Ambiente

È donna e nero il colore della pace

Ecco il pezzo che Altreconomia dedicò a Wangari Maathai nel giorno della vittoria del premio Nobel. Era il numero 56 di AE, del dicembe 2004. Wangari vinse il Nobel per la Pace, e anche allora ribadimmo che la salvaguardia dell’ambiente è condizione necessaria per la convivenza pacifica e la giustizia. Oggi le parole di Wangari sono ancora più vere. (pr)

Tratto da Altreconomia 56 — Dicembre 2004

Quando, 5 anni fa, ho intervistato il futuro premio Nobel per la pace, era una sorta di personaggio pubblico messo al bando. Ma già allora coniugava ambiente, nonviolenza e diritti economici e sociali

Piantare alberi, aspettando e resistendo. Studiare e specializzarsi, aspettando e resistendo.

Fondare e sviluppare centinaia di gruppi di donne, impegnate a salvaguardare l’ambiente naturale con cui vivono e, insieme, i propri diritti spesso negati, aspettando e resistendo. Impegnarsi in politica e contestare un regime sempre più simile a un’oligarchia dittatoriale, aspettando e resistendo. Senza mai cedere alla tentazione di scorciatoie violente, senza mai dimenticare che spesso, per raggiungere risultati lontani e duraturi, le donne sono più affidabili degli uomini.

La prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace, pur essendo fortemente legata alle proprie radici kikuyu, non rappresenta una particolare etnia o situazione sociale del Kenya (non si potrebbe per esempio pensare a Rigoberta Menchù, un’altra famosa donna Nobel per la pace, senza pensare alla guerra civile in Guatemala e alle rivendicazioni dei popoli indigeni).

No, Wangari Maathai è un personaggio globale: capace oggi di tenere una lezione agli studenti americani dell’Università di Yale, domani di spiegare lo sviluppo sostenibile a un gruppo di donne africane magari semianalfabete, dopodomani di arringare i deputati kenyani sulla necessita di salvare il Paese dalla deforestazione e dal commercio illegale di legname.

Con il Nobel per la pace 2004 il collegamento tra salvaguardia dell’ambiente e creazione di pace, diffuso finora solo nelle Università e nella società civile, oggi ha un simbolo vivente riconosciuto in tutto il mondo.

Il Kenya nel 2002 ha avuto una svolta democratica, da quando Mwai Kibaki ha vinto le elezioni ed è diventato presidente dopo 24 anni di regime di Daniel arap Moi. Wangari Maathai è stata un’acerrima oppositrice di Moi (questi la ricambiava definendola pubblicamente “una pazza” ).

Dal gennaio 2003 Wangari Maathai è vice ministro dell’ambiente e delle risorse naturali. Come non vedere nel Nobel della pace un’apertura di credito agli sforzi del nuovo governo kenyano di contrastare la corruzione ormai intollerabile e di portare un po’ più di democrazia, politica e sociale, nel Paese?

Probabilmente anche la presenza a Nairobi degli uffici dell’Unep e di Habitat (il primo è il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il secondo un importante centro di studi per le periferie delle megalopoli) è in qualche modo collegato al riconoscimento del Nobel, che per Wangari Maathai arriva dopo una serie di altri premi internazionali ricevuti per l’impegno a favore dell’ambiente e a delle donne (dal Goldman Environmental Award al Global 500).

La visibilità oggi globale di questa donna nata a Nyeri, in Kenya, nel 1940 è però legato alla sua storia. Wangari Maathai ha vinto il Nobel grazie alla combinazione di “scienza, impegno sociale, politica attiva”.

“Scienza”: laurea negli Usa, anni Sessanta (quelli delle battaglie per i diritti civili dei neri); studi anche in Germania, anni Ottanta (quelli della novità, politica e sociale, rappresentata dai Verdi); negli anni Settanta diventa professore all’Università di Nairobi: anche qui è la prima volta per una donna. Dal 2001 insegna sviluppo sostenibile anche all’Università di Yale, Stati Uniti.

“Impegno sociale”: nel 1977 Wangari Maathai fonda il Green Belt Movement, l’associazione composta prevalentemente da donne che in trent’anni ha piantato qualcosa come 30 milioni di alberi valorizzando le piante locali e ha insegnato ai contadini a tenere da parte i propri semi rifiutando quelli geneticamente modificati. Negli anni Ottanta Wangari Maathai diventa presidente del consiglio nazionale delle donne del Kenya, si interessa sempre più alle condizioni della donna nel proprio paese: verrà invitata a descriverla alla conferenza di Pechino del 1995. Nel 1998 accetta di diventare il riferimento per l’Africa orientale della campagna Jubilee 2000 per l’azzeramento del debito estero dei Paesi del Sud del mondo.

“Impegno politico”: nel 1982 diventa per la prima volta deputato al parlamento nazionale. Con il passare degli anni si intensifica la sua opposizione al regime di Moi: a Nairobi in tanti ancora ricordano le sue battaglie per impedire al presidente di orchestrare una speculazione edilizia per costruire grattacieli dentro l’unica area verde della città. Wangari Maathai viene arrestata più volte, malmenata, ripetutamente minacciata. Mai reagisce alla violenza con la violenza. Nel 1997 si candida, con un gesto consapevolmente provocatorio, alla elezioni presidenziali (ancora una volta è la prima volta per una donna nella storia del Paese; in quelle elezioni si candida anche Charity Ngilu, oggi ministro della salute). Raccoglie una manciata di voti.

Ho intervistato Wangari Maathai nel 1999 a Nairobi. Il futuro premio Nobel per la pace era una sorta di personaggio pubblico messo al bando. Non si faceva trovare al telefono, non accettava interviste se non dopo aver verificato più volte l’identità dell’intervistatore, le sue collaboratrici si rifiutavano di dire con precisione in quale dei tre uffici del Green Belt Movement stesse lavorando in quel momento. Pressioni e intimidazioni erano accettate come parte della quotidianità; spesso capitava alla leader di andare a ripigliare di persona qualche suo attivista trattenuto per accertamenti in un ufficio di polizia.

Era giugno, dopo una manifestazione per celebrare la giornata mondiale dell’ambiente nel centro di Nairobi in cui c’erano quasi più poliziotti che suoi sostenitori.

Colpivano la forza e la determinazione di una leader che dichiarava cose come: “Esiste una relazione tra i governi africani corrotti e le grandi istituzioni internazionali. Senza trasparenza, anche bancaria, non c’è democrazia”, oppure: “Con il pretesto di fornire aiuti alimentari le grandi multinazionali controllano i governi di molti Paesi del Sud del mondo”.

Nel giugno 1999 il mondo dell’informazione ancora non conosceva il termine “no global” e quelli della Maathai non erano slogan urlati nelle piazze o per le strade di qualche manifestazione bensì analisi supportate da studi e da esperienza.

Wangari Maathai non sembra mai avere seguito il politicamente corretto (anche quello “alternativo”) rivendicando invece sempre una propria autonomia di pensiero. Per lei il problema più grande per gli uomini e le donne africane è quello di liberarsi dal “bozzolo degli stereotipi culturali occidentali in cui gli africani sono racchiusi”. Una posizione che ricorda la critica alla monocoltura della mente (che diventa monocultura, cioè pensiero unico) di un’altra scienziata, indiana, divenuta un punto di riferimento per molti critici della globalizzazione: Vandana Shiva.

Wangari Maathai inoltre emanava una fierezza per la propria terra, la propria lingua (kikuyu, che non è né inglese né kiswahili, le due lingue “nazionali” del Kenya), le proprie origini senza timore di cadere nello stereotipo occidentale che abbina l’aggettivo “tribale” con il sostantivo “guerra” per indicare conflitti altrimenti forse troppo faticosi da comprendere.

Parafrasando le parole di un importante scrittore kenyano, Ngugi Wa Thiongo (anche lui inviso al regime di Moi e legato alla lingua kikuyu al punto da rifiutarsi di scrivere i suoi romanzi in inglese), il futuro premio Nobel con la sua vita ha dimostrato che, quantomeno in parte, è possibile “spostare il centro del mondo” e “decolonizzare la propria mente”.

Ha saputo aspettare senza mollare mai, Wangari Maathai: alla fine anche Moi è caduto e questo Nobel arriva a 64 anni, dopo quaranta di studio e di impegno sociale. Pazienza e perseveranza: caratteristiche che le donne del Green Belt Movement hanno saputo ben sviluppare forse proprio in quanto donne?

Nel comunicato sul sito internet del movimento, Wangari Maathai ringrazia per il Nobel appena ricevuto e invita tutti gli attivisti a non stancarsi, a non arrendersi e a resistere sempre.

Magari piantando nel frattempo qualche albero in più.

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