!!pagebreak!!
 
Potere e acquisto
Secondo i dati dell’Inec, Istituto di statistica nazionale, nel 2002 lo stipendio medio di un cittadino ecuadoriano oscillava tra i 215 dollari per i lavoratori dei settori “avanzati”, passando per i 182 di quelli del settore informale, i 185 degli impiegati in attività agricole e gli 86 dei lavoratori dei servizi domestici.
Per il 2005 l’indice dei prezzi al consumo elaborato sempre dall’Inec stima il costo di un “paniere” familiare di base in 425,12 dollari, mentre quello di un paniere familiare “vitale” in 285,11 dollari.
Il Pil dell’Ecuador (che ha 12,8 milioni di abitanti) è di circa 24 miliardi di dollari.
Altre info:
http://www.inec.gov.ec
 
L’ascesa e la caduta di Lucio l’indigeno
Gennaio 2000 – Moti popolari scacciano il presidente neoliberista Jamil Mahuad. Al suo posto il vicepresidente Gustavo Noboa.
Novembre 2002 – Lucio Gutierrez, appoggiato dai movimenti sociali ed indigeni, vince le elezioni contro Gustavo Noboa.
Gennaio 2003 – A tre giorni dall'insediamento, Lucio Gutierrez lancia il suo piano economico: propone di elevare i prezzi del gas, del carburante e dell'elettricità, per venire incontro alle richieste del Fondo monetario internazionale.
Febbraio 2003  – I movimenti sociali, inclusi la Conaie e il Pachakutik, chiedono di riorientare la politica economica e sociale.
La risposta del governo è che si onoreranno gli impegni internazionali (il riferimento è a Fmi e Banca mondiale).
Luglio 2003 – Il Pachakutik ufficializza le distanze dal Governo in relazione alla politica economica, sociale e petrolifera, e denuncia l'avvicinamento di Gutierrez al Partido Social Cristiano (Psc).
Agosto 2003 – Il Pachakutik ritira i suoi ministri.
Novembre 2004 – Gutierrez sostituisce 31 giudici della Corte Suprema, a seguito del tentativo  di avviare una procedura di impeachment per corruzione nei suoi confronti.
Aprile 2005 – annullati i procedimenti contro gli ex presidenti Bucharam e Noboa, accusati di corruzione dalla Corte Suprema. Esplode la rabbia popolare.
23 aprile 2005 – Gutierrez fugge dal Paese chiedendo asilo politico al Brasile.
Al suo posto il vicepresidente Alfredo Palacio.
 

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