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Economia / Opinioni

L’economia immateriale e quella necessaria revisione dei sistemi fiscali

“È sempre più ampia la porzione di reddito e di ricchezza prodotta dai grandi gruppi digitali, dall’e-commerce e da altre forme di economia che non hanno bisogno di beni materiali per produrre e non producono beni o servizi materiali, oggetto di consumi”. Occorre intervenire. Come? Due proposte nell’analisi di Alessandro Volpi

Esiste un evidente limite nei sistemi fiscali attuali costituito dal fatto che non riescono a esercitare la loro azione su una componente importante delle vere fonti di produzione della ricchezza. Ciò dipende in gran parte da un dato storico con cui bisogna fare i conti.
Semplificando, è possibile individuare un percorso di formazione dei sistemi fiscali che si è sviluppato da metà Ottocento e che si è basato sul prelievo sui beni, sui redditi e sui consumi a cui si è aggiunto quello sulle rendite finanziarie, decisamente più basso degli altri perché era necessario incoraggiare l’acquisto dei titoli dei nascenti debiti pubblici.

Questa costruzione era motivata dall’idea che il prelievo dovesse essere operato laddove avveniva la produzione del reddito e della ricchezza, composti quasi esclusivamente da beni materiali e da consumi materiali, in larghissima misura prodotti e generati all’interno dei confini dei singoli Stati. Le economie del capitalismo maturo erano, fino agli anni Ottanta del Novecento, fondate infatti su una dimensione fisica, materiale, appunto, e chiusa nei confini nazionali.
Il sistema fiscale italiano si è così sostanziato nell’Irpef e nell’Iva, in imposte dirette e indirette, mentre l’imposizione locale si è basata sui patrimoni immobiliari, dall’Ici all’Imu. Anche le procedure di tassazione internazionale furono concepite a partire dagli anni trenta del Novecento con l’obiettivo di ripartire il potere impositivo sulle catene del valore della produzione tra i singoli Stati, avendo cura di evitare le doppie imposizioni. In altre parole si tentava di far pagare le tasse ai pochi grandi gruppi mondiali in base ai principi della “stabile organizzazione” che avevano nei vari Paesi e sui cosiddetti “prezzi di trasferimento” delle loro merci, in una dinamica dove, ancora una volta, risultava dominante la già ricordata dimensione materiale. In altre parole, i sistemi fiscali erano pensati per un mondo di merci e beni reali.

Questi sistemi oggi presentano palesi lacune. In primo luogo, ormai da qualche decennio, la finanziarizzazione ha spostato la generazione di reddito e ricchezza dall’economia materiale a quella finanziaria, che ha assunto sempre più caratteri autoreferenti rispetto ai processi produttivi e negli ultimi tempi, dopo la crisi del 2008, è risultata quasi del tutto dipendente dalle politiche di liquidità “facile” praticate dalle Banche centrali. Si è modificata, in tal senso, la nozione di rischio perché proprio le inondazioni gratuite di risorse liquide messe a disposizione dei mercati da parte delle banche centrali hanno reso gli impieghi finanziari assai meno pericolosi e dunque hanno tolto ogni giustificazione al mantenimento di bassi livelli di pressione fiscale sulle rendite finanziarie.

Se la finanza è il settore che produce senza grandi rischi grossi volumi di ricchezza, peraltro con una pessima distribuzione, diventa indispensabile aumentare lì il carico fiscale per evitare che i sistemi di prelievo continuino a gravare su redditi da lavoro dipendente, sul lavoro e sui consumi in quanto tali. Ma c’è un’altra trasformazione nell’economia planetaria che rende necessaria una radicale revisione dei sistemi fiscali pensati per le economie materiali. È sempre più ampia la porzione di reddito e di ricchezza prodotta dai grandi gruppi digitali, dall’e-commerce e da altre forme di economia che non hanno bisogno di beni materiali per produrre e non producono beni o servizi materiali, oggetto di consumi. Queste realtà non sono quindi sottoponibili ai sistemi fiscali tradizionali ma, al contempo, sono dotate di una altissima redditività, con profitti stellari destinati a rimanere fuori da qualsiasi capacità di prelievo che sia stata concepita per colpire immobili, scorte o altri aspetti delle produzioni tradizionali, e sia stata pensata su base nazionale.

Le risorse dei nuovi colossi sono costituite da flussi di informazioni, da immagini, suoni, parole, sussidi di varia natura che attraversano Paesi e demoliscono confini in un processo velocissimo rispetto al quale qualsiasi rivendicazione di sovranità appare debolissima, quasi inerme. La produzione della ricchezza sta spostandosi sui mercati finanziari e sulle reti e i sistemi fiscali continuano a colpire beni e consumi fisici, con l’effetto di determinare una pressione gigantesca, e spesso insostenibile, sulla parte delle società contemporanee, a iniziare dai lavoratori dipendenti, che stanno invece impoverendosi. Serve dunque una radicale revisione dell’idea stessa di fiscalità pensando ad una tassazione che sia capace di esercitare la propria azione sull’immaterialità, su contribuenti che ora stanno facendo enormi profitti e pagano imposte per meno del 3% dei loro fatturati. Come si fa a compiere questa vera e propria rivoluzione che metterebbe in gioco le risorse necessarie per combattere l’impoverimento di fasce crescenti di popolazione? Le ipotesi sul tavolo sono molte, ma due paiono più efficaci. La prima è quella di immaginare di legare il potere impositivo di uno Stato al numero dei clienti e utenti che le grandi società digitali hanno nel suo territorio. La seconda mira invece a realizzare una minimun tax, una imposta minima, che blocchi la concorrenza al ribasso finora perseguita dai vari Paesi nell’intento di ottenere dalle grandi società quello che, nella sostanza, sono disposte a versare, in un gioco al massacro per le entrate pubbliche. Si tratta di due strade difficili, ma obbligate per le quali occorre abbandonare le logiche degli egoismi sovrani e sostenere la volontà di trovare accordi multilaterali in grado di mettere gli Stati nelle condizioni di imporre regole vere di giustizia fiscale, e quindi di democrazia.

Università di Pisa

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